Le tasche piene di frasi di Gabo

Alessandro Baricco scrive di García Márquez e del pescare leoni, altro che "realismo magico"

Sabato 19 aprile lo scrittore Alessandro Baricco ha ricordato con un lungo articolo su Repubblica lo scrittore e premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, morto giovedì 17 aprile (qui potete leggere gli stupendi incipit dei suoi undici romanzi).

Si muore tutti, ma qualcuno muore di più. Ci ho messo poco a capire, giovedì sera, che la scomparsa di García Márquez non era solo una notizia, ma un piccolo slittamento dell’anima che in molti non dimenticheranno. L’ho capito dai messaggi che arrivavano, dalle sue frasi che iniziavano a piovere e rimbalzare ovunque.

Era anche abbastanza tardi, la sera, in quelle ore in cui inizia a non starci più niente, nella tua giornata, e se si ottura il lavandino lasci perdere e rimandi a domani. Eppure in così tanti ci siamo fermati, un attimo, e abbiamo saltato un battito del cuore.

Che poi, diciamocelo, avevamo avuto anni per abituarci all’idea: Gabo se n’è scivolato nell’ombra lentamente, con una certa timidezza, e in fondo nel modo più gentile possibile. Quasi assurdo, per uno che aveva scritto l’eterna e iperbolica morte della Mamà Grande. E’ come se Proust fosse morto facendo sci nautico. Ma, insomma, il tempo lui ce l’aveva dato, per un commiato indolore. Credo che molti ragazzini l’abbiano letto, in questi anni, e perfino amato, pensando che fosse uno già morto (al contrario, ragazzi: nonostante l’apparenza, non morirà mai). Eppure, al momento buono, quando si è staccato dalla vita, silenziosamente come una figurina calciatori da un album vecchissimo, ci ha fatto male, e ormai è andata così.

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