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  • Giovedì 30 gennaio 2014

Stephen Glass, giornalista impostore

Nel 1998 era considerato uno dei più bravi e promettenti giornalisti americani, poi venne fuori che s'inventava tutto: nel frattempo ha tentato di rifarsi una vita

FILE - This May 7, 2003 file video frame grab released by CBS' "60 Minutes" shows Stephen Glass, former writer for The New Republic in New York. The California Supreme Court is set to consider on Wednesday, Nov. 6, 2013, whether to grant a law license to Glass, who left the journalism profession after he was caught fabricating magazine articles. (AP Photo/CBS News, file)
FILE - This May 7, 2003 file video frame grab released by CBS' "60 Minutes" shows Stephen Glass, former writer for The New Republic in New York. The California Supreme Court is set to consider on Wednesday, Nov. 6, 2013, whether to grant a law license to Glass, who left the journalism profession after he was caught fabricating magazine articles. (AP Photo/CBS News, file)

Lunedì 27 gennaio la Corte Suprema della California ha deciso che Stephen Glass non potrà accedere all’ordine degli avvocati dello stato (lo State Bar of California), non essendo “in possesso delle qualità morali richieste per esercitare la professione”. Il suo nome forse non vi dirà molto, ma Stephen Glass è noto per essere uno dei più grandi impostori della storia del giornalismo: nel 1998, quando aveva 26 anni ed era considerato uno dei giornalisti più promettenti degli Stati Uniti, fu cacciato dall’autorevole rivista per cui lavorava, The New Republic, quando si scoprì che 23 dei suoi articoli erano stati parzialmente o completamente inventati. La storia fu raccontata da Vanity Fair in un lungo articolo, Shattered Glass, pubblicato nel settembre del 1998.

Dall’inizio
Stephen Glass nacque nel 1972 a Highland Park, sulle rive del lago Michigan. A scuola era piuttosto bravo e fu ammesso alla Penn University: iniziò a studiare Medicina, si laureò poi in Sociologia.

Mentre era all’università cominciò a lavorare per il giornale della scuola, il Daily Pennsylvanian: il lavoro gli piaceva molto e nel 1993 diventò direttore. Nel 1994 Glass si laureò e – passato un breve periodo al Policy Review, una rivista politica di orientamento conservatore – entrò come stagista a The New Republic, uno dei magazine più importanti e autorevoli degli Stati Uniti. Per i primi mesi Glass fu l’assistente personale di Andrew Sullivan, allora direttore della rivista: le sue mansioni erano più vicine a quelle di segretario che a quelle di giornalista. Come raccontano i suoi colleghi di allora, Glass cercava di compiacere chi gli stava intorno, era molto collaborativo e non rifiutava mai le richieste di un superiore. Raccontano anche che era molto insicuro, che chiedeva a tutti quasi ossessivamente: “sei arrabbiato con me?” e che definiva tutto quello che scriveva “una merda”. Un collega della rivista disse così:

Quella era la cosa più strana, che mi impediva di rispettarlo e apprezzarlo: era esagerato e caricaturale. E rendeva impossibile trattarlo sullo stesso livello delle altre persone. C’era qualcosa che gli mancava, in fondo: il senso di sicurezza in se stesso.

Pubblicò il primo articolo importante su idea del proprietario della rivista, Martin Peretz: fu una specie di provino. Impiegò mesi a scrivere l’articolo, perfezionandolo di bozza in bozza. Da subito, anche se la prosa e lo stile erano un po’ ruvidi, mostrò una certa abilità nel dare colore alle sue storie. Le persone che descriveva e che raccontava nei suoi pezzi erano personaggi perfetti, e ne citava frasi meravigliose.

I primi articoli e i primi problemi
Nel 1996 Stephen Glass cominciò a scrivere con più frequenza: il nuovo direttore della rivista, Michael Kelly, investì su di lui e gli diede spazio. Il primo articolo importante che Glass pubblicò riguardava il Center for Science in the Public Interest (CSPI: un istituto no profit che si occupava di difesa dei consumatori), che Glass criticò aspramente accusandolo di diffondere isteria con le sue battaglie contro il cibo cinese e i pop-corn. Glass descrisse Jacobson, il direttore del centro, attraverso il racconto di una cena in un ristorante cinese durante la quale, diceva, Jacobson interrogò e insistette aspramente con la cameriera per conoscere la provenienza degli ingredienti di diversi piatti sul menù.

