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  • venerdì 12 Settembre 2014

Quello che dice Janay Palmer

Ignorata prima e giudicata poi, la moglie del giocatore di football sospeso per averla picchiata meriterebbe maggiore ascolto e rispetto, secondo diversi articoli americani

Ray Rice, celebre giocatore statunitense di football, è stato protagonista martedì di una storia molto dibattuta sui media americani e in generale su siti internet e social network. Il campionato NFL ha deciso di sospenderlo dopo la diffusione di un video registrato lo scorso febbraio in cui lo si vede picchiare la sua allora fidanzata e attuale moglie Janay Palmer Rice. Il fatto era già noto, ma il nuovo video lo ha reso più evidente, grave e inaccettabile: e dopo la sua diffusione si è discusso molto della violenza di Rice e dell’inadeguatezza dell’NFL nell’intervenire solo adesso. Ma dopo poche ore la stessa Janay Rice è intervenuta su quello che stava accadendo con un messaggio che ha spostato gran parte dell’attenzione su di lei e sui suoi pensieri e reazioni.

Cosa ha scritto Janay Palmer Rice
Fino a qualche tempo fa Janay Palmer era semplicemente la fidanzata di Ray Rice, da febbraio era stata la fidanzata picchiata di Ray Rice, da quest’estate la moglie picchiata di Ray Rice: Janay Rice, col cognome del marito che ha deciso di usare. Ma il giorno dopo la sospensione di Ray Rice, tramite il suo account Instagram Janay Rice – che ha 26 anni – è intervenuta infine su quello che stava succedendo:

«Mi sono svegliata questa mattina come se avessi avuto un incubo orribile, come se fosse morto il mio migliore amico. Ma constatare che si tratta della realtà è un incubo a sua volta. Nessuno immagina il dolore che i media e le opinioni non richieste della gente hanno causato alla mia famiglia. Farci rivivere un momento della nostra vita del quale soffriamo ogni giorno è una cosa orribile. Togliere all’uomo che amo qualcosa su cui è spaccato il culo per tutta la vita, solo per guadagnare consensi è mostruoso. QUESTA È LA NOSTRA VITA! Com’è che non lo capite? Se quello che volevate era farci del male, imbarazzarci, renderci soli e portarci via la felicità, ci siete riusciti su tutta la linea. Ma sappiate che noi continueremo a crescere e a mostrare al mondo che cos’è l’amore».

Janay Palmer, fino a qui
Janay Palmer e Ray Rice si erano incontrati quando erano adolescenti, ma hanno cominciato a frequentarsi solo qualche tempo dopo, durante la prima stagione di Rice ai Ravens, nel 2008. Lei lo seguì a Baltimora, iscrivendosi alla Towson University. Baltimora era una città nuova, Janay Palmer era giovane, adattarsi alla nuova vita non fu semplice e manifestò qualche disagio. Nel 2010 venne accusata di aver rubato un abito da mille dollari in un centro commerciale e ottenne la libertà vigilata in cambio del pagamento di una multa. Nel frattempo rimase incinta. Riuscì a laurearsi, ma non cominciò a lavorare. Rice, per la laurea, le regalò una macchina e un anello di fidanzamento («Sono quasi svenuta quando mi ha detto che la macchina era mia», ha dichiarato lei). Nel 2012, Rice firmò un contratto di 5 anni da 35 milioni di dollari con i Ravens.

Nel febbraio del 2014 il sito di gossip TMZ diffuse un primo video che mostrava Rice trascinare la fidanzata priva di sensi fuori dall’ascensore, nel corridoio dell’albergo di un casinò di Atlantic City, nel New Jersey. Rice fu incriminato a marzo per aggressione. Janay Palmer partecipò con il fidanzato a una conferenza stampa per chiarire quello che era successo e facendo anche sapere di avere avuto “un ruolo nell’incidente” di cui era “profondamente dispiaciuta” (l’account di Twitter dei Ravens diffuse la frase, ricevette molte critiche, e quel tweet è stato cancellato nei giorni scorsi). Il giorno dopo che a Rice venne formalizzata l’accusa di aggressione, Janay Palmer decise di sposarlo.

ravenstweet

L’8 settembre TMZ ha diffuso una seconda e più completa versione del video che mostra Rice colpire Janay Palmer violentemente al volto, tanto da farle perdere i sensi. Non è chiaro se ci siano stati altri episodi di violenza di Rice sulla moglie. Quello che si sa per certo, sono i contenuti di quel video e le parole di lei. Sulle quali ci sono state reazioni molto contrastanti tra loro, sui giornali e sui media. Alcuni si sono concentrati sul fatto che la pubblicazione del video ha rappresentato un nuovo caso di violazione della privacy nella vita di una donna, altri hanno sostenuto che invece è stata necessaria; altri ancora hanno provato a commentare o a spiegare il comportamento di Janay Palmer (e anche qui, con almeno due posizioni differenti).

