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  • venerdì 24 Ottobre 2014

La rivoluzione incompiuta della Tunisia

I diritti umani non vengono rispettati e l'economia non va bene, scrive Giampaolo Cadalanu su Repubblica: e ora sembra prendere piede l'estremismo islamico

Quella della Tunisia, scrive Giampaolo Cadalanu su Repubblica, è stata una “rivoluzione incompiuta”. Sono passati quasi quattro anni dall’inizio della cosiddetta “rivoluzione dei Gelsomini” che portò alla deposizione dell’ex presidente tunisino Ben Ali. Le cose non sono andate come molti si aspettavano: «Dal punto di vista della repressione è cambiato poco», dice Radhia Nasraoui, avvocatessa specializzata nei diritti umani e moglie di un leader del Fronte Popolare (alleanza elettorale di forze di sinistra e indipendenti). La democrazia ha portato entusiasmo, ma anche prezzi alti e meno sicurezza: i diritti umani non vengono rispettati, la transizione verso un’economia di mercato è stata definita “incompleta” anche dalla Banca Mondiale e la disoccupazione giovanile rimane molto alta.

Nonostante le molte difficoltà che il paese ha dovuto affrontare dopo la rivoluzione – tra cui gli omicidi politici di due importanti leader delle opposizioni – la Tunisia è stata considerata per diverso tempo la dimostrazione che democrazia e islamismo potessero convivere. Di recente si è cominciato però a dibattere su un fenomeno nuovo: negli ultimi anni centinaia di giovani tunisini sono andati in Siria a combattere contro il regime sciita siriano di Bashar al Assad. Molti di loro, sostengono diverse fonti, si sono affiliati allo Stato Islamico (IS), gruppo estremista sunnita che controlla ampie zone di territorio tra Siria e Iraq. Negli ultimi giorni ci sono stati scontri in almeno un quartiere di Tunisi tra forze di sicurezza e islamisti: venerdì sono state uccise sei persone, che il ministro della Difesa tunisino ha definito “terroristi”. In Tunisia la prossima domenica si voterà per rinnovare il parlamento, mentre a novembre si terranno le elezioni presidenziali.

Quando i blindati della polizia montano sui marciapiedi di Avenue Bourghiba, per allontanare i dimostranti assiepati di fronte al ministero dell’Interno, sembra una scena già vista. Ma i giorni della rivoluzione, tre anni e mezzo fa, sono lontani: non ci sono urla, sassi, e tanto meno lacrimogeni o spari. Tutto si svolge nella calma. «Ora andiamo via. Abbiamo chiesto l’autorizzazione per due ore di manifestazione. È questione di rispetto delle regole», dice senza scomporsi Radhia Nasraoui, avvocatessa specializzata in diritti umani e moglie di Hamma Hammemi, leader del Fronte popolare. Cammina rapida, quasi lasciando indietro il robusto poliziotto in borghese che la scorta. Entrambi i coniugi vivono sotto protezione dopo gli omicidi di Chokri Belaïd e Mohamed Brahmi, due politici laici colleghi nel fronte della sinistra.Le foto dei politici assassinati sono quelle brandite più in alto dai militanti che si ritrovano a chiedere giustizia davanti al ministero una volta alla settimana, accanto a quelli che vogliono la fine della tortura nelle carceri. «Dal punto di vista della repressione è cambiato poco. In Tunisia c’è un regime di impunità», dice la Nasraoui: «Non ci sono punizioni nemmeno per chi ha commesso abusi ai tempi di Ben Ali. Il nuovo regime non vuole che la gente usi i suoi diritti fino in fondo. Insomma, la rivoluzione non è finita, dobbiamo continuare».

In vista delle elezioni politiche, domenica prossima, e in attesa delle presidenziali di novembre, in Tunisia è il momento di un primo bilancio della rivoluzione nata dal sacrificio di Mohamed Bouazizi, il venditore che si era dato fuoco a fine 2010 e aveva dato via all’incendio dei paesi arabi. «I giornali l’hanno chiamata rivolta dei Gelsomini, a me piace chiamarla rivoluzione della dignità», dice la blogger Lina Ben Mhenni, protagonista di quei giorni del 2011, e aggiunge: «Sento sempre più persone rimpiangere Ben Ali, venditori del mercato ma anche docenti all’università ». La democrazia ha portato tanto entusiasmo, ma anche minore sicurezza e prezzi alti. Persino il tradizionale tè alla menta è diventato un lusso, perché i pinoli che lo guarnivano adesso costano troppo. E sotto i ficus del centro i caffè con i tavolini preferiscono servire bibite importate.

Accanto all’avvocatessa in tailleur, le madri dei detenuti morti in carcere sfilano in abito tradizionale, tenendo le foto basse, con maggior timidezza ma uguale determinazione. Anche per loro la rivoluzione ha cambiato poco. È così per Zakia Gazmi, madre di Ali Khemais Louati, lavoratore a giornata con qualche precedente per piccoli furti, morto a 27 anni nel carcere di Borj el Amri. Zakia non ha quasi più lacrime, si lamenta piano mostrando le foto del figlio, nella casa poverissima di Hammam Lif. A lei le autorità carcerarie hanno detto che Ali ha avuto un ictus, no, un infarto, no, si è suicidato tagliandosi i polsi con la stagnola dello yogurt. Chi ha lavato il corpo dice di non aver visto nessun segno sulle braccia. E il caso di Ali, denunciano Amnesty International e Human Rights Watch, è solo uno dei tanti.

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