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  • mercoledì 14 maggio 2014

L’arresto di Scajola, dall’inizio

Su cosa si basano le accuse e c'entrano il Libano, Dubai, la scorta e la 'ndrangheta

La storia dell’arresto di Claudio Scajola, già ministro di diversi governi Berlusconi e importante dirigente del centrodestra, si arricchisce ogni giorno sui giornali di particolari e dettagli, ed è possibile fare oggi solo ricostruzioni incomplete e parziali di quanto gli viene imputato, ammesso che le accuse siano poi provate in un processo. Quello che sappiamo, messo in ordine, è che Scajola è stato arrestato giovedì 8 maggio a Roma dalla direzione investigativa antimafia (DIA) di Reggio Calabria, con l’accusa di aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia ora latitante a Dubai. E che insieme a Scajola sono state arrestate altre cinque persone: Raffaella De Carolis, madre di Matacena, Martino Politi e Maria Grazia Fiorsalisi, rispettivamente assistente e segretaria di Matacena, la segretaria di Scajola, Roberta Sacco, e Antonio Chillimi. Nella stessa operazione di arresto sono stati emessi mandati di cattura anche per Amedeo Matacena e per la sua ex moglie Chiara Rizzo, che giovedì scorso si trovavano a Dubai. Questo è un altro pezzo della storia, ci torneremo.

Tutti gli arresti effettuati fino a ora sono “misure cautelari”, il cui scopo è evitare che gli indagati possano in qualche modo scappare o compromettere le indagini stesse, per esempio distruggendo prove rilevanti. Durante la vasta operazione di polizia di giovedì 8 ci sono state anche diverse perquisizioni e sequestri in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia.

L’arresto di Scajola
Scajola e gli altri sono stati arrestati durante le indagini dell’inchiesta “Breakfast” della procura di Reggio Calabria, condotta dal procuratore Federico Cafiero de Raho. Come ha spiegato la Stampa, l’inchiesta “Breakfast” «punta a ricostruire i movimenti dei capitali illeciti delle cosche» ed è la stessa che «nell’aprile 2012 ha portato i pm ad indagare l’allora tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito ed altre persone tra cui il consulente calabrese con studio a Milano Bruno Mafrici». Scajola è stato coinvolto nelle indagini dopo che il suo nome era stato fatto in alcune telefonate avvenute tra Matacena e Bruno Mafrici, un faccendiere con rapporti con il clan De Stefano. Questo aspetto era stato spiegato dal Corriere della Sera:

L’utenza telefonica di Mafrici, che si spacciava per avvocato, era stata messa sotto controllo dagli uomini della Dia reggina. L’attenzione degli investigatori si è soffermata su alcune telefonate che l’uomo d’affari ha avuto con l’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena. Le telefonate tra i due si sono fatte sempre più insistenti qualche mese prima che la condanna a sei anni di reclusione per associazione mafiosa diventasse definitiva per Matacena. Mafrici e Matacena parlavano di affari. Ed è proprio in questo contesto che si lega l’arresto dell’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola. Il deputato genovese avrebbe intrattenuto rapporti definiti dalla Dia «sospetti» con la moglie di Matacena, Chiara Rizzo.In più Scajola ha «interessato» un faccendiere italiano con interessi in Libano per favorire la latitanza di Amedeo Matacena.

Scajola ora si trova nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Come ha riportato il Corriere della Sera, dopo l’arresto Scajola non ha ancora parlato con Olga Tarzia, il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, che dovrebbe incontrare venerdì 16 maggio.

Chi è Amedeo Matacena?
Amedeo Matacena, imprenditore di origini calabresi, è stato parlamentare con Forza Italia per due legislature dal 1994 al 2001. Nel 2013 Matacena era stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa a 5 anni di carcere, per i suoi rapporti con la cosca di ‘ndrangheta dei Rosmini di Reggio Calabria, ma aveva evitato l’arresto fuggendo a Dubai, negli Emirati Arabi, un paese che non ha stipulato con l’Italia trattati di estradizione. A Dubai era stato comunque arrestato dalla polizia locale su segnalazione delle autorità italiana, ma era stato rilasciato poco dopo: negli Emirati Arabi non esiste il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e l’Italia non ha accordi bilaterali con il paese per l’estradizione. Siccome poi secondo la legge degli Emirati Arabi “i cittadini stranieri in attesa di estradizione non possano essere privati della libertà oltre un certo limite di tempo”, Matacena era stato liberato. A Matacena era stato comunque sequestrato il passaporto e non poteva lasciare il paese. A questo punto, con l’aiuto di Scajola, Matacena avrebbe valutato la possibilità di trasferirsi in Libano: lì avrebbe potuto provare a ottenere asilo politico, aiutato ancora una volta dalle amicizie politiche di Scajola.

Durante un’intervista con una giornalista di Piazza Pulita, Matacena ha parlato della sua situazione.

Cosa c’entra l’ex presidente del Libano Gemayel?
In questi giorni si è parlato molto di Amin Gemayel, politico libanese e presidente del Libano tra il 1982 e il 1988. Quello che si sente dire, confusamente, è che Scajola sarebbe stato in contatto con Gemayel e che gli avrebbe chiesto protezione politica per Matacena: in Libano l’estradizione per l’Italia deve essere approvata dal Consiglio dei ministri, per questo l’influenza politica avrebbe potuto giocare un ruolo importante nella sua questione giudiziaria.