Pubblicare o non pubblicare?
Tutti i maggiori siti di news e dei giornali del mondo hanno condiviso o pubblicato direttamente negli articoli che riguardavano questa storia il video con le immagini dell’aggressione di Rice alla moglie. In un secondo tempo, molte giornaliste e giornalisti (anche di quegli stessi siti) hanno sostenuto che il video non andava messo a disposizione del pubblico.

Amy Davidson sul New Yorker e Juliet Macur sul New York Times si sono chieste se e perché la pubblicazione del secondo video fosse necessaria: certamente la scena completa mostra in modo innegabile quello che è successo. Ma non bastavano le prime immagini (le indagini della polizia e l’accusa di aggressione a Rice) per capire «che era stato commesso un reato?», scrive Macur. E non bastavano le prime immagini, scrive Davidson, per capire che tra un giocatore di football americano e sua moglie non sarebbe stata «una lotta alla pari?». Evidentemente il primo video non era sufficiente, per molti, ad assegnare fuori da ogni ragionevole dubbio la colpa a Rice, e il fatto che sia stato necessario mostrare loro il secondo è un segno della persistenza di «ostinate razionalizzazioni che proteggono la violenza domestica».

Christopher Massie della Columbia Journalism Review ha paragonato la reazione dei media di fronte al caso del video di Palmer e a quelli delle decapitazioni dell’ISIS che mostrano la morte di James Foley e Steven Sotloff. Né il New York Times né il New Yorker hanno pubblicato il video di Foley sui loro siti web, ma entrambi hanno inserito il video di Rice nei loro articoli, dice Massie, anche dopo le parole di lei. «Naturalmente, le circostanze che hanno a che fare con il video di Rice sono molto diverse da quelle del video di Foley. Vi è, innanzitutto, una differenza fondamentale tra un’uccisione e un pugno, non importa quanto disgustoso sia». Mentre però il video della morte di Foley non ha fatto molto probabilmente cambiare a nessuno il parere nei confronti dei suoi assassini, «l’evidenza visiva della brutalità di Ray Rice ha contribuito alla sua sospensione a tempo indeterminato da parte della NFL».

Molti editorialisti hanno scritto di essere contrari alla pubblicazione del video per due motivi in particolare: quelle immagini costituiscono un’ulteriore violenza su Janay Palmer, e non avranno effetti reali nella presa di coscienza delle persone sulla violenza di genere. Dave Zirin, giornalista sportivo di The Nation ha raccontato di essere venuto a sapere della pubblicazione del secondo video da una trasmissione radiofonica in cui si facevano molte domande: come reagirà la NFL? E i tifosi cosa diranno? Ma l’unica domanda che secondo lui avrebbe avuto un senso (e anche la più evidente) non veniva posta: cosa pensa e come sta Janay Rice?

«L’assenza di preoccupazione per Janay Rice sulla stampa, sui social media, tra i miei stessi colleghi, è la parte più sconfortante di tutto questo calvario. Nessuno si preoccupa del fatto che lei ora è costretta a rivivere l’incidente più e più volte. Nessuno si preoccupa che il mondo sia venuto a conoscenza di quello che potrebbe essere il momento più umiliante di tutta la sua vita».

