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  • domenica 1 settembre 2013

Una scommessa rischiosa

La stampa americana definisce così la decisione di Obama di passare per il Congresso, sull'intervento in Siria, e dice che l'esito è molto incerto

Sabato 31 agosto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto una conferenza stampa nel Rose Garden della Casa Bianca e ha annunciato di aver preso la decisione di colpire militarmente la Siria: prima di farlo, però, chiederà l’autorizzazione al Congresso. Un attacco statunitense in Siria, quindi, non è più imminente come sembrava fino a ieri pomeriggio e c’è molta incertezza su quello che succederà nei prossimi giorni.

I tempi e il ruolo del Congresso
Il presidente degli Stati Uniti non è tenuto dalla legge a chiedere l’autorizzazione del parlamento per lanciare un attacco militare: ma fu duramente criticato per non averlo fatto prima dell’intervento militare in Libia nel marzo del 2011. Prima ancora del discorso di ieri erano state indirizzate a Obama due petizioni per chiedere un dibattito parlamentare: una lanciata dal deputato repubblicano Scott Rigell e firmata da oltre 140 deputati – tra cui una ventina di democratici – e un’altra con oltre 60 firme tra i democratici promossa dalla deputata californiana Barbara Lee, la principale oppositrice di una guerra tra i liberal.

Obama cercherà quindi l’approvazione dell’azione militare da parte di entrambi i rami del Congresso americano, Senato e Camera dei rappresentanti. Non sono però ancora chiari i meccanismi procedurali con cui il Congresso si esprimerà sulla richiesta dell’uso della forza militare, né l’esatto strumento legislativo che verrà utilizzato, perché Obama ha informato i leader delle due camere solo sabato mattina.

Questo weekend è stato quello delle vacanze del Labor Day, una festività molto sentita negli Stati Uniti, e molti parlamentari sono ancora lontani da Washington. Il leader della maggioranza al Senato, il democratico Harry Reid, ha detto che le riunioni delle commissioni sulla questione siriana si terranno a partire da lunedì e si arriverà al voto in aula solo nella settimana successiva (9-15 settembre). La Camera si atterrà al calendario previsto, secondo cui le udienze ricominceranno lunedì 9 settembre e il voto sulla questione sarà nel corso di quella settimana.

Che aria tira al Congresso
Il dibattito si preannuncia come “la discussione di politica estera più tumultuosa del Congresso in oltre dieci anni” e il sostegno all’intervento è tutt’altro che sicuro.

L’intervento militare ha infatti un’opposizione politica che appare solida sia da destra che da sinistra. Da un lato ci sono i conservatori vicini al movimento dei tea party, che sono orientati a votare contro la posizione di Obama a qualsiasi costo, con lo scopo di danneggiare il presidente. Dall’altra parte ci sono alcuni dei parlamentari liberal più anti-interventisti in materia di politica estera. Oltre a questo, è ancora vivo nella memoria il dibattito sulla guerra in Iraq, che si basò su prove false fornite dai servizi segreti americani.

L’opposizione all’intervento è particolarmente forte alla Camera dei rappresentanti. Come ricordano oggi i giornali americani, il gruppo dei democratici della Camera è dominato da diversi deputati di lungo corso che ricordano ancora la risoluzione del 2002 che appoggiò la guerra in Iraq, mentre tra i repubblicani ci sono molti deputati “isolazionisti” contrari ad altri interventi lontani dagli Stati Uniti. Altri importanti deputati democratici, come la leader del gruppo Nancy Pelosi, appoggiano la linea di Obama.

Ci sono poi alcuni favorevoli all’intervento, come i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, che promettono di rendere il dibattito ancora più difficile: nelle ultime settimane hanno già spinto per un attacco in Siria e dopo l’intervento di Obama hanno detto che spingeranno per un attacco ancora più ampio di quello proposto dal presidente, che sarebbe “limitato nello scopo e nella durata”.

Le opinioni
Un editoriale non firmato del Washington Post spiega l’opinione del quotidiano: è giusto intervenire in Siria, dato che, secondo il giornale, l’attacco chimico del 21 agosto c’è stato ed è di responsabilità di Assad. È giusto anche cercare prima l’approvazione del Congresso come ha deciso di fare Obama, anche se è un approccio rischioso. Sul piano diplomatico pochi paesi fuori dagli Stati Uniti sono risolutamente a favore dell’intervento – e altri come la Russia stanno facendo pressioni in senso contrario – mentre sia tra i democratici che tra i repubblicani del Congresso c’è una “forte corrente di isolazionismo” e l’autorizzazione all’intervento potrebbe non arrivare, come successo pochi giorni fa nel Regno Unito. L’editoriale si conclude criticando Obama perché negli oltre due anni della guerra civile siriana si è limitato a chiedere la rimozione di Assad “a parole” e ha preso poche iniziative concrete.

A differenza del Washington Post, ci sono invece opinionisti del parere che quella di Obama sia stata una cattiva decisione, come ha detto a CNN Fouad Ajami dell’università di Stanford. Secondo Ajami, il brusco cambio di direzione tra il discorso di Kerry, che spingeva molto in direzione dell’intervento, e quello di Obama, secondo cui non c’è una pressante urgenza di attaccare, ha danneggiato l’autorità del presidente.

Il New York Times definisce la decisione presa ieri di passare per il Congresso “una delle scommesse più rischiose della sua presidenza”. Mark Mardell ha scritto su BBC un’analisi che sembra molto più ottimista della maggior parte della stampa americana su un esito finale del voto favorevole all’intervento, anche se poco documentata, “basandosi sulle dichiarazioni pubbliche dei membri del Congresso negli ultimi giorni”.

Foto: AP Photo/Evan Vucci

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