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In Giappone è tornata l’inflazione

Era dal 2008 che non cresceva così tanto: per uscire da vent'anni di stagnazione economica il paese deve sperare che continui così (anche se non tutti sono convinti)

Questa settimana i dati ufficiali del governo giapponese hanno mostrato che l’inflazione core del Giappone (quella misurata senza tenere conto dei prezzi che variano di più, come gli alimentari) ha raggiunto l’1,2 per cento rispetto al dicembre dell’anno scorso. È la prima volta che in Giappone i prezzi tornano a salire in cinque anni. L’ultima volta fu nel 2008, a causa di un’improvvisa impennata globale dei prezzi delle materie prime, di cui il Giappone è un grande importatore. Per il resto, sono quasi vent’anni che l’economia giapponese è bloccata dalla deflazione, cioè da prezzi che, anno dopo anno, continuano a scendere (qui avevamo spiegato perché, anche se potrebbe sembrare una pacchia, il costante calo dei prezzi è in realtà un problema).

Questi dati sono una specie di regalo di compleanno per il governo dell’attuale primo ministro, Shinzo Abe, entrato in carica proprio un anno fa. Abe basò la sua campagna elettorale sull’obiettivo di far uscire il Giappone da un ventennio di deflazione e stagnazione economica. Il suo programma era stato ribatezzato dai giornalisti economici di tutto il mondo Abenomics ed era basato su “tre frecce” (come aveva spiegato lo stesso Abe). La prima: grandi interventi di “easing” da parte della banca centrale (che avrebbe comprato titoli di stato e altre obbligazioni in maniera massiccia e quindi stampato molto denaro), poi stimoli fiscali e infine riforme strutturali.

Per ora è stata scoccata la prima freccia, quella che aveva proprio l’obiettivo di far uscire il paese dalla deflazione. Sembra che per il momento abbia colpito il bersaglio e ottenuto anche qualche altro successo. Negli ultimi giorni di dicembre sono stati diffusi altri dati sull’economia giapponese: la produzione industriale è cresciuta, anche se meno di alcune previsioni, i salari sono tornati a crescere, anche se di poco, mettendo fine a un calo che durava da 17 mesi. Le vendite al dettaglio sono cresciute del 4 per cento su base annua, mentre anche il mercato del lavoro sembra avere aumentato la domanda.

Anche il vicedirettore del Fondo Monetario Internazionale, David Lipton, ha dichiarato sulle politiche monetarie giapponesi: «Penso che abbiano colpito il bersaglio». In un’intervista rilasciata venerdì al Financial Times, Lipton ha dichiarato che l’FMI probabilmente rivedrà le sue stime di crescita per il Giappone nel 2014, che al momento sono all’1,2 per cento (quelle del governo giapponese sono al 1,4 per cento). Ma Lipton, in un certo senso, ha anche messo in guardia il Giappone, ricordando che ci sono altre “due frecce” da scoccare e che soprattutto l’ultima, quella delle riforme, è la più importante (e la più difficile da realizzare, per le resistenze corporative della società giapponese).

Ad esempio, il Giappone dovrebbe riuscire ad aumentare la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro, migliorare i modi di gestione delle sue imprese, aumentare la produttività e cercare di diminuire il suo enorme debito pubblico (che qualche mese fa ha superato la simbolica cifra di un biliardo di yen, cioè un uno seguito da quindici zeri). Per quanto ci siano molti segni positivi nella situazione giapponese, restano ancora molto dubbi e parecchi analisti sono prudenti nel formulare valutazioni sul futuro.

Non c’è alcuna certezza, per prima cosa, che l’inflazione continui ad aumentare nei prossimi mesi, fino all’obiettivo del 2 per cento fissato dalla banca centrale. Molti scrivono che il fattore chiave sarà l’aumento dei salari che, portando a un aumento dei consumi, spingerebbe in alto l’inflazione. Ma i salari, fino ad ora, hanno mostrato aumenti molto modesti. Altri analisti sottolineano l’altro effetto che hanno avuto le politiche di “easing” della banca centrale: il deprezzamento dello yen, che in un anno ha perso un quarto del suo valore nei confronti del dollaro.

Parte dell’attuale inflazione è proprio aiutata dallo yen debole, che inflaziona i prezzi dei beni importati. L’anno prossimo lo yen probabilmente resterà stabile rispetto a quest’anno e, quando la svalutazione si sarà completamente traslata sui prezzi dei beni importati, l’inflazione rischia di rallentare rapidamente. A questo bisogna aggiungere che ad aprile è previsto l’aumento della tassa sui consumi dal 5 all’8 per cento – che tra gli altri effetti potrebbe avere proprio quello di rallentare i consumi e quindi l’inflazione.