Come vediamo quello che vediamo

Elaborando non solo l'immagine immediata ma quello che abbiamo visto negli ultimi 15 secondi, dice una nuova ricerca

Un gruppo di ricercatori statunitensi della Univeristy of California, Berkeley, e del Massachusetts Institute of Technology, ha scoperto che il modo in cui percepiamo visivamente le cose in un dato istante è influenzato da ciò che abbiamo visto nei 15 secondi precedenti. In pratica il nostro cervello mette insieme cose già viste con quelle che stiamo effettivamente osservando per avere una rappresentazione più stabile di quello che abbiamo davanti, anche se questo porta alla perdita di qualche dettaglio. Entro una certa misura, quindi, le cose che vediamo sono una composizione di immagini del presente e del passato, seppure un passato estremamente prossimo (parliamo di secondi).

Jason Fischer, uno dei ricercatori coinvolti nello studio scientifico che è stato pubblicato su Nature Neuroscience, spiega che “ciò che viene visto in un dato momento non è una istantanea del mondo, ma semmai una via di mezzo tra ciò che è stato visto negli ultimi 10-15 secondi”. Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno sottoposto alcuni volontari a un test molto semplice. A ogni partecipante è stata mostrata per mezzo secondo l’immagine in bianco e nero di una griglia, inclinata di un numero a caso di gradi. Poi gli è stato chiesto di dire che tipo di inclinazione avesse e pochi secondi dopo gliene è stata mostrata un’altra per la quale era necessario indicare nuovamente il tipo di inclinazione.

Sulla base delle risposte, i ricercatori si sono resi conto che la visione della prima griglia aveva una influenza notevole sulla visione della seconda, anche a 15 secondi di distanza tra la visualizzazione dell’una e poi dell’altra. Se per esempio la prima griglia era inclinata verso sinistra e la seconda era verticale, il partecipante all’esperimento tendeva a vedere quest’ultima lievemente inclinata verso sinistra anche se non lo era.

Come spiega un articolo del Washington Post, per comprendere meglio ciò che hanno scoperto Fischer e colleghi si può pensare a qualcosa di più realistico di una griglia bidimensionale in bianco e nero. Pensiamo per esempio a un segnale stradale sotto una pioggia battente: nonostante ci siano centinaia di migliaia di gocce d’acqua che cadono – che visivamente invadono la retina creando fluttuazioni continue nel campo visivo – riusciamo comunque a vedere le scritte o i disegni sul segnale stradale senza particolari problemi. La vista in circostanze simili si dà da fare per creare un’immagine media basata su più osservazioni che permetta di concentrare la visione su ciò che ci interessa, anche se a discapito dell’accuratezza.

Senza un simile filtro, dice Fischer, il nostro cervello sarebbe costantemente bombardato di segnali da interpretare e gestire: è il modo che ha il nostro cervello per ridurre il numero di cose con cui abbiamo a che fare nel campo visivo. Lo studio, che dovrà essere confermato e approfondito con nuove ricerche, spiega che questo meccanismo visivo non si attiva sempre. Molto dipende dal grado di concentrazione dei soggetti: le cose viste nei secondi precedenti influenzano la visione presente solo se si era prestata loro attenzione e se poste al centro del campo visivo. Le cose colte dalla vista periferica e in posti da cui si distoglie lo sguardo non hanno alcuna influenza.

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