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  • giovedì 26 dicembre 2013

Shinzo Abe è andato a Yasukuni

La visita del primo ministro giapponese in uno dei luoghi simbolo del nazionalismo ha suscitato grandi proteste da parte di Cina e Corea del Nord

Nella mattina di giovedì 26 dicembre, in diretta televisiva, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha visitato il santuario di Yasukuni a Tokyo, un luogo simbolico della storia e della cultura del paese in cui si celebrano i caduti per la patria e, tra questi, quattordici persone condannate per crimini di guerra. La visita ha portato a fortissime proteste da parte di Cina e Corea del Sud, mentre l’ambasciata statunitense a Tokyo ha diffuso subito un comunicato in cui si è detta “contrariata” dal gesto di Abe. È stata la prima visita a Yasukuni da parte di un primo ministro giapponese in carica dal 2006: fino ad ora, il primo e unico a recarvisi (sei volte dal 2001 al 2006) era stato Junichiro Koizumi.

Il santuario di Yasukuni è un tempio shintoista stabilito dall’imperatore Meiji nel 1869 a Tokyo, a brevissima distanza dal Palazzo Imperiale. Come spiega il sito ufficiale del tempio, «fu costruito per commemorare e onorare le imprese di coloro che dedicarono le loro preziose vite per il paese». Secondo la religione shintoista, ospita quindi le anime di oltre 2,4 milioni di giapponesi morti nei molti conflitti in cui fu impegnato il Giappone dal 1853 alla Seconda guerra mondiale.

I caduti sono venerati come kami – gli dei minori dello shintoismo, la religione tradizionale del Giappone – e tra questi vi sono 14 persone condannate per crimini di guerra. Tra gli altri, Hideki Tojo, il primo ministro che portò il Giappone a entrare nella Seconda guerra mondiale (condannato a morte e ucciso nel 1948), e il generale Iwane Matsui, comandante delle truppe durante il massacro di Nanchino, in Cina, durante il quale furono violentate circa 20 mila donne e uccisi circa 250mila civili cinesi nell’inverno del 1937-1938.

Il santuario di Yasukuni è visitato da diversi milioni di persone ogni anno ed è un luogo simbolico molto noto, legato alla famiglia imperiale (anche se nessun imperatore lo ha più visitato dal 1945). Le visite dei membri del governo giapponese, però, sono interpretate come un’offesa e una mancanza di rispetto per i paesi vicini che hanno sofferto maggiormente l’occupazione giapponese, come Cina e Corea del Sud, che ogni volta protestano in modo molto esplicito: questa volta la Cina ha definito la visita di Abe «inaccettabile per il popolo cinese» mentre la Corea del Sud ha espresso «rabbia e dolore». Da parte sua, Abe ha detto che non era sua intenzione offendere i paesi vicini.

Per i paesi vicini, Yasukuni è il simbolo del passato militarista giapponese e fin dagli anni Settanta vige l’accordo non scritto che nessun leader giapponese in carica – soprattutto il primo ministro e il ministro degli Esteri – possa andare in visita al tempio senza causare gravi conseguenze diplomatiche: un accordo che, come fece il suo compagno di partito Koizumi, Abe sembra aver voluto violare. Negli ultimi mesi diversi membri del governo vi si erano recati, sempre in visite “private” (come quella di Abe di oggi): ad agosto, tre ministri del governo andarono a Yasukuni in occasione del 68esimo anniversario della resa del Giappone. Ad aprile ci andò il vicepremier e ministro delle Finanze Taro Aso, portando alla cancellazione di un importante incontro tra i ministri degli Esteri del Giappone e della Corea del Sud.

La mossa di Shinzo Abe, naturalmente, non è stata casuale. I media di tutto il mondo si sono occupati di lui soprattutto per il suo grande e rischioso piano di stimolo monetario all’economia, per provare a far uscire il paese da diversi anni di deflazione e bassa crescita economica. Il piano, ribattezzato Abenomics, prevede in aggiunta una serie di profonde riforme per ridare slancio all’economia, anche se su questo piano le cose sembrano andare più a rilento.

Ma il primo periodo di Shinzo Abe da primo ministro, tra il 2006 e il 2007, fu un disastro caratterizzato da continue liti con i paesi vicini, in cui sia Abe che i membri del governo sembravano non essere in grado di chiudere i conti con la difficile memoria della sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Finora Abe ha lasciato questo aspetto piuttosto nascosto, ma secondo diversi suoi critici – anche nel suo stesso partito – il forte nazionalismo suo e dei suoi collaboratori più stretti è stato solo messo in ombra dalle novità in campo economico.

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