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  • martedì 22 ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Pittella

Per le primarie alla segreteria del PD del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Il futuro che vale. Per un partito democratico, solidale, europeo»

Il testo integrale del documento congressuale presentato da Gianni Pittella, candidato alla segreteria nazionale del Pd, in vista delle primarie del prossimo 8 dicembre. Il titolo è: «Il futuro che vale. Per un partito democratico, solidale, europeo».

Il futuro che vale

Per un partito democratico, solidale, europeo. 

UN PAESE DA RICOSTRUIRE
Sono almeno 25 anni che il nostro Paese si è sostanzialmente fermato e seduto. Ma tutto questo non dipende solo da noi, è evidente. Ma certo noi non abbiamo fatto abbastanza per evitare di fermarci e sederci. Ci è mancata l’intenzione della condivisione e della responsabilità collettiva. Di fronte ad un destino che si disegna in comune abbiamo spesso guardato ai fondamentalismi di quartiere, dove l’importante non è vincere, ma impedire all’altro di vincere, anche di fonte alla distruzione. “Gli storici del futuro – afferma Roberto Orsi, uno dei tanti studiosi italiani emigrati a Londra, – probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate ‘terzomondializzazione’, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale”.

Dobbiamo lottare per sconfiggere questa previsione.
Dobbiamo infatti essere consapevoli che un’epoca è nella sua fase terminale e un nuovo tempo si sta affacciando. Sta finendo l’epoca dello sviluppo e dello sfruttamento infiniti della natura; della ricerca del particolare e della perdita del totale; l’epoca delle certezze e delle sicurezze sempre cercate, sempre credute, ma mai trovate.

Non siamo solo quindi in una semplice crisi finanziaria ed economica, pur con tutto il suo enorme peso, ma in una ben più complessacrisi di sistemache riguarda integralmente e complessivamente le tematiche socio-economiche, ideali e politiche. E’ una crisi che riguarda tutti: dalla Cina, agli Stati Uniti, alla nostra Europa. Le infinite tragedie dell’immigrazione del Mediterraneo sono figlie di questi tempi instabili. Di fronte a vicende di una tale enormità dovremmo avvertire l’urgenza del fare, dell’operare per sostenere la dignità dell’uomo, dell’impegnare ogni sforzo per evitare che l’unica alternativa sia tra negazione dei diritti nel Sud del mondo e una speranza che muore nel nostro mare. È una crisi che sta ricomponendo nuovi equilibri mondiali, in un contesto economico di calo considerevole dei commerci internazionali e di utilizzo di nuove fonti energetiche. Un quadro che vede sempre di più il Mediterraneo circondato da battaglie, guerre e lotte nell’incertezza di veder fiorire le possibilità reali di un autentico sviluppo economico e politico-democratico. E l’Europa bloccata dalla ricerca di equilibri contabili, senza una reale guida politica e incerta nelle proprie relazioni internazionali.

In Italia non siamo riusciti a trovare sistemi e strumenti per gestire il cambiamento e l’innovazione e siamo ancora immersi in una crisi strutturale e profonda. Gli scambi tra imprese e imprese si sono ristretti considerevolmente, la circolazione del capitale sta interrompendosi in una fase di deflazione che sta causando l’abbassamento sia dei margini delle imprese che dei consumi degli italiani. La crisi che aggredisce il nostro Paese non è soltanto economica ma anche etica, sociale e politica. Una crisi che ha portato l’Italia sull’orlo dell’abisso. Ma oggi è il momento per tornare a determinare le nostre possibilità.
L’Italia è il Paese che, quando è riuscito ad essere creativo e innovativo, ha costruito gli artigiani-artisti, i distretti industriali del made in Italy, i cooperatori sociali e di comunità. L’Italia è il Paese delle bellezze artistiche, dei paesaggi mozzafiato, della musica, della storia, della creatività.

L’Italia è il Paese che, all’indomani della seconda guerra mondiale, facendo propri gli insegnamenti delle migliori culture politiche e sociali, è riuscita a passare dalla marginalizzazione ai primi posti della classifica delle economie più industrializzate in poco più di un decennio.
Non possiamo più attendere il tempo del riscatto civile del nostro Paese. Il tempo in cui sarà ricostruita la fiducia nelle istituzioni, il tempo in cui saranno archiviati anni di cattiva gestione del bene comune, per trovare nuove regole di una convivenza civile rintrovata, e sottrarre i cittadini da sofferenze strutturali come l’insostenibilità dell’assistenza sociale, il debito pubblico, l’evasione fiscale e la corruzione.
La giustizia è uno dei peggiori servizi che lo Stato offre al cittadino tra durata dei processi, arretratezza digitale, numero dei giudici e degli avvocati, iperproduzione normativa, moltiplicazione dei riti, geografia degli uffici giudiziari. Senza che vi sia un intervento per adeguare l’efficienza della giustizia o per dedicarsi alla semplificazione legislativa.

