Il mito del pesce che fa bene al cuore

È basato su uno studio degli anni Settanta e su un grande fraintendimento: che gli omega-3 aiutino davvero contro le malattie cardiache è tutto da dimostrare

di Elizabeth Preston - Slate

Negli anni Settanta, un paio di ricercatori danesi si spinse oltre il circolo polare artico per occuparsi della medicina tradizionale di quei luoghi. Studiando la popolazione degli Inuit, gli studiosi arrivarono alla conclusione che mangiare molto pesce e altri animali marini li avesse protetti dalle malattie cardiache. I ricercatori avrebbero quindi suggerito che il cuore e le arterie di chiunque avrebbero potuto beneficiare della “dieta degli eschimesi”, promuovendo abitudini alimentari che continuano ancora oggi. Il problema è che i due danesi non provarono mai che tra gli Inuit il tasso di malattie cardiache fosse più basso rispetto a quello di altre popolazioni. A dirla tutta non provarono nemmeno a verificarlo. Il mercato delle pillole a base di olio di pesce continua a crescere ancora oggi, nonostante gli scienziati con i loro test non abbiano ancora trovato prove solide a sufficienza sui benefici alla salute del cuore.

Hans Olaf Bang e Jørn Dyerberg lavoravano come chimici presso l’Aalborg Universitetshospital in Danimarca. Incuriositi dalle abitudini alimentari degli Inuit, organizzarono una spedizione nel nord-ovest della Groenlandia, descrivendo ciò che avevano osservato in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Lancet nel 1971. Si fermarono in una città che si chiama Uummannaq. La popolazione nei vari accampanti della zona era di circa 1350 persone, che vivevano grazie a ciò che riuscivano a cacciare e a pescare in una terra non molto ospitale.

I ricercatori prelevarono il sangue da 130 nativi. Lo confrontarono con quello dei danesi e notarono che aveva livelli inferiori di colesterolo e trigliceridi. Era presente inoltre una maggiore concentrazione di molecole conosciute come “omega-3”, acidi grassi comuni nei pesci oleosi che vivono nelle acque più fredde. In un successivo viaggio in cui si spinsero più a nord, Bang e Dyerberg chiesero per qualche giorno agli Inuit di controllare alcuni campioni dei pasti che consumavano. L’analisi chimica dei campioni dimostrò che, rispetto ai danesi, gli Inuit mangiavano quantità maggiori di proteine, assumevano più colesterolo e una proporzione più alta di acidi grassi omega-3. La scoperta non era poi così sorprendente: per metterla come scrissero i ricercatori, la dieta degli Inuit era “costituita in buona parte da carne di balene, foche, uccelli marini e pesce”, con il principale apporto di carboidrati dato da “una sorta di galletta”.

Da una simile dieta ricca di carne ci si aspetterebbe una ricetta che porta dritto verso le malattie cardiache. Ma gli autori ipotizzarono che la presenza in grande quantità di omega-3 costituisse una protezione per gli Inuit. Intorno agli anni Ottanta, i ricercatori suggerirono che seguendo una simile dieta sarebbe stato possibile prevenire problemi cardiaci nelle persone che, a differenza dei fortunati Inuit, erano più esposte a questo tipo di patologie.

Come facevano a sapere che gli Inuit non fossero soggetti alle malattie cardiache? Bang e Dyerberg erano nutrizionisti, non cardiologi: non esaminarono il cuore di nessuno. Fecero affidamento sui dati forniti dalle autorità sanitarie della Groenlandia riferite a parte degli anni Sessanta e dei Settanta. Queste informazioni, basate sui certificati di morte e sui ricoveri in ospedale, comprendevano un numero molto limitato di casi di attacchi cardiaci nella zona di Uummannaq.

Ma c’è un problema nel basarsi sui registri sanitari in una parte del mondo così remota a tal punto in cui circa un terzo della popolazione vive in accampamenti in cui non è presente nemmeno un medico. Ciò significa che molti certificati di morte furono compilati da chissà chi, senza che un medico avesse la possibilità di controllare il corpo. Qualcuno con sintomi riconducibili a un attacco cardiaco probabilmente non era vicino a sufficienza a un ospedale per ricevere le cure necessarie. E anche se le avesse ricevute, l’ospedale avrebbe probabilmente avuto strumentazioni limitate per eseguire una diagnosi completa. Inoltre, il 20 per cento degli attacchi cardiaci causa una morte improvvisa.

Date le circostanze, come sarebbe stato possibile registrare tutti gli attacchi cardiaci verificatisi in un certo periodo in posti remoti nei registri medici? George Fodor, un cardiologo dell’University of Ottawa Heart Institute spiega che “sarebbe stato altamente improbabile” farlo. Fodor studia da anni gli attacchi cardiaci e le possibili soluzioni per prevenirli. Ciò che è più probabile spiega, è che i numeri utilizzati da Bang e Duerberg sottostimassero notevolmente il tasso di attacchi cardiaci tra gli Inuit.

In un recente studio pubblicato sulla rivista Canadian Journal of Cardiology, Fodor e i suoi coautori hanno messo insieme tutte le ricerche che sono stati in grado di trovare sulle malattie cardiovascolari tra gli Inuit in Groenlandia, Canada e negli Stati Uniti. In una ristretta serie di ricerche si parlava di un minore tasso di malattie cardiache, ma nella maggior parte c’erano conclusioni sul fatto che le malattie cardiovascolari fossero comuni tra gli Inuit quanto nelle altre popolazioni, se non più diffuse ancora. Gli studi più recenti potrebbero essere viziati dal fatto che adesso gli Inuit hanno una dieta molto più simile a quella occidentale rispetto a quella rilevata da Bang e Dyerberg negli anni Settanta. Ma una ricerca pubblicata da un medico danese nel 1940 descriveva ugualmente livelli più alti di malattie cardiache nelle popolazioni di Inuit in Groenlandia.

