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  • giovedì 22 maggio 2014

Perché riaprono l’inchiesta su Marco Biagi

Chi era il professore ucciso a Bologna nel 2002 e perché l'ex ministro Scajola è di nuovo accusato di non avere fatto quello che avrebbe dovuto

La procura di Bologna ha aperto una nuova inchiesta sulla mancata concessione della scorta a Marco Biagi, il professore esperto di diritto del lavoro ucciso dal movimento armato di estrema sinistra “Nuove Brigate Rosse” il 19 marzo del 2002. Si ipotizza il reato di «omicidio per omissione», al momento contro ignoti: l’inchiesta è nata da una serie di appunti (si parla in particolare di due lettere) trovati lo scorso luglio a casa di Luciano Zocchi, ex capo della segreteria dell’allora ministro Claudio Scajola. Nel 2002 Scajola era ministro dell’Interno e attualmente si trova in carcere per aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia. La scorta venne data a Marco Biagi nel 2000, gli fu tolta nel 2001 e mai più riaffidata nonostante le minacce ricevute e denunciate dal giuslavorista. Scajola si dimise dopo aver detto che Biagi si era comportato da «rompicoglioni». Dalle nuove lettere risulterebbe che Scajola era direttamente a conoscenza dei rischi che stava correndo Biagi, mentre lui ha sempre sostenuto di non sapere nulla.

Chi era Marco Biagi
Marco Biagi nacque a Bologna il 24 novembre del 1950, si laureò in Giurisprudenza iniziando ad occuparsi di politiche del lavoro e di diritto comparato del lavoro. Lavorò come professore ordinario nel dipartimento di Economia Aziendale all’Università di Modena e Reggio Emilia, fu direttore scientifico dell’Istituto di ricerca e formazione della Lega delle cooperative, ottenne incarichi anche nelle istituzioni europee e nel 1991 fondò il Centro Studi Internazionali e Comparati.

Negli anni Novanta Marco Biagi collaborò con le istituzioni per la progressiva riforma del mercato del lavoro, attirandosi le critiche da parte di chi si opponeva al cambiamento delle norme. Nel 1993 diventò membro di una commissione ministeriale di esperti, messa insieme per organizzare una riforma degli orari di lavoro in Italia, e due anni dopo divenne consigliere di Tiziano Treu, che all’epoca era ministro del Lavoro di un governo di centrosinistra. Nel 1996 fu nominato a capo di una commissione per la preparazione di un testo unico sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e successivamente divenne consulente del nuovo ministro del Lavoro Roberto Maroni (nel frattempo era arrivato al governo il centrodestra). Nel 2001, con Roberto Maroni, presentò il “Libro Bianco”, che conteneva una serie di ampie proposte per modificare il mercato del lavoro e che divenne la base della cosiddetta “legge Biagi”, approvata un anno dopo la morte del suo ispiratore.

(Il Libro Bianco e la legge Biagi)

La sera del 19 marzo 2002 Marco Biagi scese dal treno che lo aveva portato da Modena a Bologna e montò in bicicletta per andare a casa sua. Lì ad attenderlo trovò due persone a bordo di un motorino che gli andarono incontro sparando sei colpi e allontanandosi poi velocemente. Pochi minuti dopo, nonostante gli sforzi degli operatori di un’ambulanza arrivata sul posto, Biagi morì a causa delle ferite. La sera stessa dell’omicidio decine di quotidiani e agenzie di stampa ricevettero una email contenente una rivendicazione da parte delle “Nuove Brigate Rosse” in cui si diceva che l’omicidio si era reso necessario per attaccare «la frazione dominante della borghesia imperialista nostrana», accusata dai brigatisti di voler governare la crisi e «il conflitto di classe» attraverso un accentramento dei poteri tesa a favorirla.

Un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato Marco Biagi consulente del ministro del lavoro Maroni, ideatore e promotore delle linee e delle formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione della regolazione dello sfruttamento del lavoro salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni neocorporative tra Esecutivo, Confindustria e Sindacato confederale, quanto della funzione della negoziazione neocorporativa in rapporto al nuovo modello di democrazia rappresentativa.

I processi per l’omicidio Biagi si svolsero tra il giugno del 2005 e la fine del 2007. In primo grado la Corte d’Assise di Bologna condannò a cinque ergastoli i componenti delle “Nuove Brigate Rosse”: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini. In secondo grado a Boccaccini furono riconosciute le attenuanti generiche e la pena gli fu ridotta a 21 anni di reclusione. La Corte di Cassazione nel 2007 confermò la sentenza di secondo grado.

