Get lucky, spiegata sul serio

Un altro trattato musicale per profani di Owen Pallett: come mai la canzone dei Daft Punk è un capolavoro pop e ci si è appiccicata addosso

di Owen Pallett - Slate

Katy Perry avrà attirato l’attenzione del mondo intero grazie alle sue enormi pupille ma, come ho già spiegato, la ragione per cui “Teenage dream” è arrivata al numero uno ed è ancora in programmazione nelle radio sta nel suo essere un esempio perfetto dell’eccellenza e supremazia delle regole della teoria musicale occidentale.
Oggi continueremo questo stimolante esercizio con il successo dei Daft Punk “Get lucky”.

Per prima cosa, dobbiamo occuparci della ripetitività della canzone. C’è una gustosissima presa in giro, oltre al giro di quattro accordi che non cambia mai: la parte vocale di Pharrell Williams e quelle di chitarra di Nile Rodgers sono fotocopiate. Il pre-ritornello e il ritornello sono identici, copiaincollati su GarageBand. Non è nemmeno sicuro che i Daft Punk abbiano chiesto ai loro ospiti di registrare le parti per tutta la durata del brano. Non è una novità, ma è una scelta ammirevole, quasi punk, che manda un messaggio chiaro: «Questo è pop. Qui la ripetizione regna sovrana. E il nostro tempo è più prezioso del vostro».

Per questa ragione non meraviglia che Rick Moody si sia detto frustrato da “Get lucky”. Questo genere di copiaincolla non è esattamente raccomandato dai manuali di armonia. È come se i Daft Punk volessero suscitare negli esperti musicali una smorfia di ribrezzo e farli ritirare di corsa nelle loro camerette a suonare Mendehlsson. Noi secchioni ce ne torniamo a casa. Voialtri potete continuare a ballare.

Un altro tratto interessante di questo giro interminabile di quattro accordi: la canzone ha una tonalità ambigua. “Teenage dream” negava agli ascoltatori l’accordo sul primo grado per risultare impalpabile; in “Get lucky” è addirittura poco chiaro quale sia, questo accordo.
Vedete, la canzone può essere ascoltata in due modi diversi. Per la maggior parte del tempo suona come se fosse di La eolio – La Si Do Re Mi Fa Sol – sostanzialmente una forma di La minore, il terzo dei quattro accordi (“We’re up all night for good fun”).
Ma il primo accordo del giro non è un La minore bensì un Re minore. La canzone ci riscivola dentro ogni volta perfettamente (“I’m up all night to get some”). L’insistenza del Re minore crea l’illusione acustica che la canzone possa essere in Re dorico – Re Mi Fa Sol La Si Do. I tasti del pianoforte sono gli stessi, cambia solo la nota da cui parti.

Così, quando il ciclo di accordi torna da capo al Re minore, ogni volta l’orecchio per un momento ha l’impressione ingannevole che la canzone sia in un’altra tonalità: una specie di tagadà musicale. Dico la verità: alle mie orecchie la canzone è chiaramente identificabile come un pezzo in La minore, ma se invece di tonalità stessi parlando di orientamento sessuale dovrei dire che è quantomeno bi.

Questa ambiguità è facile da cogliere e descrivere anche senza avere nessuna formazione musicale. Anche i giornalisti musicali che non hanno studiato musica usano le parole «ciclico» o «spirale» per descrivere questo tipo di progressione inafferrabile. Altre due canzoni famose per il perno armonico ambiguo sono “Pyramid song” dei Radiohead e “Poptones” dei PIL. Cercate su Google e vedrete che gli ascoltatori sono consapevoli della sensazione, anche se non sanno descrivere il meccanismo specifico.

Terza osservazione: in questa canzone i Daft Punk infilano una scelta classica durante il bridge, nel momento in cui entra il ritornello dei robot. Sovrappongono il tema che tira verso il ritornello con quello del ritornello stesso, facendoli andare contemporaneamente. Non è un’idea originale ma un classico della teoria musicale occidentale: tema e controtema. Due melodie che vivono indipendenti, ma si uniscono nell’estasi finale di un amplesso melodico.

Questa è una trascrizione del tema (robot) e del pre-ritornello (Pharrell). Guardate l’eleganza con cui stanno in equilibrio. Uno è intenso e sincopato e ripetitivo, l’altro è liscio e semplice e segue un arco lungo e grazioso. Allo stesso tempo sono due temi fortissimi per conto loro. Se uno scrivesse queste quattro battute in un esame di contrappunto, porterebbe a casa dei giudizi notevoli.

Come bonus, dedicato agli amanti del mottetto, ho aggiunto sui righi 3 e 4 un contrappunto semplificato della quinta specie, per essere più chiaro visivamente. Non è da manuale, ma anche uno come Knud Jeppesen sarebbe costretto a darmi la sufficienza. (La quarta aperta, le due seconde irrisolte, il materiale di partenza così ripetitivo: è un 6.)

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Mi piacerebbe fare altri esempi di altri singoli di successo che culminano in un accoppiamento di temi vocali, ma scorrendo gli ultimi dieci anni di classifiche non ho trovato niente. Un esempio che mi viene in mente è “Hot knife” di Fiona Apple, e con un po’ di approssimazione ci sarebbe anche “Lean on me” di Bill Withers, ma spero che nei commenti sappiate fare meglio di me.

Per concludere, vorrei indicare una caratteristica nel testo, di “Get lucky”. Questa canzone in inglese scritta da francofoni condivide un tratto di bellezza con un’altra nota creazione francese, “If I ever feel better” dei Phoenix. Già “Get lucky” suona molto vecchi Phoenix – soprattutto perché il primo fantastico disco dei Phoenix deve moltissimo a Nile Rodgers – ma prestate attenzione all’abuso irresistibile della parola “good”: “We’re up all night for good fun” e “Remind me to spend some good time with you.”

Primo, questo è un tipico modo di dire da francofoni: chi è di madre lingua inglese non chiederebbe ai propri amanti di ricordargli di passare del “good time” con loro, né considererebbe “good fun” una motivazione per stare sveglio tutta la notte.
Secondo, il bilanciamento è tutto sbagliato. “Good” è una parola che ha bisogno di far sentire il proprio peso, di essere piazzata all’inizio e alla fine dei versi. Pensate a come posiziona “good” Paul McCartney in “Good day, sunshine”, sempre sulle sillabe forti: “GOOD day SUNshine.”  “I’m looking GOOD, you know she’s LOOKing fine”. Agli antipodi del posizionamento sfuggente di “WE’RE up all night for good FUN”. I Daft Punk e i Phoenix riescono a far funzionare questo piccolo strappo linguistico: suona storto e buffo e sexy, come uno studente straniero un po’ ubriaco.

*N.B. Questa canzone in realtà è in FA#, non in LA, ma per i lettori meno pratici ho preferito stare sui tasti bianchi. Ho anche volutamente lasciato perdere le settime nella descrizione degli accordi perché la notazione classica e quella jazz li indicano in due modi diversi (questione a sua volta omessa perché irrilevante).

© Slate 2014

(foto Kevork Djansezian/Getty Images)