Ciò che più conta per un ricercatore che si occupa di malattie, spiega Fodor, è il tasso di mortalità complessivo: “conta il numero di corpi”. Uno studio ha rilevato che dagli ultimi anni Sessanta ai primi Ottanta, gli Inuit sono morti per le cause più disparate a un tasso che è quasi il doppio rispetto a quello dei Danesi: non proprio uno stile di vita cui aspirare.

Quando Bang e Dyerberg raccontarono ciò che avevano visto e fatto in Groenlandia, furono molto schietti. Non avevano intenzione di ingannare nessuno. Eppure il loro messaggio fu stravolto e fu citato e stracitato in intere generazioni di ricerche scientifiche. Bang e Dyerberg, hanno scritto fiduciosamente altri autori, andarono in Groenlandia e scoprirono che gli Inuit avevano un tasso più basso di malattie cardiache. Era diventato un fatto.

Questa favoletta viene ancora raccontata in nuovi studi sugli omega-3. Fodor ha trovato riferimenti in ricerche pubblicate sul New England Journal of Medicine (“Bang e Dyerberg […] confermarono un’incidenza molto bassa di infarti del miocardio”), su Circulation (“epidemiologi osservarono un tasso inferiore di malattie cardiache tra i nativi dell’Alaska e della Groenlandia che consumavano grandi quantità di pesce”), e su diverse altre grandi pubblicazioni.

Oggi l’American Heart Association dice che le persone con malattie alle coronarie dovrebbero assumere quotidianamente integratori a base di oli di pesce. Le linee guida nutrizionali negli Stati Uniti, Canada ed Europa consigliano di assumere pesce due volte la settimana. Eppure, nonostante tutto l’entusiasmo degli ultimi decenni, questi acidi grassi così famosi hanno portato a risultati contraddittorii nei test clinici.

Uno di questi test clinici è ancora in corso ed è stato organizzato dal Brigham and Women’s Hospital, una struttura convenzionata con l’Harvard Medical School. Il “Vitamin D and Omega-3 Trial”, VITAL, è stato avviato per rilevare l’influenza degli omega-3 e della vitamina D negli adulti di buona costituzione.

Il principale autore della ricerca è JoAnn Manson: dice che i risultati ottenuti dal vecchio studio danese non hanno molta importanza ai fini dell’attuale ricerca. “Non ho mai prestato grande attenzione” a quel tipo di ricerca, spiega, perché i cosiddetti “studi ecologici” – che prendono in considerazione un’intero gruppo di persone in una sola volta invece dei singoli individui – sono spesso viziati dalla presenza di numerose variabili: anche quando a differenza di Bang e Dyerberg i ricercatori valutano direttamente l’incidenza della malattia che stanno studiando.

Ciò che davvero importa è quello che avviene dopo, con passaggi più rigorosi. Manson ricorda che “corretti o meno, gli studi ecologici portano a una ipotesi” che deve poi essere verificata. Nel caso specifico, l’ipotesi era che la “dieta degli eschimesi” ricca di omega-3 potesse proteggere contro le malattie cardiache. Il passaggio successivo fu la ricerca in laboratorio per scoprire i meccanismi della cosa. Gli scienziati trovarono qualche indizio sul fatto che gli omega-3 possano ridurre i trigliceridi, prevenire aritmie cardiache e ridurre le infiammazioni: tutte cose che potrebbero essere positive per la salute del cuore. Poi arrivarono gli studi basati sulle osservazioni nel lungo periodo, e alcuni di questi dimostrarono un legame tra mangiare pesce e avere un cuore più sano, ma Manson ricorda che queste ricerche non provarono un nesso causale. Le persone che mangiano più pesce, per esempio, probabilmente lasciano meno spazio nella loro dieta a cibi più dannosi o hanno in generale stili di vita più sani.

Per capire davvero se gli omega-3 costituiscano una protezione per il cuore, abbiamo bisogno di una ricerca che vada un passo oltre: test clinici su larga scala. Un paio di trial con omega-3 hanno dato risultati positivi, ma sono stati realizzati senza gruppi di controllo (quelli a cui vengono date a loro insaputa pillole che non fanno nulla per verificare se quelle che invece fanno qualcosa funzionino davvero). Più di recente, altri test con gruppi di controllo non hanno portato a rilevare particolari benefici legati all’assunzione di omega-3. Il problema è che questi studi sono stati realizzati su pazienti che avevano già malattie cardiache: non si sono quindi occupati di verificare se gli omega-3 potessero portare benefici a persone sane. VITAL seguirà più di 25mila persone in salute, ad alcune di queste saranno somministrate pillole con omega-3, mentre ad altri del gruppo di controllo no. Il test ha una durata di 5 anni e solo nel 2018 avremo una risposta.

Manson non si è fatta un’idea definitiva e dice che il test potrebbe andare in una direzione o in quella completamente opposta. Gli oli di pesce potrebbero essere un modo economico ed efficace per proteggere la salute delle persone, oppure potrebbero essere del tutto inutili. Non lo sappiamo.

©Slate

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