L’uomo che voleva produrre i Nirvana

L'originale lettera che Steve Albini scrisse nel 1992 alla band di Kurt Cobain per convincerli ad arruolarlo nel loro nuovo disco

American singer and guitarist Kurt Cobain (1967 - 1994), performs with his group Nirvana at a taping of the television program 'MTV Unplugged,' New York, New York, Novemeber 18, 1993. (Photo by Frank Micelotta/Getty Images)
American singer and guitarist Kurt Cobain (1967 - 1994), performs with his group Nirvana at a taping of the television program 'MTV Unplugged,' New York, New York, Novemeber 18, 1993. (Photo by Frank Micelotta/Getty Images)

Nel 1992 Steve Albini aveva trent’anni. Era nato a Pasadena, in California, e dopo la scuola superiore si era trasferito a Evanston, in Illinois, per studiare giornalismo alla Northwestern University. Suonava anche, nel tempo libero: nel 1982 produsse e pubblicò un disco, “Lungs”, con la sua band di allora, i Big Black. Nello stesso anno aveva fondato una casa di produzione indipendente, la Ruthless Record, nella quale lavorò fino al 1990. Negli anni successivi sarebbe diventato un famoso e stimato produttore di grande musica rock.

Ma non lo era ancora nel 1992, quando i Nirvana avevano appena pubblicato un disco che nei primi mesi aveva venduto 400 mila copie alla settimana negli Stati Uniti, e che a oggi si stima ne abbia vendute più di 30 milioni: era “Nevermind”, la cui prima canzone era la famosissima “Smells Like Teen Spirit”. Dopo aver promosso il disco con un lungo tour, i Nirvana si rifiutarono di iniziarne un secondo negli Stati Uniti, spiegando di essere stanchi. Alla fine di quell’anno ci furono anche alcuni problemi con le rendite dei dischi: Kurt Cobain, il cantante della band, riteneva di dover guadagnare molto più degli altri in quanto autore di gran parte delle canzoni. Il resto della band trovò un accordo per quanto riguardava i guadagni legati a “Nevermind”, ma Cobain fece pressioni affinché fosse esteso anche ai guadagni del primo disco, “Bleach”: dopo qualche tempo si arrivò a un accordo, ma questo fatto alimentò varie voci riguardo il cattivo umore all’interno del gruppo.

In quei mesi Steve Albini mandò via fax una lunga lettera ai Nirvana, in cui in sostanza chiedeva di poter produrre il loro nuovo disco: il contenuto integrale di quella lettera è stato diffuso in questi giorni a seguito della pubblicazione dell’edizione speciale di “In Utero”, terzo disco dei Nirvana, a vent’anni dalla sua uscita.
Dopo essersi giustificato per non aver scritto prima al gruppo perché impegnato nella registrazione di un disco di una band hardcore, i Fugazi, Albini scrive così:

Credo che la miglior cosa che potreste fare arrivati a questo punto è esattamente ciò di cui stavamo parlando: tirare fuori un disco in un paio di giorni, con una produzione poco intrusiva ma di alta qualità, e nessuna interferenza di quelle teste dure ai piani alti. Se è questo ciò che avete in mente, mi piacerebbe un sacco farne parte.

Se invece di questi tempi vi trovate a essere parecchio condizionati dalla casa discografica, di modo da sentirvi trattenuti e talvolta strattonati da un guinzaglio (e da cose come obbligarvi a rifare una canzone/un pezzo di essa/il modo in cui è stata prodotta, magari chiamando un tizio assunto da loro per “addolcire” un pezzo, trasformando il tutto in una stronzata remixata, o cose del genere), beh, state facendo una cazzata nella quale non voglio essere coinvolto.

Sono interessato a realizzare dischi che riflettano davvero la percezione di una band nei confronti della musica e della vita. Se vorrete tenere fede a questo principio durante tutto il processo di registrazione, allora anche io darò tutto me stesso per questo disco. […]

Ho lavorato a centinaia di dischi (alcuni favolosi, altri buoni, altri ancora pessimi, moltissimi fra i due estremi), e ho potuto osservare un rapporto diretto fra la qualità finale del lavoro e l’umore della band al momento della registrazione. Se il disco prende molto tempo e tutti si scocciano e pretendono di curare ogni dettaglio, allora questo somiglierà pochissimo a come suona dal vivo la band, e il risultato sarà di rado soddisfacente. Fare punk rock è una di quelle cose per cui un lavoro più accurato non implica il fatto che si otterrà un risultato migliore. Ma questo probabilmente lo sapete e condividete già.

