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  • sabato 9 agosto 2014

Obama e gli attacchi aerei sull’Iraq

Potrebbero continuare per mesi e servono per frenare l'avanzata dello Stato Islamico verso est: intanto proseguono i tentativi per formare un nuovo governo a Baghdad

In un discorso tenuto sabato pomeriggio, il presidente statunitense Barack Obama ha detto che gli attacchi aerei cominciati venerdì in Iraq contro alcune postazioni di artiglieria dello Stato Islamico (IS) – prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) – potrebbero andare avanti per mesi. Gli Stati Uniti potrebbero quindi proseguire l’offensiva aerea per frenare l’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico verso Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Nel frattempo, ha detto Obama, andranno avanti gli sforzi per cercare di favorire un accordo per la formazione di un nuovo governo a Baghdad, con un primo ministro che sostituisca Nuri al-Maliki, ormai inviso a tutte le forze politiche irachene. Obama ha anche detto che i soldati americani contribuiranno a creare una specie di “corridoio di sicurezza” sulle montagne di Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq, per permettere alle centinaia di famiglie intrappolate lì da diversi giorni di scendere e mettersi in salvo. Le migliaia di persone di etnia yazidi ora sulle montagne erano state allontanate dalle loro case proprio dai miliziani dello Stato Islamico. Venerdì, oltre gli attacchi aerei, è cominciato anche il lancio di aiuti umanitari alla popolazione irachena, e in particolare agli yazidi sulle montagne di Sinjar.

Gli attacchi compiuti finora – che sono la maggiore operazione militare americana in Iraq dal ritiro dei soldati statunitensi nel 2011 – sono stati fatti con dei caccia F-18 e dei droni Predator: si sono diretti contro delle postazioni mobili di artiglieria usate dall’IS per attaccare i curdi nei pressi di Erbil, dove tra le altre cose vivono migliaia di americani. Per il momento, quindi, l’obiettivo militare americano in Iraq è molto limitato e non prevede l’eliminazione completa dello Stato Islamico.

Il portavoce del dipartimento della Difesa, il contrammiraglio John Kirby, ha detto che i combattenti dello Stato Islamico che si trovavano vicino alle postazione di artiglieria colpite sono state “eliminati con successo”, anche se non ha specificato il numero delle persone uccise. Funzionari curdi hanno detto che la prima serie di attacchi statunitensi, quelli compiuti nel primo pomeriggio di venerdì, sono stati diretti attorno a Mahmour, una città vicino a Erbil. I caccia americani sono partiti dalla portaerei George H.W. Bush che si trova nel Mare Arabico. Intanto i britannici, stretti alleati degli americani nelle guerre in Iraq e in Afghanistan, hanno detto che non parteciperanno all’azione militare, ma che forniranno aiuto umanitario e tecnico alle operazioni di soccorso della popolazione in difficoltà. Anche la Turchia, paese membro della NATO e confinante con il nord dell’Iraq, ha detto che aumenterà gli aiuti umanitari nella regione.

Nell’ultima settimana l’avanzata dello Stato Islamico in Iraq e nell’est della Siria – è stata molto rapida e inaspettata anche per il governo statunitense. In Iraq i miliziani del gruppo si sono scontrati direttamente con i “Peshmerga”, le milizie curde che fanno riferimento al governo del Kurdistan Iracheno, una cosa che fino a quel momento non era ancora successa con grande intensità (sia l’IS che i curdi si erano concentrati più a sfidare l’esercito iracheno e le milizie sciite che lo sostengono). Prima degli attacchi aerei statunitensi, i miliziani dell’IS erano arrivati a circa 40 chilometri da Erbil, dove la situazione era piuttosto tranquilla. L’avanzata dello Stato Islamico ha creato molta apprensione in Kurdistan: alcuni giornalisti hanno scritto che moltissimi curdi si sono diretti all’aeroporto di Erbil nel tentativo di prendere un aereo per Baghdad, capitale dell’Iraq a maggioranza sciita ancora sotto il solido controllo del governo iracheno.

Venerdì 8 agosto un account Twitter legato allo Stato Islamico ha fatto ricircolare un messaggio diretto agli Stati Uniti e attribuito al leader dell’IS, Abu Bakr al-Baghdadi, che il 5 luglio scorso ha fatto la sua prima apparizione in video nella città di Mosul, in Iraq (di lui esistevano fino a quel momento solo un paio di vecchie foto). Nel video diffuso dall’IS si sente: «Dovreste saperlo, voi difensori della croce, che lasciare che gli altri combattano per voi non porterà a niente in Siria, tanto meno in Iraq. E molto presto sarete coinvolti in uno scontro diretto – forzati a entrarci, se Dio vuole. Quindi aspettate, e aspetteremo anche noi».

Un’altra cosa che preoccupa molto gli iracheni e gli americani è la recente conquista dello Stato Islamico della diga di Mosul, a nord della città di Mosul, una delle infrastrutture più importanti di tutto il paese. Controllare la diga di Mosul significa soprattutto per i miliziani dell’IS gestire l’acqua – fornendola ai territori sotto il loro controllo e limitandola ai territori sotto il controllo governativo – e avere in mano una potenziale arma che potrebbe fare dei danni enormi in territorio iracheno, anche fino a Baghdad (alcuni giornalisti hanno fatto notare che la distruzione della diga avrebbe effetti devastanti sulla popolazione).

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