La grande lotta tra punteggiatura e immagini

La scrittura online si sta arricchendo di sfumature grazie all'uso creativo di simboli e GIF, ma non è ancora chiaro chi avrà la meglio

Da sempre la tecnologia influenza il nostro modo di comunicare e di scrivere: il linguaggio, per molti versi, si adatta al mezzo a cui lo affidiamo. Chi si occupa di queste cose racconta spesso un aneddoto sullo scrittore francese Victor Hugo, che voleva chiedere al suo editore come stessero andando le vendite del suo libro “I Miserabili” e gli mandò un telegramma il cui testo era: “?”. L’editore rispose con un altro telegramma – “!” – per indicare che le vendite andavano bene. In questo caso la necessità di brevità era data dal fatto che con i telegrammi si paga ogni singolo carattere: la comunicazione tra i due, allora, si era sviluppata con efficacia solo grazie a due simboli di interpunzione.

Un uso così parco della punteggiatura e del modo di esprimersi, ha spiegato Megan Garber in un recente articolo sull’Atlantic, è oggi piuttosto inusuale: da quando la maggior parte delle nostre comunicazioni scritte si svolge su Internet il problema di risparmiare caratteri non si pone più e ormai siamo abituati a leggere espressioni come: “Cosa???????”, oppure: “Ok………”. La ripetizione dei segni di punteggiatura, per quanto formalmente scorretta, serve ad accentuare il senso di sorpresa, nel primo caso, o di indecisione, nel secondo. Partendo da una mera questione tecnica – cioè avere “infinito” spazio a disposizione per scrivere – il linguaggio si è arricchito e l’uso della punteggiatura è cambiato, arricchendosi a sua volta di significati nuovi.

D’altra parte la necessità di aggiungere sfumature a un testo ha da molto tempo caratterizzato alcuni aspetti della scrittura. Il punto esclamativo fu inventato intorno al 1400 a partire dalla parola latina “Io”, che significa “felicità”: qualcuno, si pensa, concluse una frase in cui voleva esprimere un sentimento positivo mettendo le due lettere della parola una sotto l’altra. Se oggi scriviamo una mail o un messaggio di ringraziamento, dobbiamo soppesare le diverse possibilità: “Grazie”, “Grazie!” o “Grazie!!!!!”, ognuna con il suo significato. Anche delle domande che si concludono con uno o più punti di domanda non significano la stessa cosa, come “Cosa?” o “Cosa??????”.

Negli anni sono stati fatti diversi tentativi di introdurre nuovi segni grammaticali, per sopperire alle carenze di significato del linguaggio scritto normale. Il SarcMark, per esempio, è un segno che fu inventato (e brevettato) con l’idea che diventasse il simbolo del sarcasmo; l’interrobang, invece, fu inventato nel 1962 da Martin K. Speckter, un pubblicitario, che unì punto di domanda e punto esclamativo in un unico segno, sperando che diventasse il segno con cui esprimiamo stati d’animo complessi come quando siamo sorpresi e allo stesso tempo eccitati: “è incinta???!!!”. Come è accaduto per la maggior parte dei “nuovi” segni di punteggiatura, anche il SarkMark non è diventato di uso comune, tuttavia ha generato un’interessante discussione sul problema di rendere semplicemente per iscritto significati complessi e articolati. Commentando la poca praticità del SarkMark, su Language Log (un sito che si occupa di questioni di linguaggio) Chris Potts aveva detto: «Sembra che non possa fare altro che ignorare il SarcMark o interpretarlo come i fidati :-) o ;-), che convogliano significati sfumati e che anche se non sono necessariamente sarcastici, possono essere usati in modo sarcastico». Anche la critica del SarcMark mostra che, in generale, il linguaggio scritto va nella direzione di ampliarsi con simboli e segni che ne arricchiscono il senso. Come dire: il SarcMark è stato proprio un’invenzione di grande successo ;-)

Nel suo articolo sull’Atlantic, Megan Barber è partita proprio da questo genere di considerazioni per suggerire la possibilità che le emoticon, ovvero le faccine composte da segni di punteggiatura, col tempo guadagneranno sempre più spazio rispetto alla punteggiatura, almeno nelle conversazioni colloquiali e informali (le chat, le discussioni online).