La questione della scorta
Pochi mesi prima dell’attentato, il ministero dell’Interno che era guidato all’epoca da Claudio Scajola aveva deciso di revocare la scorta a Marco Biagi, richiesta dallo stesso giuslavorista che temeva attacchi da parte degli estremisti di sinistra. Biagi spiegò di aver ricevuto minacce e inviò lettere a diversi esponenti politici per avere qualche forma di tutela: la scorta gli fu data nel 2000, tolta nel 2001 e mai più riaffidata. Durante il processo emerse che i brigatisti scelsero Biagi come obiettivo anche in virtù del fatto che non era più sotto scorta. Nell’estate del 2002 Scajola si dimise da ministro in seguito ad alcune sue frasi colte da alcuni giornalisti mentre era in una visita ufficiale a Cipro. Scajola disse che se ci fosse stata la scorta quella sera a Bologna i morti sarebbero stati tre, e che Biagi non era così centrale per la riforma del lavoro, ma più che altro «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».

La prima inchiesta sulla revoca della scorta e la sua riapertura
Nel 2004, sempre a Bologna, era già stata aperta un’inchiesta per «cooperazione colposa in omicidio» ma venne archiviata perché non vennero trovate circostanze di rilievo penale nella catena che portò alla revoca della scorta di Biagi. La riapertura dell’inchiesta – voluta dal procuratore Roberto Alfonso e dal sostituto Antonello Gustapane, lo stesso pm che aveva chiesto l’archiviazione nel 2004 – deriverebbe da una serie di nuovi documenti sequestrati a casa di Luciano Zocchi, ex segretario di Scajola, durante una perquisizione nell’ambito di un’indagine su una presunta truffa a danno sei salesiani.

In particolare sarebbero state trovate una o due lettere (non è ancora chiaro) di un politico in cui si chiedeva aiuto per la scorta a Biagi: lettere (ed è questa la cosa nuova) che sarebbero state vistate personalmente dall’ex ministro Scajola. Scajola sarebbe stato insomma direttamente a conoscenza della questione mentre ha sempre sostenuto di non sapere nulla dei rischi che stava correndo Biagi. Di una lettera di allarme sul pericolo che stava correndo Biagi si era già parlato nell’aprile del 2005, durante il processo per l’omicidio a Bologna: Maurizio Sacconi, sottosegretario al lavoro in quel governo Berlusconi e molto vicino al giuslavorista (aveva collaborato con lui per la stesura del Libro Bianco), raccontò che qualche giorno prima dell’omicidio venne inviata al ministro «una lettera molto forte per ottenere la protezione di Biagi, che il ministro non firmò perché non era a Roma: l’avrebbe firmata il mercoledì successivo» (Biagi fu ucciso il martedì). Potrebbe dunque trattarsi della stessa lettera ritrovata ora. In un’intervista di oggi al Corriere della Sera, Luciano Zocchi ha dichiarato:

«Il 15 marzo 2002, quattro giorni prima dell’omicidio di Marco Biagi, consegnai due lettere al ministro dell’Interno Claudio Scajola con le richieste dell’onorevole Maurizio Sacconi e del direttore generale di Confindustria Stefano Parisi perché fosse data la scorta al giuslavorista bolognese. Scajola mente quando dice che nessuno l’aveva informato del pericolo.»

Nella stessa intervista, Zocchi spiega di aver sempre fotocopiato e archiviato ogni documento e che la segnalazione dei pericoli che stava correndo Biagi gli venne inizialmente comunicata da Enrica Giorgetti, la moglie di Sacconi che lavorava in Confindustria: «Mi segnalò la pubblicazione della relazione semestrale dei servizi segreti con le minacce brigatiste. E mi disse: “Non chiedo di dare la scorta a mio marito, ma convinci il ministro a darla a Biagi”». La stessa richiesta Zocchi la ricevette lo stesso giorno dall’allora direttore generale di Confindustria Stefano Parisi. «A quel punto – dice Zocchi – scrissi i due appunti e li portai alla segretaria di Scajola affinché glieli consegnassero subito». E prosegue:

È sicuro di essere stato esplicito?
«Sono certo. Ormai li so a memoria. Nel primo scrissi: “L’onorevole Sacconi ti chiede di dare la tutela al professor Marco Biagi, erede di D’Antona e Tarantelli”. Nella seconda annotai: “Stefano Parisi (essendo all’estero il presidente di Confindustria Antonio D’Amato) ti chiede un appuntamento urgente per lo stesso motivo».

Come fa ad avere la certezza che furono consegnati a Scajola?
«La sua segretaria Fabiana Santini mi disse che glieli aveva dati e lui li aveva letti. ma poi ne ebbi anche conferma diretta».

Come?
«Quella sera Scajola mi chiamò per chiedermi come mai conoscevo Parisi. In quel momento capii che aveva visto tutto».

Il legale di Scajola, dopo la notizia della riapertura dell’inchiesta ha ribadito la posizione dell’ex ministro: «Con quei documenti lui non c’entra niente».

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