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  • lunedì 12 maggio 2014

I 20 paesi con più donne in Parlamento

Il primo, con una percentuale che supera il 63 per cento, è piuttosto sorprendente; l'Italia non se la cava male

L’Unione Interparlamentare – UIP, organizzazione internazionale che riunisce i rappresentanti dei parlamenti del mondo eletti democraticamente – ha compilato una classifica con i paesi che nelle loro camere basse, hanno il maggior numero di donne. La classifica documenta anche la presenza femminile nei seggi delle camere alte, ma poiché non tutti i paesi le hanno non è possibile basare su questo dato una vera comparazione. In totale i paesi presi in considerazione sono 189.

In generale, nel 2013 c’è stata la più alta presenza di donne nei parlamenti nazionali di tutto il mondo, con una percentuale del 21,7 per cento nella combinazione delle due camere e con una percentuale del 22,1 per cento solo per le camere basse. Grazie ai progressi fatti dall’Italia, dall’Austria e da Malta, l’Europa (che comprende i paesi che fanno parte dell’OCSE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha una presenza femminile pari al 24,6 per cento (in entrambe le camere). Ma è il mondo arabo ad aver registrato i miglioramenti maggiori, dice l’UIP, citando per esempio la nomina di 30 donne nel Consiglio consultivo dell’Arabia Saudita, per la prima volta nella storia, e l’elezione di 18 donne nel parlamento della Giordania. La media della regione è dunque aumentata del 3 per cento rispetto la precedente classifica, arrivando al 15,9. La percentuale dell’Africa è del 22,5 per cento, quella dell’Asia del 18 e quella dei paesi del Pacifico del 16,2. La situazione più avanzata riguarda in generale i paesi del nord Europa, in cui un avanzato sistema culturale e di welfare ha contribuito a colmare il divario di genere.

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La spiegazione che potremmo definire semplicemente “culturale”, però, se è determinante per alcuni paesi (né in Finlandia né in Danimarca, che hanno percentuali alte, sono presenti meccanismi interni ai partiti per la presentazione di liste paritarie o quote stabilite per legge), non risulta sufficiente per molte altre nazioni. Ci sono moltissimi altri elementi di cui tenere conto, innanzitutto i sistemi elettorali: quelli maggioritari tendono a penalizzare la presenza femminile, così come quelli proporzionali a voto di preferenza (il cosiddetto sistema a voto singolo trasferibile diffuso nel mondo anglosassone), mentre nei sistemi proporzionali a liste bloccate, quando è prevista l’alternanza di genere, viene generalmente eletto un maggior numero di donne (a questo proposito va però tenuto conto del meccanismo della cooptazione: uno dei principali argomenti femministi è infatti che si tratti di “donne scelte da uomini”).

Anche tra i paesi che prevedono quote o norme interne ai partiti, bisogna distinguere tra quelli in cui il mancato rispetto di queste norme viene semplicemente sanzionato, come in Francia, e quelli in cui le liste non paritarie possono invece essere respinte dai tribunali, come in Portogallo. Serve poi un’ultima premessa: sarebbe sbagliato considerare i dati sulla presenza delle donne nei parlamenti nazionali come un segno dell’effettiva “libertà delle donne” in quegli stessi paesi o del loro livello di emancipazione. Quelle cifre andrebbero dunque combinate con altre: quelle sul cosiddetto “gender gap“, per esempio, o quelle sul livello di violenza nei confronti delle donne nei vari paesi (il cosiddetto femminicidio).

Ecco quali sono, allora, i primi 20 paesi nella classifica dell’UIP sulla percentuale di donne nelle camere basse. La lista completa è qui e, per i paesi vicini all’Italia, è specificato se ci sono o meno regole sulla parità di genere:

1 – Rwanda (ultime elezioni settembre 2013): 63,8 per cento
2 – Andorra (ultime elezioni aprile 2011): 50 per cento
3 – Cuba (ultime elezioni febbraio 2013): 48,9 per cento
4 – Svezia (ultime elezioni settembre 2010) 45 per cento (quote di genere interne ai partiti)
5 – Sudafrica (il dato fa riferimento alle penultime elezioni del 2009, ma nel paese si è votato la scorsa settimana): 44,8 per cento
6 – Seychelles (ultime elezioni settembre 2011): 43,8 per cento
7 – Senegal (ultime elezioni luglio 2012): 43,3 per cento
8 – Finlandia (ultime elezioni aprile 2011): 42,5 per cento (non è presente né un meccanismo interno ai partiti per la presentazione di liste paritarie né una quota stabilita per legge).
9 – Ecuador (ultime elezioni febbraio 2013): 41,6 per cento
10 – Belgio (ultime elezioni giugno 2010): 41,3 per cento

11 – Nicaragua (ultime elezioni novembre 2011): 40.2 per cento
12 – Islanda (ultime elezioni aprile 2013): 39.7 per cento (quote di genere interne ai partiti)
12 – Spagna (ultime elezioni novembre 2011): 39.7 per cento (quote per legge)
13 – Norvegia (ultime elezioni settembre 2013): 39.6 per cento (quote di genere interne ai partiti)
14 – Mozambico (ultime elezioni ottobre 2009): 39.2 per cento
15 – Danimarca (ultime elezioni settembre 2011): 39.1 per cento (non è presente né un meccanismo interno ai partiti per la presentazione di liste paritarie né una quota stabilita per legge).
16 – Paesi Bassi (ultime elezioni settembre 2012): 38.7 per cento (quote di genere interne ai partiti)
17 – Costa Rica (ultime elezioni febbraio 2010): 38.6 per cento
18 – Timor-Est (ultime elezioni luglio 2012): 38.5 per cento
19 – Messico (ultime elezioni luglio 2012): 37.4 per cento
20 – Angola (ultime elezioni agosto 2012): 36.8 per cento

La percentuale di donne nel parlamento del Rwanda è piuttosto sorprendente: alle ultime elezioni hanno infatti ottenuto 51 seggi su 80 della Camera bassa. Il loro ruolo, come riconosciuto anche dal presidente del paese Paul Kagame, è stato fondamentale nella ricostruzione del paese dopo il genocidio del 1994 che causò la morte di più di 800 mila persone. Dopo il 1994 le donne – che furono molto colpite dagli scontri etnici, con abusi sessuali e stupri di massa – si sono trovate a essere quasi il doppio degli uomini: tra 60 e il 70 per cento della popolazione, secondo i dati dell’ONU (oggi il divario è diminuito e rappresentano circa il 55 per cento). Hanno iniziato allora a essere più attive rispetto al passato in tutti i livelli della vita pubblica, compresa la politica.

Gli ultimi paesi in classifica, con una percentuale di donne pari a zero, sono gli Stati Federati di Micronesia (in Oceania), Palau e la Repubblica di Vanuatu (entrambi nell’Oceano Pacifico) e il Qatar (in Medio Oriente). Altre posizioni interessanti: gli Stati Uniti sono all’ottantaquattresimo posto, la Russia al centesimo e l’Italia al trentaduesimo, con il 31,4 per cento. Sopra Portogallo, Svizzera, Lussemburgo, Francia, Australia, Canada e Regno Unito, tra gli altri.

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