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  • giovedì 27 Marzo 2014

La condanna al genero di Osama bin Laden

Sulaiman Abu Ghaith divenne il responsabile della propaganda di Al Qaida dopo l'11 settembre del 2001: è stato riconosciuto colpevole, rischia l'ergastolo

Mercoledì un tribunale civile statunitense ha riconosciuto colpevole il genero di Osama bin Laden, Sulaiman Abu Ghaith, di tre accuse legate al terrorismo: cospirazione finalizzata all’uccisione di americani, cospirazione per fornire appoggio ad al Qaida e sostegno ad al Qaida. Abu Ghaith, che è considerato il “ministro della Propaganda” di Bin Laden, ha testimoniato che fu lo stesso Bin Laden a chiedergli di essere il portavoce di al Qaida la notte degli attacchi dell’11 settembre 2001. Abu Ghaith è il più alto militante di al Qaida ad avere affrontato un processo in suolo statunitense dagli attacchi del 2001. La condanna definitiva verrà decisa il prossimo 8 settembre: Abu Ghaith rischia fino all’ergastolo.

Abu Ghaith, 48 anni, nativo del Kuwait, è stato catturato in Giordania lo scorso anno e portato a New York, dove ha partecipato al processo in maniera piuttosto attiva, ascoltando le deposizioni dei testimoni con l’aiuto di cuffie collegate a un traduttore arabo-inglese e testimoniando lui stesso. Durante il processo, durato tre settimane, Abu Ghaith ha raccontato di avere risposto positivamente alla richiesta di Bin Laden di coinvolgerlo nelle attività dei vertici di al Qaida, e di avere fatto circolare molto alcuni video usati per reclutare nuovi seguaci nelle ore successive agli attacchi dell’11 settembre. Il lavoro di Abu Ghaith era creare le condizioni per replicare un’azione terroristica di grande impatto anche in futuro. In uno dei video da lui prodotti, per esempio, Ghaith diceva: «La tempesta di aerei non si fermerà», mentre in un altro consigliava ai musulmani negli Stati Uniti di non prendere aerei e di non vivere ai piani alti degli edifici.

Abu Ghaith non era accusato di avere avuto un ruolo diretto nell’organizzazione dell’attacco al World Trade Center, o di esserne stato a conoscenza prima che fosse compiuto. Tuttavia, quando durante il processo l’accusa gli ha chiesto se «sapeva che al Qaida stava lavorando a qualcosa di grosso», lui ha risposto «sì». Secondo il suo avvocato, Stanley Cohen, il processo non è stato del tutto giusto: per esempio il giudice si è rifiutato di permettere alla difesa di far testimoniare Khalid Shaikh Mohammed, il famoso militante di al Qaida che descrisse se stesso come l’architetto dell’11 settembre e che secondo l’avvocato avrebbe potuto scagionare Abu Ghaith. Inoltre, ha aggiunto Cohen, l’accusa avrebbe usato il dolore e il ricordo dell’11 settembre per sopperire alla mancanza di prove, rendendo «letteralmente impossibile per una giuria di newyorchesi guardare ai fatti in maniera obiettiva».

Negli Stati Uniti si è discusso parecchio sull’opportunità di tenere il processo a Abu Ghaith in un tribunale civile federale: secondo diversi membri del Congresso, tra cui il senatore repubblicano John McCain, il processo avrebbe dovuto tenersi in un tribunale militare («per questo abbiamo un tribunale a Guantanamo», ha detto McCain). Sulle stesse posizioni si è espresso il senatore repubblicano della South Carolina Lindsey Graham, che ha detto che Abu Ghaith avrebbe dovuto essere trattato come un “combattente nemico” da cui si potevano estrapolare molte informazioni.

Tuttavia, scrive il New York Times, i buoni risultati raggiunti dall’accusa nel processo ad Abu Ghaith potrebbero spianare ulteriormente la strada per perseguire i terroristi in tribunali federali anche in futuro, come vorrebbe il Dipartimento della Giustizia: potrebbe per esempio essere il caso di Ayman al-Zawahiri, attuale leader di al Qaida, su cui ci sono accuse pendenti in un tribunale di Manhattan, a New York. Quando e se sarà catturato, naturalmente.