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  • martedì 15 luglio 2014

Cosa succede a “Europa”

Stefano Menichini spiega perché il giornale che dirige, pur non avendo un euro di debiti, in mancanza di "fatti nuovi" chiuderà il 30 settembre

di Stefano Menichini

Stefano Menichini spiega perché l’editore del giornale che dirige, Europa, ha deciso di chiudere la testata il 30 settembre in assenza di “fatti nuovi”, benché a oggi l’azienda non abbia debiti. Europa è uno dei due giornali “di area” del Partito Democratico – che però non ha quote societarie – insieme all’Unità, quotidiano più grande e antico anch’esso in grande difficoltà e con un orizzonte di vita ancora più breve, salvo fatti nuovi: il 30 luglio.

C’è una decisione del consiglio d’amministrazione che fissa una deadline, c’è una dura pronuncia del comitato di redazione, ci sono domande e preoccupazioni che vengono dai nostri lettori e da chi ci segue sulla rete, c’è la coincidenza con altre crisi editoriali importanti. È giusto dare qualche ragguaglio più preciso sulla situazione di Europa.

È vero che viaggiamo con una data di scadenza. È il 30 settembre prossimo. Il cda delle edizioni Europa ha deciso mesi fa, e ha ribadito lo scorso 4 luglio, che se prima di quel momento non interverranno «fatti nuovi» il giornale cesserà le pubblicazioni.
È una scelta abbastanza inconsueta nel mondo editoriale, ma ha una sua spiegazione. Europa non ha debiti, anzi è creditrice nei confronti dello Stato dei rimborsi pubblici che come è noto vengono erogati con molto ritardo. In genere, quando si arriva a momenti di difficoltà, gli editori cercano di prendere tempo ricorrendo a forme varie di anticipi finanziari. In questo caso s’è deciso diversamente: calcolato e accantonato tutto quanto è di spettanza di dipendenti e fornitori, Europa vuole chiudere un giorno prima di cominciare a far debiti. Una scelta virtuosa, ma in verità anche obbligata: dall’estate 2012 i nostri “editori” sono i liquidatori della ex Margherita, dunque un collegio di professionisti che gestisce il patrimonio residuo di quel partito disciolto senza avere il mandato (né la volontà) di indebitare un soggetto giuridico esistente ma in via di estinzione.

Se Europa rischia di chiudere è dunque per ragioni esclusivamente di conto economico. In altre condizioni, una testata che s’è fatta un buon nome e ha conquistato un suo pubblico troverebbe le vie per sopravvivere, in attesa degli eventi.

Dopo undici anni di pubblicazioni, la storia recente del nostro giornale è esattamente la storia del tentativo di dare risorse ed equilibrio a un’azienda nata in un’altra era politica, quando era considerato giusto e sostenibile un sostanzioso finanziamento pubblico a giornali (politici, di partito, cooperativi) che non avrebbero trovato risorse sufficienti sul mercato.

Quel sostegno, non ho problemi a ribadirlo oggi, continua a essere una cosa giusta. Solo dei fanatici neoliberisti potrebbero negare che ci sono materie e produzioni della cui sopravvivenza la collettività può farsi carico, perché altrimenti le logiche del mercato non li ammetterebbero. L’editoria è un caso tipico, non l’unico. In generale lo sono tutte le produzioni culturali, intellettuali, artistiche, ma ce ne sono altre. Tutti i paesi occidentali prevedono forme di sostegno pubblico all’editoria, l’Italia non è neanche la più generosa. È considerato un fattore di civiltà e di democrazia.

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