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  • mercoledì 22 Ottobre 2014

I tunisini che combattono con l’IS

Sono circa 2.500 (moltissimi): nonostante vengano da uno dei paesi islamici più moderati, sognano di vivere in un califfato islamico dove "esiste la giustizia sociale"

Le cosiddette “primavere arabe” iniziarono circa quattro anni fa e oggi uno dei primi paesi che ne fu coinvolto, la Tunisia, sembra cavarsela piuttosto bene. Il governo tunisino, che si è insediato dopo la destituzione dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali (in carica dal novembre 1987 al gennaio 2011), si è mostrato piuttosto solido e stabile ed è stato preso più volte a esempio della possibile convivenza tra democrazia e islamismo moderato. C’è però un dato rilevante e sorprendente che sta spingendo diversi analisti a ridimensionare queste valutazioni: stando alle rilevazioni compiute da diversi governi ed enti non governativi, la Tunisia è il paese da cui proviene il maggior numero di stranieri che sono andati a combattere in Siria tra le file dei ribelli. E sembra che molti di loro, la maggior parte, siano affiliati allo Stato Islamico, il movimento estremista sunnita che controlla ampie zone di territorio tra Siria e Iraq.

La Tunisia ha approvato di recente una nuova Costituzione sostenuta da un ampio consenso in parlamento, e ha fissato delle libere elezioni che si terranno questo mese. Scrive il New York Times: «Il paese ha una delle popolazioni più alfabetizzate e cosmopolite di tutto il mondo arabo – circa 11 milioni di persone – e ha alcune tra le spiagge più belle di tutto il Mediterraneo». Le nuove conquiste democratiche, tuttavia, non hanno impedito ai militanti più estremisti di fare proselitismo, anche in maniera più esplicita rispetto al passato. Diverse centinaia di tunisini – le stime variano abbastanza: si dice tra i 2mila e i 3mila – si sono uniti allo Stato Islamico in Siria per combattere il presidente siriano Bashar al Assad. Ma prima ancora per vivere sotto un Califfato islamico, come quello proclamato dall’IS.

Il New York Times ha intervistato a riguardo diversi giovani tunisini, la maggior parte dei quali ha voluto mantenere nascosta la propria identità per paura di ritorsioni da parte della polizia. Per esempio Ahmed, un giovane sostenitore dello Stato Islamico, ha detto: «Lo Stato Islamico è il vero califfato, un sistema imparziale e giusto, dove non devi seguire gli ordini di qualcuno perché è ricco o potente. Si agisce, non si teorizza». Nei bar della zona di Ettadhamen, nell’agglomerato urbano di Tunisi, decine di giovani disoccupati e appartenenti alla classe operaia hanno espresso la loro simpatia per le posizioni dell’IS: alcuni accusano gli stati europei di avere diviso gli stati arabi alla fine della Prima guerra mondiale, impedendo la nascita di un califfato; altri parlano di “giustizia sociale”, dicendo che una volta che il califfato avrà assorbito le monarchie del Golfo Persico, ricche di petrolio, ci sarà una ridistribuzione generale della ricchezza.

Secondo i numeri diffusi dal governo della Tunisia, molti dei circa 400 tunisini tornati in patria dopo avere combattuto con lo Stato Islamico in Siria o in Iraq sono stati arrestati. Imen Triki, un avvocato di un’organizzazione no profit che ha rappresentato più del 70 per cento di questo gruppo di tunisini, ha detto che più della metà di loro ha espresso grande disappunto per la divisione che si è creata tra l’IS e il Fronte al Nusra, la fazione che rappresenta al Qaida nella guerra siriana: i due gruppi si sono infatti divisi nei primi mesi del 2014, e ora combattono l’uno contro l’altro piuttosto ferocemente in diverse zone della Siria.

Ennahda – il partito al governo fino al gennaio 2014, di orientamento islamico moderato – ha ammesso di avere sovrastimato il potere della democrazia come strumento per frenare l’estremismo islamico. Said Ferjani, uno degli esponenti più importanti di Ennahda, ha detto di recente di credere che lo sviluppo economico dovrebbe cominciare a essere considerato importante quanto le conquiste democratiche: «Senza sviluppo sociale, non penso che la democrazia potrà sopravvivere». Ferjani ha anche ammesso che in passato il governo tunisino non ha fatto abbastanza per frenare la diffusione dell’ideologia dell’IS nel paese.

Foto: FETHI BELAID/AFP/Getty Images