E al Sud come al Nord, in tutto il Paese, la criminalità organizzata ha approfittato per anni della mancanza dello Stato e della politica per radicarsi e distruggere il tessuto sociale delle comunità. Le statistiche internazionali purtroppo lo confermano anno dopo anno. Una cultura forte della legalità deve inaridire il terreno nel quale la criminalità si alimenta. I comportamenti illegali a qualsiasi livello non vanno tollerati. Le risorse per far questo ci sono, sono i beni confiscati alle mafie, che però devono vedere una riforma radicale nella loro gestione per renderli elementi di valorizzazione territoriale e non luoghi di sperpero di denaro pubblico. La sola guerra da dichiarare è quella alle mafie, così come alla corruzione che ne è figlia e all’evasione fiscale che ne è conseguenza. I controlli devono essere severi e frequenti, sostanziali oltre che formali, ma anche molto va chiesto ad un’educazione scolastica che consegni di nuovo il senso dell’etica pubblica.

Per indicare la rotta per uscire dalla crisi e ritrovare un senso di comunità, una prospettiva economica, uno spazio di condivisione e realizzazione, la politica deve ritrovare la capacità di dare un indirizzo e costruire orizzonti. Superando sfiducia e delusione la sinistra in Italia può ritrovare un senso se riuscirà ad essere la strada per uscire dal tempo difficile che viviamo. È necessario un Partito Democratico vivo ed energico, che deve saper essere campo largo delle forze progressiste italiane, un partito di ispirazione europea, aperto alla società e al confronto con l’associazionismo diffuso, una forza politica che renda protagonista ciascun militante nell’impegno per costruire uguaglianza ed opportunità. Il Partito Democratico deve diventare un partito speranza, capace di mobilitare intelligenze, competenze e passioni, superando la cultura della contrapposizione e dell’indifferenza. Occorre una vera rigenerazione del partito sul piano culturale, progettuale e programmatico. Dopo la sconfitta alle elezioni politiche dello scorso febbraio ed avendo preso finalmente coscienza dei nodi irrisolti che ci trasciniamo dietro sin dalla nascita del partito, il nuovo momento che viviamo potrà essere la Bad Godesberg annunciata e mancata all’origine dell’ambizioso progetto che è il Partito Democratico e finalizzare il nostro impegno alla costruzione di un’area autenticamente alternativa alla destra conservatrice.

OGNI UOMO È UN PEZZO DEL CONTINENTE
Al centro di questa nuova proposta politica deve essere messa la persona, secondo un approccio antropologico che sostituisca l’oramai ristretto paradigma produttivo.

La centralità della persona deve essere il segno del riconoscimento dell’uguaglianza di tutti ma non deve negare la straordinaria diversità di ciascuno, in quello che sarebbe altrimenti un’omologazione cieca. Ciascuno deve avere la possibilità di dire e fare, sviluppando idee in prima persona, rendendole energia collettiva operando all’interno di una comunità. Di ciascuno deve essere la possibilità di una realizzazione propria cogliendo il senso pieno di un bene comune da tutelare che è la società tutta.
Il Partito Democratico deve riappropriarsi della parola libertà, una libertà dei moderni che sappia relazionarsi con responsabilità, solidarietà e uguaglianza. In una dimensione empatica e per una sintesi superiore che riesca a riannodare i fili spezzati di una libertà -sequestrata dalla destra- interpretata soltanto come la chance di assecondare gli istinti di un individualismo esistenziale e sociale, inevitabilmente in conflitto con l’obiettivo del bene comune e dell’interesse generale. Come scriveva John Donne:

“Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra”

ed è di questa visione di insieme che dobbiamo riappropriarci. È il protagonismo di ogni donna e ogni uomo al servizio delle proprie idee e in una dimensione di reciprocità e solidarietà.

Sul piano più strettamente economico, occorre definire un progetto di sintesi tra economia e politica che non sia semplicemente un ritorno allo Stato, e contrasti l’illusione altrettanto regressiva di un abbandono al mercato. Dobbiamo guardare all’economia della persona e della comunità, di cui Adriano Olivetti fu precursore. Un‘economia che non sia più quindi di parte ma condivisa tra i protagonisti di un progresso sostenibile come gli imprenditori, gli imprenditori sociali (o a movente ideale per usare una felice espressione di Luigino Bruni) e gli amministratori del bene comune.

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