Jacobson rispose all’articolo con una lettera in cui negava che la cena descritta fosse mai avvenuta, definendo “romanzato” il racconto di Glass: «la grandissima quantità di errori nell’articolo non solo mette in dubbio il fatto che i minimi standard di obiettività giornalistica siano rispettati, ma rende una risposta praticamente impossibile». Glass reagì assicurando di aver parlato con diverse persone che erano presenti alla cena. Kelly gli credette – “devi credere ai tuoi giornalisti”, disse in seguito sulla questione – e rispose a Jacobson dandogli del bugiardo e dicendogli che si aspettava da lui delle scuse nei confronti di Glass e della rivista.

Dopo l’articolo sul CSPI, un secondo articolo di Glass fu contestato: raccontava alcuni fatti legati a una famosa convention di politici conservatori, la Conservative Political Action Conference. Glass sosteneva di aver passato del tempo con un gruppo di ragazzi che avrebbero dovuto partecipare alla convention. Secondo il suo resoconto i ragazzi, piuttosto che partecipare alla convention, avevano passato il tempo a svuotare il minibar della loro stanza d’albergo fumando marijuana. Sempre secondo Glass, poi, una sera i ragazzi avevano cercato la ragazza “più brutta della convention”, l’avevano portata in camera e l’avevano umiliata sessualmente.

Dopo la pubblicazione dell’articolo David Keene, presidente dell’associazione che aveva organizzato la convention, definì Glass “un romanziere” e sottolineò come la descrizione della camera dell’albergo non tornasse: le camere di quell’hotel non avevano minibar. Il direttore Kelly chiese a Glass di spiegare la cosa, Glass si disse certo di aver visto le piccole bottiglie di superalcolici tipiche dei minibar e chiamò l’albergo, che gli confermò che nelle stanze non c’erano minibar ma che gli ospiti potevano richiedere dei piccoli frigoriferi. La risposta fu controllata anche da Kelly, che ne fu rassicurato. Anche se restava strano che un gruppo di ragazzi che voleva sbronzarsi comprasse bottiglie mignon, invece che bottiglie normali, Kelly decise che non era per forza impossibile.

Questi restarono a lungo due episodi isolati. Nel tempo gli altri lavori di Glass cominciarono a essere molto apprezzati e le sue collaborazioni aumentarono: in breve tempo iniziò a scrivere anche per Rolling Stone, il New York Times Magazine, Mother Jones e Harper’s, mantenendo la sua collaborazione con The New Republic (che lo pagava 45.000 dollari l’anno).

La sua reputazione nel mondo delle riviste di Washington crebbe molto in fretta, anche se le sue storie, quasi invariabilmente, raccontavano cose quasi incredibili e si basavano su fonti piuttosto scarse. Glass citava posti nebulosi e personaggi idiosincratici (di cui il cognome non veniva mai menzionato) che avevano l’acutezza psicologica di Freud e il linguaggio delle poesie di Kerouac.

Il paradiso degli hacker
Nel numero di maggio del 1998 di The New Republic Glass pubblicò un nuovo articolo con una storia notevole: si intitolava “Hack heaven” (il paradiso degli hacker) e parlava di un giovane hacker che aveva violato il sito di una società di software californiana, la Jukt Micronics, pubblicando sul loro sito gli stipendi di tutti gli impiegati e foto di donne nude. L’hacker aveva poi ricattato la società minacciando di distruggerne il sistema informatico e chiedendo di essere pagato. La storia era incredibile e l’articolo, molto dettagliato, raccontava del colloquio avvenuto tra Ian Restil, l’hacker quindicenne protagonista della storia, e i rappresentanti della Jukt Micronics. Il pezzo raccontava anche tutte le richieste di Restil: “voglio più soldi, voglio un’auto Miata, un viaggio a Disney World, il primo numero degli X-Men e un abbonamento a vita a Playboy”. Gli hacker come Ian, raccontava Glass, sono celebrità tra i loro pari: a una conferenza organizzata dalla National Assembly of Hackers, Restil era stato accolto con applausi e incitamenti, raccontava l’articolo.