Albini passa poi a elencare alcuni punti riguardo la sua metodologia di lavoro:

1) Molti produttori e ingegneri del suono contemporanei concepiscono il disco come un “progetto”, e la band come uno dei tanti elementi parte di questo progetto. Inoltre, molti pensano alla registrazione come a una stratificazione di suoni, ognuno dei quali attentamente controllato dal momento in cui viene prodotto fino al mixaggio finale. Il mio approccio è totalmente diverso.

Per me la band viene al primo posto: la considero un’entità creativa che esprime sia la propria personalità sia il proprio stile, ma anche un’entità sociale di persone che vivono nel mondo per 24 ore ogni giorno. Non credo sia mio compito dirvi cosa fare o suggerirvi come suonare. Sono favorevole a dire la mia (se penso per esempio che la band stia facendo un ottimo lavoro oppure, al contrario, che stia sbagliando qualcosa – del resto è parte del mio compito), ma se una band decide che una certa cosa vada fatta, la eseguo.

Adoro lasciare spazio alla casualità e al caos. Produrre un disco senza che si vedano le cuciture, dove ogni nota e sillaba è al proprio posto e ogni colpo di grancassa della batteria è identico, è veramente facile. Qualsiasi idiota con sufficiente pazienza e denaro può permettere che si compia un tale scempio. Preferisco lavorare a dischi in cui contano cose più importanti come l’originalità, la personalità e l’entusiasmo. […]

2) Non credo che la registrazione e la produzione siano due processi separati che possono essere eseguiti da specialisti diversi senza una qualche continuità. Il 99 per cento di come suonerà un disco dovrebbe essere stabilito durante le prime registrazioni. Le vostre esperienze si baseranno sui dischi che avete fatto, ma nella mia il remix non ha mai risolto i veri problemi, solo quelli immaginari […].

3) Non ho un blocco immutabile di suoni e tecniche di registrazione che seguo sempre. Voi siete una band diversa da ogni altra e meritate che le vostre preferenze e i vostri timori siano rispettati. Per esempio, personalmente amo il suono potente di una batteria che suona come se fosse in una stanza vuota, con quei doppi colpi alla John Bonham e un suono pazzesco del rullante. […] Ma modellare un disco sui miei gusti è stupido quanto costruire una macchina in funzione della sua tappezzeria. Sta a voi decidere che sound vogliate e condividerlo con me, così che non vengano prese direzioni diverse.

4) Dove viene fatta la registrazione non è importante quanto il modo in cui viene fatta. Se avete uno studio di registrazione che preferite utilizzare, nessun problema. Altrimenti posso consigliarvi io [passa poi a raccontare di posti che conosce per registrare al meglio, a suo dire].

5) Questione soldi: l’ho già spiegato a Kurt ma penso sia meglio specificarlo di nuovo. Non accetto e non accetterò che mi vengano ceduti dei diritti sui dischi che produco. Davvero. Punto. Penso che pagare i diritti a un produttore o a un ingegnere del suono sia eticamente indifendibile. La band scrive le canzoni. I fan della band comprano il disco. La band è interamente responsabile della buona o cattiva riuscita di un disco. I diritti appartengono alla band.

Vorrei essere pagato come un idraulico: eseguo un lavoro e voi mi pagate una quantità di soldi adeguata al lavoro che ho fatto. La casa discografica si aspetterà che io chieda l’1 o l’1,5 per cento sulle vendite: su tre milioni di copie vendute fanno circa 400 mila dollari. Non c’è una cazzo di possibilità che io accetti quei soldi. Non ci dormirei la notte. […]

Comunque. Mi fido di voi, ragazzi, e so per certo che avete in mente quanto vi chiederebbe un mediocre coglione dell’industria discografica. Starà a voi decidere quanto pagarmi, e la cosa non inciderà minimamente sul mio entusiasmo nei confronti del disco.

Alcune persone al posto mio si aspetterebbero un aumento del giro di affari dato dal fatto di aver lavorato con voi. In realtà io ho più lavoro di quanto possa gestire e, francamente, le persone che saranno attratte da cose così superficiali sono le stesse con cui non vorrei lavorare assieme. Non considerate questa cosa come un problema.

Tutto qui.

Se qualcosa non vi è chiaro, non esitate a chiedermi chiarimenti.

Steve Albini

(Se un disco richiede più di una settimana per essere prodotto, qualcuno sta mandando le cose a puttane)

Oi!

Albini alla fine produsse “In Utero”, che fu registrato fra il 12 e il 26 febbraio 1993: a oggi ha venduto 3,58 milioni di copie nei soli Stati Uniti. Albini in seguito ha prodotto dischi di musicisti e band noti come Manic Street Preachers, Iggy & the Stooges, PJ Harvey, Pixies, Sonic Youth, The Jon Spencer Blues Explosion, ma non ha mai smesso di produrre dischi di musica indipendente né di suonare per conto proprio.

nella foto: Kurt Cobain (Frank Micelotta/Getty Images)