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  • martedì 8 ottobre 2013

Senza lo shale gas

Il capo di ENI Scaroni spiega al Corriere i ritardi dell'Italia e cosa sta succedendo con l'energia in giro per il mondo

Martedì 8 ottobre in un’intervista al Corriere della Sera l’amministratore delegato dell’ENI, Paolo Scaroni, ha parlato della necessità di ripensare le politiche energetiche in Europa: secondo Scaroni la priorità è lo shale gas, che ha avvicinato gli Stati Uniti all’indipendenza energetica, indicando la Russia come la fonte di gas a buon mercato con cui l’Europa dovrebbe collaborare.

L’Europa che difende il suo welfare dispendioso, ha costi di produzione delle industrie molto più alti non solo dell’Asia ma anche degli Stati Uniti e l’handicap del più rapido invecchiamento della popolazione, sta trascurando un’altra sfida che rischia di darle il colpo di grazia: quella dell’energia.

«Con la rivoluzione dello shale gas — spiega l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni — perdiamo altro terreno nei confronti degli Usa: il prezzo del gas per le loro industrie è un terzo del nostro, l’energia elettrica la pagano la metà. Se non cambia qualcosa c’è da chiedersi chi investirà nell’area Ue. Il rischio è che le industrie, soprattutto quelle che assorbono molta energia come le aziende petrolchimiche produttrici di piastrelle che ora trasferiscono gli impianti nel Texas, scelgano un altro Paese: cioè l’America dove l’energia costa un terzo, il lavoro il 20% in meno, c’è più flessibilità, c’è il mercato, trovi ampie risorse manageriali e c’è un ambiente “business friendly”. È un grosso problema, ma la politica tarda a rendersene conto. Alcuni giorni fa ne ho parlato al Parlamento europeo di Strasburgo e i miei interlocutori avevano gli occhi sbarrati, erano sorpresi».

Sette del mattino in un albergo di Manhattan. Scaroni sorseggia un espresso dopo una notte breve spezzata, alle tre, da una riunione di consiglio d’amministrazione della Scala, in teleconferenza con Milano. Come se ne esce? Dobbiamo usare anche in Europa e in Italia la tecnica del “fracking”, l’estrazione di gas e greggio con getti d’acqua e provocando microfratture sotterranee?
«Eni lavora con lo shale gas anche in Europa, ma solo in Polonia e Ucraina. L’estrazione al momento ha aspetti piuttosto invasivi che la rendono problematica in zone densamente popolate: rumore, grande assorbimenti d’acqua, molti residui da smaltire. In Europa Occidentale ci sta provando solo la Gran Bretagna. Se ha successo potrebbe fare da apripista per tutti, ma si parla del medio periodo. Vediamo come va lì. Con l’evoluzione della tecnologia le cose cambieranno: presto speriamo di poter recuperare il 70-80 per cento dell’acqua utilizzata. Vedremo ma non è un discorso attuale».

E allora?
«Allora dobbiamo cercare altre fonti di gas a buon mercato. Certo, anche l’Europa avrebbe bisogno di un Texas. E a me pare che il nostro Texas dovrebbe essere la Russia».

La Russia di Putin col quale lei ha un rapporto solido, ultimo episodio la sua presenza all’incontro tra il presidente russo ed Enrico Letta al G20 di San Pietroburgo.
«È la soluzione più logica. Lasci stare Putin di cui si può essere amici o no. Guardiamo a un orizzonte di dieci o vent’anni, che, quindi, prescinde da lui: la Russia è una fonte quasi inesauribile di energia a basso costo, ha spazi enormi ed è interessata ad avere vicino un’Europa in salute. Le servono mercati di sbocco ma anche competenze, professionalità e imprenditorialità che in Europa abbiamo ma di cui la Russia si è impoverita nel tempo. Le capacità tecniche dell’Europa sono, per Mosca, un’opportunità per continuare ad alimentare lo sviluppo industriale, senza ridursi ad essere solo un produttore di materie prime».

(continua a leggere sulla rassegna stampa di Treccani)

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