Zirin scrive di aver passato quella stessa mattina a parlare con le persone che lavorano con le donne vittime di violenza e che tutte, senza eccezione, gli hanno spiegato la stessa cosa: e cioè che la pubblicazione del video sarebbe stata «terribilmente dannosa per Janay Palmer Rice. Come avremmo tutelato il nome di una presunta vittima di stupro, come non avremmo pubblicato un video di Ray Rice che commette una violenza sessuale, così non avremmo dovuto mostrare il video come se fosse un altro episodio di “Celebrità che si comportano male”». «Quello che conta», conclude Zirin, «sarebbe sapere che cosa vuole Janay Palmer». Qualche ora dopo aver scritto il suo articolo, è arrivata la risposta. Janay Palmer ha pubblicato su Instagram le sue dichiarazioni e Zirin ha aggiornato il suo pezzo dicendo che qualsiasi sito che si preoccupa davvero per la violenza contro le donne dovrebbe togliere quel video dalle proprie homepage.

Una posizione molto simile è stata presa anche da due autrici femministe che scrivono sul Guardian: Jessica Valenti e Hannah Giorgis. Quest’ultima, in particolare, dice che «le vittime di abusi sono sempre state costrette a raccontare i loro traumi a un pubblico più intento a definire il loro essere vittime che non a fare giustizia». La pubblicazione di quei momenti comporta «avere milioni di persone che sezionano le tue ferite, non per guarirle, ma per decidere se le lesioni siano abbastanza profonde perché tutti possano soffrire per te». In tutto questo, il dolore di Janay Palmer è stato minimizzato e le sue parole messe in discussione: «Riproducendo il trauma delle vittime più e più volte, le abbiamo solo esposte a un male maggiore».

Perché non l’ha lasciato?
Hannah Giorgis e Jessica Valenti scrivono poi che l’esposizione della violenza che ha subito Palmer ha portato alle domande che vengono poste quotidianamente quando si parla di violenza domestica: “Perché l’ha sposato dopo che lui l’aveva picchiata?” “Perché non l’ha lasciato?”. Si tratta di «un’accusa mascherata da preoccupazione», dice Georgis. La prima vera preoccupazione non dovrebbe essere il motivo per cui lei è rimasta con lui – cosa che implica in qualche modo che la vittima sia responsabile di quello che ha subito – ma le azioni di lui: «Quando le vittime rivelano le loro esperienze (o le loro esperienze sono rivelate da qualcun altro), gli spettatori si formano delle risposte preconfezionate, piuttosto che ascoltare le vittime stesse: è più facile credere che una donna abbia “provocato” la violenza di un uomo apparentemente tranquillo. Ed è più facile concepire Palmer come complice della sua aggressione piuttosto che rendersi conto che quasi la maggior parte delle donne uccise dai loro partner sono state uccise proprio mentre cercavano di lasciarli».

Su Cosmopolitan, Roxane Gay dice che tutti hanno molte idee su ciò che le donne intrappolate in relazioni violente dovrebbero fare:

«Abbiamo opinioni su quello che avremmo fatto nella sua situazione, come se il nostro fare ipotesi avesse qualche somiglianza con l’esperienza vissuta. Avrebbe dovuto lasciarlo. Avrebbe dovuto sporgere denuncia. Avrebbe dovuto ottenere un ordine restrittivo. Sarebbe dovuta andare in un rifugio antiviolenza. E quando una donna non fa le scelte che approviamo, lei, piuttosto che il suo violentatore, deve assumersi la responsabilità della sua sofferenza. (…) Noi non vogliamo sentire storie vere su cosa vuol dire sopportare tali rapporti. Non vogliamo sentire come l’amore e la paura e l’orgoglio e la vergogna facciano parte delle decisioni che prendiamo nelle relazioni violente. Non vogliamo sentire la verità perché è troppo complicata. (…) Noi costringiamo queste donne al silenzio e all’invisibilità a meno che non facciano le scelte che vogliamo che facciano. In un mondo perfetto, sì, una donna dovrebbe uscire da un rapporto in cui viene abusata. Dovrebbe disporre dei mezzi emotivi, fisici e finanziari per farlo. Dovrebbe essere sostenuta dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario. Dovrebbe ricevere consulenza e sostegno. Le dovrebbe essere dato un passaggio sicuro per una nuova vita. Il mondo perfetto è costituito da troppi “dovrebbe”. Non viviamo in un mondo perfetto. Noi viviamo in questo brutto pasticcio di mondo, un mondo in cui Janay Palmer non è stata davvero creduta finché non abbiamo avuto una testimonianza incontrovertibile».

