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Tocca alle banche

La BCE ha annunciato l'avvio di un'operazione di ispezione dei bilanci: potrebbe essere un "grande momento di svolta nella saga dell'euro", scrive l'Economist

Mercoledì 23 ottobre la Banca Centrale Europea ha comunicato l’avvio di un’operazione che potrebbe essere, con le parole dell’Economist, il “secondo grande momento di svolta nella saga dell’euro” dopo il celebre discorso di Mario Draghi del luglio 2012, che bastò a dare ai mercati finanziari una relativa calma che dura tuttora. L’operazione è una approfondita ispezione dei bilanci delle 128 maggiori banche dei paesi dell’UE, su cui la BCE comincerà ad avere poteri di supervisione a partire dalla fine del 2014 al posto delle autorità nazionali (uno dei primi e lenti passi verso l’unione bancaria europea).

La BCE si farà aiutare da esperti esterni e vorrà capire quali banche sono in buono stato, quali hanno invece bisogno di una ricapitalizzazione e quali sono i casi estremi in cui si raccomanda una chiusura. Come spiega l’Economist, il compito è difficilissimo e delicato: bisogna scoprire le difficoltà nascoste nelle pieghe dei bilanci, ma dall’altra parte, se i problemi si rivelassero troppo grossi e i paesi della periferia dell’eurozona dovessero intervenire pesantemente con le loro già stremate finanze, la crisi potrebbe aggravarsi.

La BCE ha già annunciato alcuni parametri piuttosto stringenti a cui si dovranno attenere le banche, anche se non ha ancora fissato scadenze temporali più precise. Ma il compito probabilmente più importante della BCE sarà quello di stabilire regole comuni per la gestione dei cosiddetti Non-Performing Loans (NPLs, “prestiti non performanti”), ovvero i prestiti la cui riscossione è diventata molto incerta (qui una spiegazione più precisa di cosa sono, sul sito della Borsa Italiana). Le banche si comportano oggi in modo molto diverso, ma tutte cercano in qualche modo di ritardare il momento in cui dovranno registrare a bilancio una vera e propria perdita.

Praticamente tutti i governi europei hanno qualcosa da temere dall’operazione della BCE: persino in Germania, ad esempio, le piccole banche locali – spesso collegate alla politica – sono un grande punto interrogativo quanto ad ampiezza delle riserve e a solidità dei bilanci. In un commento sull’avvio dell’operazione, l’Economist si augura che Draghi resista alle pressioni e porti a fondo la revisione dei bilanci, che porterà probabilmente alla luce un altro grande problema del sistema creditizio europeo: quello dei prestiti concessi con troppa leggerezza alle imprese e ai privati, che secondo il Fondo Monetario Internazionale è già un ostacolo alla crescita maggiore rispetto al debito pubblico.

Si pensa sempre che l’Europa abbia una crisi dei debiti sovrani, e la ha. Ma le origini del disastro dell’euro stanno meno nella spensieratezza delle spese dei governi quanto negli eccessivi livelli di indebitamento dei privati. È vero, la Grecia si è cacciata nei guai perché il governo spendeva troppo e raccoglieva troppo poco in tasse. Ma altrove lo sfascio è stato conseguenza di un’abbuffata del settore privato: i debiti legati ai mutui in Irlanda e in Spagna; i prestiti delle aziende in Portogallo e di nuovo in Spagna. In tutti e tre i paesi il debito complessivo delle società e dei privati erano parecchio sopra il 200 per cento del PIL prima della crisi, molto più alto che in America (175%) o persino nel Regno Unito (205%)

Diverse cose contribuiscono al problema, tra cui leggi meno favorevoli nei confronti dei debitori rispetto all’America e la lunghezza delle cause per bancarotta (che in Italia è in media di sette anni). I problemi dei debiti delle società, scrive l’Economist, sono più gravi in Portogallo, in Spagna e in Italia, dove ci sono molte “società zombie” che riescono a malapena a pagare gli interessi e non possono quindi fare altri investimenti produttivi. I debiti dei privati, invece, sono particolarmente alti in Irlanda e nei Paesi Bassi (in entrambi i paesi eccedono il 100 per cento del PIL).

La revisione della BCE aiuterà – e in qualche caso obbligherà – le banche a riconoscere i crediti non esigibili e a prendere iniziative per contrastare il problema, che in ultima istanza potrebbero venire anche dall’intervento pubblico o persino dal meccanismo di stabilità europeo (ma a proposito di questo c’è una grande resistenza da parte della Germania). Come ha scritto il Financial Times, è tempo di “aprire la scatola nera, tapparsi il naso e guardare cosa c’è dentro”.

Foto: AP Photo/Michael Probst