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  • domenica 19 Gennaio 2014

Contro i doodle di Google

Il Washington Post ha pubblicato un articolo molto duro in cui accusa Google di usare personaggi storici per fare affari

Venerdì 17 gennaio il Washington Post ha pubblicato un articolo dello scrittore e giornalista Justin Moyer che critica i doodle di Google, le immagini (a volte dei semplici giochi interattivi) con cui Google di tanto in tanto celebra personaggi storici, festività ed eventi storici. «È tempo», scrive Moyer, «che Google smetta di inserire importanti figure politiche e culturali nel suo logo».

Moyer ricorda che il 6 gennaio Google pubblicò un doodle per celebrare il 123° anniversario della nascita di Zora Neale Hurston, scrittrice afroamericana fra i protagonisti del cosiddetto “rinascimento di Harlem”, un movimento culturale di scrittori e artisti afroamericani iniziato nel 1920. Il doodle è stato apprezzato da diversi grandi giornali americani, come il Los Angeles Times e Time. Ma Google ha il diritto di celebrare grandi figure della cultura americana?, si domanda Moyer. Il punto non è solo che Google è il marchio di una società for profit, ma anche che Google decide in autonomia chi celebrare e in questo modo può stabilire una specie di gerarchia tra le figure storiche e politiche: chi merita di essere ricordato e chi no. Per esempio, scrive Moyer, Google celebra Hurston, una scrittrice conservatrice, ma invece non celebra Malcom X. Visto che Google è presente tutti i giorni nelle nostre vite, questa capacità di indirizzare la scelta di chi ricordare e chi no, secondo Moyer, è un potere addirittura “orwelliano”.

Secondo Moyer, inoltre, c’è anche un problema di “legittimità” nelle scelte di Google. Per spiegare il concetto fa un paragone con il servizio postale degli Stati Uniti, una società pubblica, che possiede tuttora un comitato con cui consulta i cittadini per decidere quali figure celebrare con i suoi francobolli. Google invece è una società privata, peraltro coinvolta in diverse cause per violazione della privacy in tutto il mondo: protesta contro la censura, scrive Moyer, ma continua a espandere la sua presenza in Cina; è accusata di privilegiare i suoi affari con la pubblicità nell’evoluzione dell’algoritmo del suo motore di ricerca.

I doodle di Google celebrano spesso personaggi importanti nella storia dei diritti civili e del progresso, come Martin Luther King o l’attivista kenyota e premio Nobel per la pace Wangari Maathai, ma secondo Moyer lo fa per associare subdolamente il suo marchio a quelle battaglie. Il discorso vale anche per importanti figure dell’arte e della cultura, come il regista Ingmar Bergman, Claude Monet (uno dei primi doodle mai realizzati) e Pablo Picasso. Anche i doodle di eventi storici e le ricorrenze, secondo Moyer, non vanno bene: per esempio, perché Google dovrebbe poter associare il suo marchio alla festa della donna? E perché celebrare l’anniversario del lancio in orbita del satellite Sputnik, un traguardo scientifico importante ma compiuto dall’Unione Sovietica, una dittatura violenta e oppressiva?

Insomma, secondo Moyer Google non ha diritto a celebrare grandi personaggi e associare loro il suo marchio. Esattamente come fanno altre società, quando usano Martin Luther King o Gandhi per le loro pubblicità, secondo Moyer Google trasforma artisti e statisti in venditori.

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