Glass spiegava poi di come transazioni simili stessero diventando sempre più frequenti, e che ormai esistevano addirittura agenti che curavano gli interessi degli hacker. Quello di Ian Restil, per esempio, si chiamava Joe Hiert ed era un ex manager del basket. Pagare gli hacker, spiegava Glass, è più conveniente per le compagnie che assumere ingegneri per sistemare i danni subiti e le autorità hanno le mani legate visto che la maggior parte delle vittime preferisce venire a patti con gli hacker piuttosto che denunciarli e dover poi risolvere i problemi che questi gli hanno causato. Per questa ragione in 21 stati, raccontava Glass, sono in discussione leggi per impedire accordi di immunità tra le parti come quelli di cui si avvalgono gli hacker.

Adam Penenberg – un giornalista di Forbes Digital Tool, pubblicazione online che si occupava di tecnologia – si interessò alla vicenda raccontata da Glass e cominciò a indagare personalmente.
Trovo subito enormi incongruenze nel racconto di Glass e faticò molto a mettersi in contatto con le fonti citate nell’articolo e confermare la storia. Penenberg, soprattutto, non trovò traccia della Jukt Micronics, che Glass aveva descritto come un’importante azienda di software, né online né sugli elenchi telefonici o nei registri delle imprese della California. Penenberg e il suo direttore, Kambiz Foroohar, si misero in contatto con Glass e gli chiesero conto dei buchi della sua storia. Ottennero da Glass una lista di email e numeri telefonici da chiamare per fare le loro verifiche: a tutti i numeri, tuttavia, rispondeva la segreteria telefonica; le email venivano rimandate al mittente.

Glass disse con insistenza di aver parlato con tutte le persone menzionate nell’articolo e durante una conversazione telefonica con Forbes e con Chuck Lane, che nel frattempo aveva preso il posto di Kelly ed era diventato direttore del New Republic, si disse molto sorpreso dei problemi che Penenberg stava incontrando. Anche Lane, che cominciava ad avere dei dubbi sulla veridicità del racconto di Glass, era piuttosto sorpreso. La sera prima, infatti, George Sims, un dirigente della Jukt Micronics, lo aveva chiamato al telefono e in una breve conversazione gli aveva detto di non voler commentare la vicenda degli hacker. Nel frattempo, inoltre, Glass aveva dato a Penenberg l’indirizzo del sito della Jukt Micronics, che non era disponibile sul web ma solo all’interno della community degli utenti del fornitore di servizi Internet America Online. Per questo quelli di Forbes non lo avevano trovato, sosteneva. Anche il sito tuttavia sembrava piuttosto strano: Penenberg non si spiegava perché mai una compagnia di software avesse un sito non accessibile a tutti gli utenti di internet, in secondo luogo i contenuti del sito erano troppo scarni per una società di quel calibro.

Alla fine della conversazione i giornalisti di Forbes si convinsero di avere tra le mani una grande storia: un hacker era riuscito a fregare il giornalista di una delle più importanti riviste americane e far pubblicare un articolo completamente infondato. Secondo la loro ricostruzione, Glass era stato preso in giro da un hacker che si era inventato tutto, aveva costruito un sito web fasullo per la fasulla società Jukt Micronics e aveva aperto e poi chiuso gli indirizzi email che Glass aveva usato per parlare con i vari personaggi della storia. Penenberg e Foroohar erano molto comprensivi nei confronti di Glass: capivano come un giornalista giovane e ambizioso e con poca dimestichezza con le cose di internet – condizione che nel 1998 era più comune di oggi – potesse essere stato ingannato da un hacker.

Dopo aver parlato con i giornalisti di Forbes, a Chuck Lane però era rimasto qualche dubbio.  Chiese a Glass di accompagnarlo all’albergo dove teoricamente si era tenuta la convention di hacker raccontata nell’articolo. Sul posto Glass mostrò a Lane i luoghi di cui aveva parlato aggiungendo particolari credibili. Lane però, non ancora convinto, chiese a due impiegati dell’edificio se in effetti lì si era tenuta una conferenza di hacker: nessuno dei due la ricordava, e nel giorno indicato da Glass la sala conferenze era chiusa.

