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  • venerdì 18 ottobre 2013

Contro il reato di negazionismo

Gli argomenti di chi critica l'emendamento approvato al Senato pensando che la negazione della realtà storica dell'Olocausto si debba combattere in altri modi

Nel 2007, l’allora mini­stro della giu­sti­zia Clemente Mastella propose di intro­durre nel codice penale il reato di nega­zio­ni­smo. La norma non venne mai appro­vata dal Par­la­mento, ma la discussione già a quel tempo generò molte reazioni contrarie e favorevoli, ed è tornata di attualità dopo che la Com­mis­sione Giu­sti­zia del Senato ha approvato un emendamento che modi­fi­ca l’articolo 414 del codice penale e sta­bi­li­sce una pena per chi «nega l’esistenza di cri­mini di geno­ci­dio, crimini di guerra o con­tro l’umanità».

Il tema delle persecuzione penale delle opinioni che negano in particolare l’Olocausto – opinioni incredibilmente diffuse – è oggetto di discussioni da tutto il dopoguerra, ed è stato rinnovato in Italia in questi giorni. Venerdì, il quotidiano Il Manifesto ha pubblicato un editoriale di Roberto Della Seta (ex presidente di Legambiente e ex parlamentare Pd) intitolato “Negazionismo, il pericolo del reato”. Il matematico Piergiorgio Odifreddi ha scritto due post sul blog che tiene sul sito di Repubblica intitolati “Che cos’è la verità?” e “Stabilire la verità storica per legge”. E ancora: l’associazione Unione delle Camere Penali Italiane ha scritto un articolo intitolato “Al negazionismo si risponde con le armi della cultura non con quelle del diritto penale” e lo studioso di ebraismo Alberto Cavaglion, sul sito Doppiozero diretto da Marco Belpoliti, ha pubblicato un editoriale intitolato “Doppia negazione”. In tutti questi articoli si spiega perché sarebbe sbagliato, inefficace o pericoloso, a seconda dei casi, contrastare con una legge delle opinioni, per quanto infondate esse siano. La premessa generale è, per questi ed altri interventi (con la controversa eccezione di Odifreddi), che la Shoah è un fatto storico indiscutibile, provato da documenti e testimonianze, e che non può in alcun modo essere ridimensionata la responsabilità di chi concepì, mise in pratica, eseguì o fu complice di tali delitti. Ed è comune la precisazione che la storia non può essere normata da leggi perché questo accade «solo nei sistemi totalitari».

Le motivazioni per opporsi all’introduzione del reato di negazionismo possono essere semplificate in tre diverse argomentazioni, già esposte nel 2007 da molti storici e intellettuali italiani che si opposero alla proposta di Mastella e considerate valide ancora oggi (tra loro Carlo Ginzburg, Giovanni De Luna, Sergio Luzzatto e Bruno Bongiovanni):

Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:

1) si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.

2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’”antifascismo” nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.

3) si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della “unicità della Shoah”, non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altri evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.

Nel 2009, lo storico Franco Cardini, che già aveva aderito al testo del 2007, scrisse un articolo sui rischi di una legge penale contro il negazionismo, aggiungendo un’ulteriore argomentazione:

«Cresce il numero di chi in pubblico afferma una cosa e in privato sostiene esattamente il contrario. E sapete perché? Per il fatto che se ne perseguitano i sostenitori e che li si condanna senza dar loro il diritto di parlare e senza controbattere. Ma in questo modo si crea nell’opinione pubblica la crescente sensazione che se ne abbia paura, e che essi stiano dicendo cose vere: e, questo sì, può costituire la premessa a una nuova ondata di pregiudizio antisemita, anche se è difficile immaginare sotto quali forme potrebbe presentarsi».

In molti degli articoli di questi giorni vengono anche descritti vari casi di arresti e condanne avvenuti negli ultimi anni in Europa in base alle leggi contro il negazionismo: quello dell’austriaca Silvia Stoltz, che fu condannata in Germania a tre anni e mezzo di carcere nell’esercizio della sua funzione di avvocato difensore durante il processo a un “negazionista”, Ernest Zundel, e quello, forse più celebre, di David Irving, uno storico britannico che durante gli anni Sessanta scrisse una serie di testi in cui cercò di dimostrare come Hitler fosse all’oscuro della soluzione finale, attribuita piuttosto a Himmler, abbandonando però nel tempo ogni intento revisionista per affermare invece la negazione stessa della soluzione finale. Per queste sue teorie nel 2005 venne arrestato in Austria con l’accusa di negazionismo e fu condannato a tre anni di carcere.

Foto: rastrellamento al ghetto di Varsavia, settembre 1942 (Keystone/Getty Images)

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