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  • lunedì 20 Gennaio 2014

Guida alla conferenza di pace sulla Siria

I colloqui inizieranno mercoledì in Svizzera, si cerca una tregua: partecipano i siriani (l'Iran no) ma le aspettative sono basse

Aggiornamento 22.10 – Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha ritirato l’invito all’Iran a partecipare alla conferenza di pace sulla Siria che si terrà nei prossimi giorni a Ginevra, in Svizzera. La decisione di Ban Ki-moon è arrivata dopo che l’ambasciatore iraniano all’ONU aveva chiarito che il suo paese non aveva alcuna intenzione di accettare i punti della road map decisi al termine della conferenza di Ginevra del 30 giugno 2012, la cui approvazione era stata indicata come precondizione per partecipare ai colloqui. Il più importante di questi punti è l’istituzione di un organo di governo provvisorio deciso di comune accordo tra governo e opposizioni siriane.

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Mercoledì 22 gennaio a Montreux, Svizzera, i rappresentanti di circa 30 paesi si incontreranno per dei colloqui preliminari alla conferenza di pace sulla Siria che inizierà due giorni dopo a Ginevra. La conferenza di pace, chiamata Ginevra II in continuità con quella tenuta nel 2012, ha l’obiettivo di stabilire una qualche forma di tregua in Siria, dopo oltre due anni di guerra civile, e di istituire un organo di governo provvisorio accettato sia dall’opposizione che dal regime del presidente siriano Bashar al Assad. L’incontro tra le delegazioni del governo siriano e dei ribelli – il primo dall’inizio della guerra in Siria, nel marzo 2011 – si terrà venerdì 24 gennaio. Un eventuale accordo sarà mediato da un inviato speciale delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi. Nonostante della conferenza di Ginevra II stia parlando la stampa di tutto il mondo, i risultati che si attendono sono molto modesti e certamente non definitivi o decisivi per le sorti della guerra.

L’invito dell’ONU all’Iran
Domenica il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha annunciato di avere invitato a partecipare alla conferenza anche l’Iran, il più importante alleato del regime di Bashar al Assad, che da diversi mesi sostiene direttamente e indirettamente gli sforzi militari dell’esercito governativo siriano (mandando armi, per esempio, e appoggiando il coinvolgimento della milizia sciita libanese Hezbollah nella guerra a fianco di Assad). La partecipazione dell’Iran è stata oggetto nelle ultime settimane di intensi scambi diplomatici: Ban Ki-moon e Brahimi, scrive il New York Times, sperano che con questa mossa l’Occidente possa sfruttare la grande influenza che il regime iraniano continua ad avere sul governo siriano, in modo da costringere Assad a fare alcune concessioni.

La mossa di Ban Ki-moon è stata molto criticata sia dai ribelli siriani che dal governo degli Stati Uniti. Il portavoce della Coalizione Nazionale Siriana (CNS), unico gruppo di opposizione non militare riconosciuto come legittimo dall’Occidente, ha scritto in un tweet che la CNS «ritirerà la sua partecipazione a Ginevra II a meno che Ban Ki-moon non riveda l’invito nei confronti dell’Iran». Il portavoce del dipartimento di Stato statunitense, Jen Psaki, ha detto che la condizione affinché l’Iran partecipi alla conferenza è la sua piena accettazione del “comunicato di Ginevra” (documento approvato al termine della conferenza di Ginevra sulla Siria il 30 giugno 2012), che prevede tra le altre cose la creazione di un organo di governo transitorio, con pieni poteri esecutivi e istituito con il consenso di tutte le parti – condizione che finora l’Iran non ha mai detto pubblicamente di voler accettare.

Negli Stati Uniti le preoccupazioni sulla partecipazione dell’Iran alla conferenza di pace non riguardano solo il governo. Il New York Times ha scritto: «l’inclusione dell’Iran potrebbe trasformare i colloqui di pace sulla Siria in un’occasione per intensificare i conflitti in Medio Oriente». Andrew Tabler, esperto di Siria per il Washington Institute for Near East Policy, ha detto che la presenza iraniana potrebbe rendere tutto più difficile nel trovare un accordo finale: l’Iran viene considerato da molti parte belligerante nel conflitto in Siria e ci si aspetta che a Ginevra i suoi inviati rappresentino le ragioni e gli interessi di Assad.

Cosa ci si può aspettare, realisticamente
Non molto, almeno dal punto di vista politico. Diversi analisti pensano che la conferenza non porterà ad alcun risultato concreto sugli esiti della guerra, eccetto forse la possibilità che alcune parti del territorio siriano finora rimaste isolate vengano aperte alla consegna di aiuti umanitari internazionali. Le posizioni tra le due parti rimangono enormemente distanti: Assad ha già detto che un suo eventuale allontanamento dal potere non sarà argomento di dibattito a Ginevra, mentre per la maggior parte delle opposizioni la sua rimozione è la precondizione per un cessate il fuoco.

La Coalizione Nazionale Siriana, nonostante sia solo una forza della variegata opposizione ad Assad, è molto divisa al suo interno, e la stessa partecipazione a Ginevra è stata oggetto di grande dibattito e spaccature. Un terzo dei suoi membri si è opposto alla conferenza di Ginevra, ma le pressioni internazionali, soprattutto degli Stati Uniti, hanno spinto le forze di coalizione a decidere a favore della partecipazione. A Ginevra sarà presente anche una delegazione dell’Esercito Libero Siriano, la forza militare di opposizione più moderata e sostenuta dall’Occidente, e una delegazione che rappresenta il Consiglio Nazionale Curdo, uno dei due principali blocchi politici di curdi in Siria (l’altro, il Partito di Unione Democratica, è invece rimasto escluso e ha accusato l’Occidente per non essere stato invitato a Ginevra).

Gli altri gruppi armati di opposizione presenti in Siria, tra cui quelli formati da islamisti estremisti o vicini ad al Qaida, hanno rifiutato di partecipare alla conferenza di Ginevra. Questo è un grande problema per gli organizzatori della conferenza: da diversi mesi le forze più moderate di opposizione sono diventate sempre meno importanti dal punto di vista miliare, mentre gli estremisti – tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e il Fronte Islamico sostenuto dall’Arabia Saudita – si sono rafforzati e oggi controllano diverse parti dei territori conquistati dai ribelli. Come hanno fatto notare alcuni esperti, un eventuale accordo tra opposizioni moderate e governo di Assad potrebbe non portare ad alcun risultato per la guerra in Siria, perché i ribelli più estremisti andrebbero avanti a combattere fino alla caduta di Assad.

Lo scontro tra i ribelli e le forze fedeli al dittatore Bashar al Assad è cominciato circa tre anni fa, ha già causato più di centomila morti (finché l’ONU non ha deciso di smettere di contarli) e due milioni di profughi.

Foto: Il ribelle siriano Tawfiq Hassan, di ritorno a Marea, vicino ad Aleppo, dopo aver combattuto contro l’esercito di Assad (AP Photo/Muhammed Muheisen, File)