Lane allora affrontò Glass, che ammise di non essere mai stato alla conferenza e di aver mentito su quel particolare essendosi fidato dei racconti di diversi testimoni. A quel punto però le incongruenze erano troppe, Lane si convinse che Glass avesse inventato tutto e lo licenziò.
A Lane però rimaneva un dubbio: in fin dei conti aveva parlato con un responsabile della Jukt Micronics. Glass intanto continuava a sostenere di essere stato ingannato durante la stesura dell’articolo e che il licenziamento fosse una punizione eccessiva per quello che, anche se grave, era pur sempre un errore. Fu solo dopo aver casualmente scoperto che Glass aveva un fratello che studiava in California, nello stesso posto in cui la Jukt Micronics avrebbe dovuto essere, che Lane mise insieme tutti i pezzi della storia. Alla fine Glass ammise di aver chiesto al fratello di fingersi un dirigente della compagnia di software, dicendo di averlo fatto solo perché non riusciva a trovare quello vero ed era sotto eccessiva pressione da parte dei giornalisti di Forbes.

Pochi giorni dopo Forbes pubblicò l’articolo di Penenberg: spiegava come niente dell’articolo di Glass fosse vero e come Glass avesse cercato di tenere in piedi il suo articolo con il finto sito per Jukt Micronics, il coinvolgimento del fratello, le finte telefonate.

Nel numero successivo, The New Republic pubblicò un articolo di scuse ai lettori in cui spiegava di aver ricostruito che 27 degli articoli firmati da Glass contenevano particolari e situazioni inventate.

Come è potuto succedere?
Come è possibile che per anni Glass fosse riuscito ad ingannare così tanti tra editori, fact-checker e lettori è difficile da capire. In primo luogo, Glass conosceva molto bene i sistemi di controllo delle informazioni usati dalla redazione della rivista, avendo ricoperto quel ruolo: per sostenere le sue storie Glass produceva pagine e pagine di note apparentemente fondate, aggiungeva poi falsi biglietti da visita, falsi messaggi, lettere e fax che diceva di aver ricevuto dalle sue fonti. All’inizio della sua carriera, come nel caso degli articoli sulla convention dei conservatori o quello sul CSPI, Glass aveva inventato dettagli, citazioni per dare colore; gli ultimi suoi articoli, come quello sugli hacker, erano stati invece completamente inventati.

Bisogna poi considerare che Glass scriveva per una delle più autorevoli e rinomate riviste statunitensi: per i lettori era difficile immaginare che The New Republic potesse contenere articoli completamente inventati. Ana Marie Cox, una giornalista della rivista Mother Jones, scrivendo poche settimane dopo l’articolo di Forbesoffrì un’altra spiegazione: tutti gli volevano credere, in un certo senso.

Glass usava regolarmente personaggi stereotipati per alimentare altri stereotipi: un processo che coltivava l’elitismo della rivista e dei suoi lettori e che li rassicurava nel loro cinismo.

Post Scriptum
Dopo aver lasciato The New Republic e perso le collaborazioni con le altre riviste, Glass si è dedicato agli studi in legge che aveva già iniziato negli ultimi mesi di lavoro come giornalista. Dopo la laurea ha lavorato diversi anni come para-legale in diversi studi. Ha poi chiesto l’autorizzazione a sostenere l’esame di abilitazione all’avvocatura, che gli è appena stata negata. Sulla sua vicenda come giornalista ha scritto un libro: “The Fabulist”.

Chuck Lane è stato sostituito alla direzione del The New Republic da Peter Beinart nel 1999, ed è passato al Washington Post, per il quale lavora ancora.

Michael Kelly nel 1999 diventò direttore della rivista The Atlantic, che diresse fino al 2003 quando morì in Iraq, dove si trovava insieme alle truppe americane.

Nel gennaio del 1997 Glass scrisse un articolo su quello che all’epoca era un nuovo negozio di libri online – Amazon – che a suo dire non era efficiente come sosteneva di essere. L’articolo si intitolava Amazon.con – dove il .con è un gioco di parole, visto che con in inglese significa truffa.

L’intervista di Glass alla trasmissione americana 60 Minutes (in inglese)