«Non è solo, come alcuni accademici hanno argomentato, che il linguaggio tende naturalmente verso la brevità, e non è solo che la punteggiatura viene spesso usata a scopo puramente ironico. C’è anche il fatto che se uno degli scopi della punteggiatura è aggiungere sfumature al testo, non abbiamo più bisogno di basarci solo sulla punteggiatura tradizionale. Abbiamo dato al MAIUSCOLO la sua forza, il nostro uso delle emoticon diventa sempre più articolato [..] e concludiamo le nostre frasi con delle GIF di reazione. Infatti, secondo Deborah Tennen dell’Università di Georgetown, uno dei più profondi cambiamenti a cui stiamo assistendo ora è un passaggio da una comunicazione puramente lessicale a una basata sulle immagini»

Non sappiamo se davvero le emoticon sostituiranno alcuni usi della punteggiatura, tuttavia è interessante riflettere sul fatto che scrivendo su Internet tantissime persone usano sempre più spesso dei “disegni” come correlato di un testo. L’uso delle GIF è esemplare di questo fenomeno: c’è anche un sito, Reaction GIFs, che mette a disposizione un grosso numero di GIF utili appunto per “reagire” a qualcosa. Se durante una conversazione online usate una di queste immagini, i vostri interlocutori avranno ben chiaro il vostro punto di vista – e non avrete scritto un solo carattere.

Poi ci sono le faccine. Commentando una riproposizione della trama del libro “Il conte di Montecristo” fatta soltanto usando emoticon, Victor Mair dell’Università della Pennsylvania ha osservato come il numero e la varietà dei simboli usati sia tale da rendere il termine “emoticon” inadatto e riduttivo: il modo migliore per definirle è in effetti la parola giapponese emoji, e la vastità di emoji dimostra la ricchezza di senso che questi simboli possono aiutare a convogliare. Tuttavia, continua Mair, «tutto questo è molto divertente ma non molto funzionale quando ci serve comunicare qualcosa in modo preciso e conciso. Inoltre, […] è chiaro che le emoji spesso hanno senso solo quando completano vere parole».

In uno studio pubblicato di recente sul Journal of Computer-Mediated Communication, Karianne Skovholt e i suoi colleghi si sono interrogati proprio sul modo in cui le emoticon vengono usate per arricchire il testo scritto – nel loro caso, in particolare, email di lavoro – e avevano raggiunto queste conclusioni:

«[le emoticon] servono per dare informazioni su come un’affermazione debba essere interpretata. Abbiamo mostrato che le emoticon funzionano come indizi per la contestualizzazione e che servono per organizzare le relazioni che si avvalgono di interazioni scritte. Le emoticon adempiono a 3 funzioni comunicative. Primo, quando seguono la firma, le emoticon servono a sottolineare un’inclinazione positiva. Secondo, quando seguono delle affermazioni che devono essere interpretate come ironiche, servono per rimarcare il tono scherzoso. Terzo, servono da fortificatori quando seguono ringraziamenti o auguri e da ammorbidenti quando seguono ordini come richieste o correzioni».

Diverse ricerche hanno mostrato che il cervello umano “legge” le emoticon in modo simile a come “legge” le espressioni facciali. Anche se composte da segni di punteggiatura, ma a maggior ragione quando diventano più grafiche, le emoticon vengono interpretate come comunicazioni non verbali e ci mettono dunque nelle condizioni di colmare la distanza tra la comunicazione verbale (che si avvale di toni diversi, espressioni facciali, gesti) e quella scritta, che alla sua intrinseca povertà di significato ha sempre cercato di porre rimedio. Non si tratta però dell’unica tesi in campo: ragionando su come certi segni di punteggiatura hanno cambiato significato – il punto, per esempio – altri hanno ipotizzato che per ragioni di sintesi e brevità alla fine la punteggiatura si riprenda parte dello spazio ceduto alle faccine: ma una “nuova” punteggiatura, più ricca di sfumature. Una punteggiatura in cui gli scambi che seguono, diversi soltanto per un punto, hanno significati molto diversi.

– Sei arrabbiata?
– Per niente

– Sei arrabbiata?
– Per niente.

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