Sul New York Times è stato chiesto il parere di Karma Cottman, direttrice di DC Coalition, un’associazione contro la violenza domestica. Cottman spiega perché il dibattito pubblico che si è sviluppato intorno alla storia di Janay Palmer «potrebbe ritorcersi contro» di lei e potrebbe essere dannoso per tutte le donne in vittime di abuso: non fa che confermare una serie di stereotipi e luoghi comuni intorno a questi temi che sono sbagliati e controproducenti. Cottman dice che quando una vittima si rivolge alla sua associazione per chiedere aiuto, la domanda “Perché non l’hai lasciato?” è anche l’ultima da fare dato che aumenta il senso di isolamento e impotenza che sono parte del ciclo della violenza domestica. Su Time Craig Malkin, psicologo alla Harvard Medical School cerca di spiegare la dinamica della violenza domestica: «Le persone finiscono per incolpare loro stesse per il comportamento violento dei loro partner. Si convincono che se si avvicinano a quella persona in modo diverso, forse non subiranno abusi». Malkin paragona poi la relazione con un partner violento alla dipendenza da gioco: «La persona abusata è focalizzata sul positivo e in attesa di un prossimo positivo. Si tratta di un effetto psicologico, come nel gioco d’azzardo: i momenti di tenerezza e intimità sono imprevedibili, ma sono così intensi e appaganti che la vittima finisce per restare nella speranza che un momento del genere accadrà di nuovo».

Jessica Valenti, sul Guardian, suggerisce quindi l’atteggiamento che si dovrebbe avere nei confronti di Janay Palmer: non di giudizio né, tantomeno, di accusa, ma di compassione: «Voglio che Ray Rice sia punito per quello che ha fatto, ma quello che voglio di più è che Janay Rice venga ascoltata, anche se non siete d’accordo con quello che dice o con la sua scelta di rimanere. Nessuno conosce la sua vita meglio di lei. La cosa migliore che possiamo fare con le sopravvissute è ascoltarle. Solo loro possono dirci quello di cui hanno bisogno».

Molte “sopravvissute” hanno infatti parlato dopo la storia del video: su Twitter con l’hashtag #WhyIstayed (perché sono rimasta) e con quello #WhyIleft (perché l’ho lasciato) migliaia di donne hanno raccontato le loro esperienze. Il tema che evocano le parole di Valenti è quello di cosa si possa fare pubblicamente e per chi: e che mobilitazioni ed editoriali e commenti debbano forse avere come obiettivo l’educazione degli uomini (ma di tutti, su questo tema) piuttosto che la pretesa protezione delle donne, che forse non si ottiene con gli editoriali e i commenti da lontano.

E Ray Rice
Diversi articoli americani si sono occupati di Ray Rice, e non solo della sua carriera sportiva e delle implicazioni sul campionato NFL (a loro si è probabilmente rivolto Barack Obama commentando che “fermare la violenza domestica è più importante del football”). Sul Baltimore Sun Susan Reimer citando le diverse risposte date sulla situazione psicologica di Janay Palmer si chiede: «Scommetto che ognuno di questi esperti, se gli venisse chiesto, direbbe che forse la cosa peggiore che si può fare ad una famiglia che attraversa questo tipo di crisi è quella di rendere l’aggressore disoccupato e inabile, esattamente quello che i Ravens e la NFL hanno fatto con Rice. Non solo gli hanno portato via la sua vita – probabilmente per sempre – ma lo hanno isolato dai suoi amici e compagni di squadra e lo hanno bandito da un’organizzazione che ha le risorse per aiutare lui e la sua famiglia».

Sul Washington Post Diana Reese scrive che lasciare un marito violento «non è un evento puntuale, ma un processo», che i Rice hanno una figlia e che questo rappresenta una forte motivazione a cercare di salvare il loro rapporto. E dice: «Janay Rice non vuole lasciare il marito. Quindi questo matrimonio può essere salvato? Dovremmo smettere di “demonizzare” Ray Rice, come ha suggerito Ben Carson?». Benjamin Carson, medico statunitense, ex direttore di neurochirurgia pediatrica al Johns Hopkins Hospital (e potenziale candidato alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2016, secondo recenti cronache) ha infatti consigliato di non saltare sul carro della demonizzazione di Rice: «Lui ha evidentmente dei problemi reali. E sua moglie li conosce, ovviamente, perché poi lo ha sposato. Entrambi hanno bisogno di aiuto».