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  • lunedì 26 Agosto 2013

La repressione egiziana fa meno rumore

Dopo le stragi, un apparente "ritorno alla normalità" nasconde persecuzioni e un colpo di stato culturale contro i Fratelli Musulmani

Dopo i giorni delle repressioni violente da parte del regime militare nei confronti dei movimenti islamisti e sostenitori del deposto presidente Morsi, da una settimana la diminuzione di notizie dall’Egitto sembra suggerire una situazione tornata di calma e normalità. Il Washington Post racconta ad esempio che per le strade del Cairo si vedono circolare le automobili, che i negozi sono aperti e che i locali sono pieni di persone, almeno durante il giorno. Si tratta però di una tranquillità solo apparente che secondo molti analisti nasconde il rischio di una maggiore radicalizzazione dei conflitti e delle violenze. Con l’accusa generica di appartenere all’organizzazione dei Fratelli Musulmani (il movimento politico-religioso che sostiene il presidente Morsi deposto dai militari) vengono infatti perseguiti e arrestati anche molti attivisti che con la Fratellanza non avrebbero nulla a che fare.

In Egitto nell’ultimo mese e mezzo sono successe molte cose: il colpo di stato che ha deposto il presidente Mohamed Morsi, eletto nel giugno 2012, il ritorno al potere dei militari che erano stati progressivamente estromessi dai Fratelli Musulmani, e una serie di massacri soprattutto al Cairo, gli ultimi dei quali sono stati compiuti mercoledì 14 e venerdì 16 agosto e in cui è morto un numero imprecisato di persone (le cifre ufficiali sono state riviste più volte al rialzo, ma si parla di almeno 900). Inoltre, nella notte tra lunedì 19 e martedì 20 agosto Mohamed Badie, leader “spirituale” dei Fratelli Musulmani in Egitto, era stato arrestato al Cairo e il giorno dopo un tribunale egiziano aveva ordinato la scarcerazione di Hosni Mubarak, ex presidente del paese contro il quale, nel febbraio del 2012, avevano avuto inizio le proteste chiamate “primavera araba”.

Sabato 24 agosto il coprifuoco imposto dal governo ad interim negli ultimi dieci giorni è stato ridotto di due ore iniziando alle 21 invece che alle 19, ad eccezione dei venerdì, giorno che generalmente è anche occasione di proteste di piazza. Il Cairo, dove vivono circa 18 milioni di persone, rimane presidiata dall’esercito e il coprifuoco costringe i cittadini a rimanere chiusi in casa a guardare i canali televisivi di stato che trasmettono di continuo notizie contro i Fratelli Musulmani. Racconta sulla Stampa Giovanni Cerruti, dal Cairo

Dal quartiere delle ambasciate su fino a Piazza Tahrir, i cani fiutando cercano esplosivo tra le piante, in mezzo ai rifiuti lasciati da taxisti senza clienti e senza lavoro. All’alba andranno a riposare all’ingresso degli alberghi, tanto son poche le auto in arrivo dall’aeroporto, non ci sono nemmeno i facchini, nemmeno i ragazzini che chiedono un dollaro, un euro, una moneta qualsiasi. Una città al rallentatore, ancora impaurita. 22 milioni di cairoti, come tutto l’Egitto, in Stato d’Emergenza.

Intanto l’esercito si sta preoccupando di non perdere l’appoggio dei fedeli musulmani al suo interno, cercando di attribuire un senso e un valore religioso alle proprie scelte, coinvolgendo autorità religiose non legate ai Fratelli Musulmani.

Hazem el-Beblawi, il primo ministro del nuovo governo “di transizione” egiziano, ha fatto sapere che le principali priorità del suo mandato sono quelle della lotta al “terrorismo” e del ripristino della sicurezza e della democrazia, precisando che da questo processo dovranno rimanere esclusi coloro che «rifiutano i principi della non violenza e che attaccano le minoranze», accuse rivolte più volte proprio all’organizzazione dei Fratelli Musulmani che il premier ha anche proposto di mettere fuori legge. «Oggi, l’ideologia predominante è quella dell’esclusione», ha detto Yasser el-Shimy, dell’International Crisis Group del Cairo, organizzazione non governativa per la prevenzione dei conflitti nel mondo. L’esclusione e la repressione non riguarderebbero solamente i membri della Fratellanza. L’esercito agirebbe infatti fuori da qualsiasi stato di diritto accusando genericamente di essere degli estremisti islamici anche tutti coloro che criticano il nuovo governo ma di fatto non appartengono alla Fratellanza e gli attivisti che hanno partecipato alle proteste del 2011 che hanno portato alla caduta di Mubarak.

Sabato scorso, due attivisti che hanno avuto un ruolo di primo piano nel movimento che ha portato alla caduta di Mubarak, Asmaa Mahfouz e Esraa Abd el-Fattah, sono stati accusati di spionaggio. Il 19 agosto la polizia ha arrestato due canadesi – John Greyson, regista e docente universitario di Toronto, e Tarek Loubani, medico – accusati di aver partecipato con alcuni membri dei Fratelli Musulmani a un attacco contro una stazione di polizia, ma non ne risultano prove. Con le medesime generiche accuse lo scorso 12 agosto è stata bloccata una manifestazione di operai a Suez e sono stati arrestati i due leader della protesta.