• Cultura
  • venerdì 20 settembre 2013

La storia del falsario Mark Landis

Ha riempito i musei americani di disegni e dipinti contraffatti di artisti importanti, con un sistema efficacissimo: regalarglieli

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Nel ricco repertorio di racconti e inchieste sul business dei falsari di opere d’arte, Alec Wilkinson del New Yorker ha raccontato una storia anomala: quella di un pittore americano autore di numerose opere contraffatte, che ha poi donato per anni a diversi musei americani spacciandole per opere originali, talvolta di autori molto famosi ma più spesso di autori minori della storia dell’arte, ottenendo che le sue opere fossero esposte da quei musei. Il suo vero nome è Mark Landis ma negli anni ha assunto diverse identità per compiere le sue truffe, da cui peraltro non ha mai ricavato vantaggi economici rilevanti (né mai dato l’impressione di volerne ricavare). I protagonisti della storia sono due: Matthew Leininger – curatore dell’Oklahoma City Museum of Art, a cui Landis donò alcune opere contraffatte nel 2008 – che fu il primo a portare allo scoperto i raggiri di Landis, e il primo a indagare la questione approfonditamente; e Mark Landis – che ha sempre donato, e mai venduto, le sue opere –, il quale non è mai stato formalmente accusato di alcun crimine. Oggi vive nella sua casa di Laurel, in Mississippi: Wilkinson è andato a parlare con lui, e ha scoperto una serie di dettagli interessanti sul mondo dell’arte e dei falsari, oltre che ricostruito per bene la storia di Landis, dai primi falsi alla scoperta di Leininger, fino alla mostra del 2012 che allo stesso Landis venne dedicata, a Cincinnati, in Ohio.

Chi è Mark Landis
Mark Landis ha cinquantotto anni e vive a Laurel, una piccola città del Mississippi con poco meno di ventimila abitanti. Abita in un complesso residenziale per anziani, nell’appartamento che era della madre, morta nel 2010. Il nonno di Landis era vicepresidente della Auburn, una casa automobilistica che smise la produzione nel 1937. Il padre di Landis, un ufficiale della marina militare, morì che Landis aveva diciassette anni, e la madre – che intanto si era risposata con un uomo benestante – lasciò a Mark, figlio unico, un’eredità sufficiente per permettergli di non preoccuparsi di come mantenersi.

I Landis vissero per diversi anni in giro per l’Asia e per l’Europa, prima di ritornare in America: da piccolo, Mark – che era un tipo molto studioso – rimaneva spesso solo a casa, e trascorreva il tempo ricopiando delle illustrazioni di martìri dai cataloghi delle mostre collezionati dalla madre. Dopo la morte del padre, fu ricoverato per diciotto mesi in un ospedale di Topeka, in Kansas, con una diagnosi di schizofrenia, che fu ripetuta una seconda volta quando aveva trentatré anni, e per cui ancora oggi prende delle medicine. Quando uscì dall’ospedale andò a studiare all’Art Institute di Chicago, e poi si trasferì a San Francisco per fare il mercante d’arte: tra il 1985 e il 2000 – si legge in un articolo del Financial Times del 2011 – Landis cambiò indirizzo sedici volte, spostandosi tra San Francisco (California) e Hattiesburg, Jackson e Laurel (Mississippi).

Secondo Wilkinson, Landis decise di diventare una originale sorta di “filantropo” per ottenere riconoscimenti che potessero compiacere la madre: spesso, quando ancora viveva da solo a San Francisco, le spediva le lettere di ringraziamento che riceveva dai musei a cui aveva cominciato a donare dei dipinti. Dei dipinti falsi.

Le diverse identità
Per compiere le sue truffe, Mark Landis ha assunto negli anni diverse identità ricorrenti: a volte era Stephen Gardiner, altre volte era Mark Lanois (dal suo biglietto da visita cancellava la parte superiore della “d”). Più spesso si presentava ai musei nei panni di un prete gesuita, su una Cadillac rossa, dicendo a volte di chiamarsi padre Arthur Scott e altre volte padre James Brantley. L’idea di fingersi prete gli venne da un film del 1956 con Grace Kelly, Il Cigno, in cui compare un prete tra i personaggi minori: tutti i casati illustri ne hanno sempre uno in famiglia.

I nomi scelti non erano casuali, spiega Wilkinson sul New Yorker: dietro c’era uno scrupoloso lavoro di documentazione sui cognomi più presenti nei cataloghi delle aste d’arte. «Scott era il cognome di una famiglia di Philadelphia che compariva spesso», ha detto a Wilkinson.

La tecnica di disegno utilizzata da Landis
Wilkinson ha chiesto a Landis di mostrargli la tecnica con cui disegna le sue riproduzioni. Landis ha preso uno studio della pittrice americana Mary Cassatt (1844-1926), da lui già riprodotto numerose volte: ha attaccato con del nastro adesivo una fotocopia del disegno, e un foglio di carta sovrapposto, su una superficie di plastica trasparente appoggiata sulle gambe, e quindi ha sistemato una lampada da tavolo a terra tra le ginocchia, puntandola verso l’alto.

Dopo aver tracciato solo un contorno veloce, Landis ha spento la lampada e ha messo sul tavolo il foglio, e quindi ha sovrapposto il foglio alla fotocopia dello studio, ma soltanto per tre quarti: sovrapponendo e sollevando ripetutamente la fotocopia dal disegno – ogni volta per non più di un secondo – Landis tracciava velocemente dei segni, seguendo le linee originali che gli rimanevano impresse nella memoria (lui chiama questa tecnica “trucco della memoria”). Alla fine, spiega Wilkinson, si è impegnato a lungo su ogni singola lettera della firma: se la firma è abbastanza convincente, dice Landis, il dipinto viene controllato meno attentamente.

Una volta un dottore gli disse che aveva un gran talento, ma lui disse «ho sempre pensato che chiunque sia in grado di farlo».

Il falso rifilato all’Oklahoma City Museum of Art
A maggio del 2008 l’Oklahoma City Museum of Art ricevette un acquarello da un uomo chiamato Mark Landis: l’acquarello – che ritraeva una donna con un abito giallo, una cintura rossa e delle scarpe blu – portava la firma di Louis Valtat (1869-1952), un pittore francese coetaneo (e amico) di Henri Matisse, ed era accompagnato da una lettera del signor Landis e da una copia della pagina del catalogo dell’asta da cui verosimilmente proveniva l’acquerello. Nella lettera, Landis chiedeva al museo di accettare quell’opera in memoria del padre, Arthur Landis, capitano di corvetta della marina militare degli Stati Uniti. Per far spazio al Valtat donato da Landis, il museo tolse un Renoir dalla sala in cui già esponeva un olio di Valtat.

Quando un mese più tardi Landis fece visita all’Oklahoma City Museum of Art, il curatore del museo Matthew Leininger lo trovò un tipo “stravagante ed eccentrico”, che secondo Leininger sono qualità piuttosto comuni nei filantropi: «lo presi per un tipico collezionista d’arte sconosciuto», ha raccontato a Wilkinson. Landis portava una valigetta con dentro altri cinque lavori che regalò al museo, raccontando che anche quelli erano appartenuti al padre, e che desiderava cederli prima di doversi sottoporre a un difficile intervento chirurgico al cuore. Landis rimase a Oklahoma City per due giorni e mezzo, «trattato come un re», dice Leininger, che gli regalò anche dei cataloghi e dei libri; dopodiché Landis non si fece più vedere, nonostante avesse sostenuto di voler donare altre opere al museo.

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