• Mondo
  • domenica 29 Settembre 2013

Il governo americano “chiude”?

Tecnicamente si chiama "shutdown" e non è così grave come sembra: è già successo nel 1995 e nel 2011 ci siamo andati molto vicini

Il governo degli Stati Uniti potrebbe chiudere tutti i suoi servizi non essenziali alla mezzanotte e un minuto di martedì primo ottobre. Si chiama shutdown, chiusura appunto, ed è quello che accade quando alla fine di un anno fiscale il governo si trova senza una legge finanziaria e quindi senza l’autorità per spendere nei servizi “non essenziali” (tutto ciò che non è polizia, vigili del fuoco, controllo del traffico aereo e cose simili).

Cos’è lo shutdown?
Lo shutdown, di cui si parlava già da giorni, è diventato improvvisamente più probabile nella notte tra sabato e domenica, quando alla Camera la maggioranza repubblicana ha rimandato di un anno la riforma sanitaria ribattezzata Obamacare e rimosso dalla finanziaria alcune nuove tasse sull’industria delle apparecchiature mediche.

Ora la legge, che in realtà si chiama “temporary budget resolution”, deve tornare al Senato, dove i democratici hanno già annunciato l’intenzione di bocciarla. Ma se anche alcuni senatori democratici dovessero far passare la legge, una possibilità sottolineata da alcuni commentatori, Obama ha già annunciato che userà il suo potere di veto per bloccarla.

Il Senato si riunirà lunedì 30 settembre e se, come sembra, dovesse respingere la legge finanziaria modificata dai repubblicani, allo scadere della mezzanotte il governo federale si ritroverà senza l’autorità legale per spendere fondi e dovrà mettere in atto lo shutdown. Tutti i servizi non essenziali saranno sospesi, circa 800 mila impiegati saranno messi in congedo temporaneo, mentre gli stipendi di milioni di altri dipendenti pubblici saranno probabilmente ritardati.

Clinton e Gingrich
Gli ultimi due shutdown si sono verificati a breve distanza nell’inverno tra il 1995 e il 1996. I due principali protagonisti furono l’allora presidente Bill Clinton e lo speaker repubblicano della Camera Newt Gingrich (che è stato candidato alle ultime primarie del partito Repubblicano). Anche all’epoca lo scontro era su alcuni programmi di assistenza medica e sul finanziamento di alcuni progetti per l’ambiente e l’educazione.

I repubblicani si opponevano a questi programmi e votarono al Congresso delle leggi finanziarie che non includevano il denaro necessario ad avviarli. Clinton pose il veto sulle leggi finanziarie e innescò lo shutdown: il primo durò dal 14 al 19 novembre 1995, il secondo dal 16 dicembre al 6 gennaio 1996. In entrambi i casi il governo venne “riaperto” quando il Congresso votò una legge temporanea per permettere il finanziamento dei servizi non essenziali.

Tra i vari effetti causati dai due shutdown ci furono il taglio di una serie di servizi ai veterani di guerra, i lavori di bonifica di 609 aree inquinate da agenti tossici vennero fermati, 368 parchi nazionali vennero chiusi, vennero fermate ogni giorno 200 mila richieste di passaporto e 20 mila richieste di visti per stranieri, causando gravi danni al turismo e alle entrate delle compagnie aeree.

Cosa succederà?
Non è detto che se ci sarà uno shutdown nei prossimi giorni produrrà effetti così gravi. A quanto raccontano i giornali, molti repubblicani non sono convinti che sia una buona idea portare questa battaglia fino in fondo. Durante i 28 giorni dello shutdown del 1996 la popolarità di Clinton calò, ma quando i finanziamenti federali vennero ripristinati salì al suo massimo storico e il novembre dello stesso anno ottenne la rielezione.

Secondo alcuni commentatori, ad esempio Lisa Desjardins, corrispondente dal Congresso della CNN, è difficile a livello tecnico evitare lo shutdown: lunedì il Congresso boccerà la finanziaria proposta dai repubblicani e difficilmente ci sarà il tempo di prepararne una nuova che metta d’accordo tutti e di farla passare di nuovo da entrambe le camere prima di mezzanotte.

Il presidente, però, ha il potere di chiedere alle varie amministrazioni di continuare i loro servizi per qualche ora, e forse anche per un intero giorno, nel caso di un accordo sul budget. Una situazione simile accadde nell’aprile del 2011, quando l’accordo per la finanziaria era stato trovato e mancava soltanto l’approvazione del Congresso. Obama chiese alle agenzie federali di continuare normalmente il loro lavoro fino a quando, la mattina successiva, la legge venne approvata.

E dopo?
Secondo molti commentatori la questione dello shutdown non sarà così combattuta anche perché Repubblicani e Democratici stanno per affrontarsi su un altro tema, ancora più importante: il tetto del debito (debt ceiling in inglese), una questione che si ripresenta ciclicamente e che nell’agosto del 2011 portò al primo downgrade del rating americano nella storia (da parte della sola agenzia Standard&Poor’s, che fu molto criticata per questa sua scelta.

Per legge negli Stati Uniti esiste una quantità massima di debito pubblico che il governo può accumulare. Negli ultimi anni questa soglia è stata più volte raggiunta e, per evitare di dichiarare bancarotta, Repubblicani (contrari) e Democratici (favorevoli) hanno dovuto negoziare per stabilire un innalzamento del tetto – i negoziati sono stati necessari perché, come in questi mesi, il partito del presidente non controlla sempre entrambe le camere. L’ultima soglia a cui è stato fissato il debito sarà probabilmente raggiunta entro la fine di ottobre, costringendo Repubblicani e Democratici a nuove trattative – probabilmente ancora più dure di quelle sullo shutdown – per trovare un accordo per l’innalzamento.