Su cosa si basano questi sospetti? Per ora su molto poco: principalmente su alcune intercettazioni di telefonate in cui Scajola e Chiara Rizzo parlano della situazione politica del Libano e su alcuni appunti scritti da Scajola sui margini di una lettera che aveva ricevuto da Gemayel e che è stata sequestrata durante le perquisizioni che hanno seguito gli arresti di giovedì scorso. Come scrive oggi La Stampa:

Tra i faldoni dell’archivio sequestrato, gli uomini della Dia di Arturo De Felice hanno trovato una lettera dattiloscritta in francese dell’ex presidente libanese Amir Gemayel, con la sua firma-sigla. Ora su quella lettera Scajola ha scritto alcuni appunti per quella che lui stesso ha definito «supplica». E che deve affrontare tre capitoli: «Evidenziare che il reato di concorso esterno non esiste». A Gemayel, Scajola si rivolge sollecitando comprensione e aiuto per Matacena, «un caso umanitario che ha bisogno di cure mediche».

Il conto corrente alla Camera
Lunedì 12 era girata la notizia che Scajola avrebbe usato un conto corrente intestato a Matacena e alla moglie presso la tesoreria della Camera dei Deputati per trasferire denaro a Dubai. Il Corriere ha però smentito la notizia, parlando di non meglio precisate “fonti interne alla Camera” che avrebbero negato l’esistenza di un conto intestato a Matacena presso la tesoreria.

Chiara Rizzo e Raffaella De Carolis
Chiara Rizzo è la ex moglie di Amadeo Matacena ed è coinvolta anche lei nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Scajola. Rizzo è stata arrestata domenica 11 maggio dalla polizia francese a Nizza, dove era arrivata con un volo da Dubai. Il Secolo XIX aveva spiegato che Chiara Rizzo «è accusata di essere stata al centro di una serie di manovre economiche che per l’accusa avevano il solo scopo di occultare le reali disponibilità economiche di Matacena e della famiglia, celando la titolarità delle società dietro nomi di comodo e con società di diritto estero». Anche la sua separazione da Matacena, dunque, sembrerebbe essere fittizia. Essendo stata arrestata all’estero sarà necessario completare la procedura di estradizione prima che Chiara Rizzo possa arrivare in Italia. Bonaventura Candido, avvocato di Rizzo, intervistato da SkyTG24 ha spiegato che «la signora rientra spontaneamente in Italia, non c’è bisogno di nessuna procedura di estradizione, credo sia stata presa in consegna dall’Interpol, secondo me dovrebbe arrivare a Reggio Calabria, correttamente sono andati a prenderla fino a Nizza, lo ritengo giusto e normale». Secondo Repubblica, Rizzo potrebbe rimanere a Nizza fino a sabato prima di essere consegnata alle autorità italiane.

Con accuse simili a quelle di Chiara Rizzo è stata arrestata anche Raffaella De Carolis, la madre di Amedeo Matacena, che ora si trova agli arresti domiciliari. De Carolis ha incontrato il Giudice per le indagini preliminari, dicendosi estranea ai fatti. Ne ha parlato il Corriere della Sera:

Si è detta estranea alle accuse Raffaella De Carolis, la mamma di Amedeo Matacena, nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Olga Tarzia. De Carolis, difesa dagli avvocati Giuseppe Verdirame e Corrado Politi, è detenuta agli arresti domiciliari per avere l’intestazione fittizia di beni del figlio e avere favorito la mancata esecuzione dell’ordine di carcerazione nei suoi confronti. Nel corso dell’ interrogatorio Raffaella De Carolis ha riferito al giudice di non essere a conoscenza delle attività delle società del figlio e di non sapere della nomina di nuovi amministratori. Sulla latitanza di Amedeo Matacena ha riferito di aver più volte invitato il figlio a rientrare in Italia per scontare la condanna.

La scorta di Scajola
Tra le cose “laterali” che sono state scoperte in questi primi giorni dopo l’arresto di Scajola c’è la questione della sua scorta di polizia, che sarebbe stata usata per offrire passaggi a Chiara Rizzo. L’Imperia Post ha pubblicato le trascrizioni di alcune conversazioni avvenute tra Rizzo e Roberta Sacco, la segretaria di Scajola, in cui sembra che si discuta di queste cose. Ieri alla questura di Imperia è arrivato il questore Raul Carnevale, ispettore del ministero degli Interni, inviato a investigare sul comportamento degli agenti della scorta di Scajola e dei loro superiori.

Chi è Scajola
Scajola è ligure, di Imperia: fu arrestato nel 1983 quando era sindaco, accusato di concussione; si dimise ma poi venne prosciolto. Il padre di Scajola, Ferdinando, fu sindaco di Imperia negli anni Cinquanta; il nipote, Marco, è stato vicesindaco di Imperia e oggi è consigliere regionale; il fratello, Alessandro, è stato sindaco di Imperia dal 1974 al 1979.

Lo scorso 27 gennaio 2014 Scajola era stato assolto al termine di un processo riguardo la vicenda che nel 2010 portò alle sue dimissioni da ministro dello Sviluppo Economico: un appartamento di 210 metri quadrati a Roma, nei pressi del Colosseo (in via del Fagutale), secondo l’accusa era stato pagato in parte da un costruttore, Diego Anemone, mentre Scajola aveva versato una cifra molto inferiore al valore di mercato dell’immobile. Scajola all’epoca disse che Anemone aveva pagato parte della cifra «a sua insaputa», frase che generò molte ironie e prese in giro. I giudici però gli hanno dato ragione. Prima di dimettersi da ministro dello Sviluppo Economico nel 2010 si era già dovuto dimettere da ministro dell’Interno nel 2002, dopo la pubblicazione del contenuto di una sua chiacchierata con i giornalisti in cui dava del «rompicoglioni» al professore Marco Biagi, ucciso pochi mesi prima dalle Brigate Rosse.

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