Per cosa ci si dimette

Per responsabilità anche piccole, ma su fatti concreti e accertati, scrive Antonio Polito sul caso Cancellieri: oppure per responsabilità grandi, come la Sardegna

Il commento in prima pagina del Corriere della Sera giovedì è di Antonio Polito, che riflette sul caso Cancellieri e domanda degli “standard di moralità” per giudicare la gravità degli errori commessi dalle cariche istituzionali – come nel caso Cancellieri, in cui i pareri sono stati molto contraddittori – e le richieste di dimissioni. Che non riguardino responsabilità non accertate, senza conseguenze di fatto, e non si dimentichino di quelle più gravi per inseguire obiettivi demagogici.

Bisognerà mettersi d’accordo sugli standard di moralità pubblica, se vogliamo uscire dall’incubo di questo ventennio. Gli italiani non ne possono più dei livelli record di corruzione, favoritismo e nepotismo; ma il mondo politico è diviso sulle sanzioni. A un estremo ci sono quelli che perdonerebbero tutti per condonare se stessi; all’altro i Torquemada che condannerebbero chiunque pur di guadagnarsi il favore popolare. In mezzo c’è il Pd. Come dimostra il caso Cancellieri, la linea di frontiera passa di lì. E non è solo frutto di tatticismo, Renzi che vuole fare le scarpe a Letta, Cuperlo che vuole farle a Renzi, più una pletora di personaggi minori in cerca di fama. C’è qualcosa di più profondo.
Una deputata democratica confessava qualche giorno fa il suo imbarazzo: «Mia madre mi ha detto che se salviamo la Cancellieri non ci voterà mai più. Mio marito mi ha detto che non ci voterà più se l’abbandoniamo». È questa incertezza sui principi a spiegare perché il Pd assomigli sempre più a un’agorà e sempre meno a un partito, una piazza dove tutti votano a piacere e molti obbediscono a impulsi esterni. In quale altro partito il segretario avrebbe rinunciato a presentarsi con una sua proposta all’assemblea che doveva decidere sulla sfiducia?

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(Foto Mauro Scrobogna/LaPresse)