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  • martedì 6 Agosto 2013

Che fine farà il figlio di Gheddafi

Dal 2011 Saif al-Islam Gheddafi è detenuto dai ribelli che lo arrestarono, lo vogliono processare sia il governo di Tripoli che la Corte Penale Internazionale

In Libia, dopo l’uccisione dell’ex presidente Mu’ammar Gheddafi, la situazione politica è rimasta molto precaria e il nuovo governo non è ancora riuscito a mettere sotto controllo tutto il territorio nazionale. Tra i molti problemi che il paese sta ancora affrontando – i più importanti sono gli altalenanti livelli di produzione di petrolio, la grande diffusione di armi e i rallentamenti per la stesura di una nuova e permanente Costituzione – c’è il processo a uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Islam, fermato da un gruppo di combattenti ribelli nel deserto libico del sud un mese dopo la cattura del padre.

Il processo a Saif al-Islam Gheddafi sta diventando un vero e proprio caso nazionale e internazionale – in diversi stanno litigando per poterlo processare, dal governo di Tripoli alla Corte Penale Internazionale dell’Aia – e spiega molto delle difficoltà e dei conflitti di potere della Libia di oggi.

Saif al-Islam ha 41 anni e come molti altri figli di dittatori e sovrani del Medio Oriente e del Nord Africa ha studiato anche all’estero, ottenendo anche un – discusso – dottorato alla prestigiosa London School of Economics. Già durante la presidenza del padre ricoprì un ruolo importante nella politica libica: fu definito il primo ministro de facto del paese e possibile successore al padre Mu’ammar. Con l’inizio della guerra in Libia – che fu soprattutto una guerra civile tra sostenitori e oppositori di Gheddafi – Saif al-Islam restò sempre dalla parte del padre, combattendo insieme a lui i ribelli riuniti sotto il nome di “Consiglio Nazionale di Transizione”.

Il 19 novembre 2011 i ribelli catturarono Saif al-Islam nel deserto del sud della Libia: poi lo misero su un aereo e lo trasferirono in un posto segreto vicino alla città di Zintan, nel nord-ovest del paese, a circa 160 chilometri dalla capitale Tripoli. Da quel momento Saif al-Islam è rimasto lì, nonostante le forti pressioni del governo centrale di trasferirlo in una prigione della capitale, per poterlo processare.

I ribelli che catturarono il figlio di Gheddafi provengono proprio da Zintan: sono prevalentemente berberi e svolsero un ruolo fondamentale durante la guerra civile, quando sconfissero i sostenitori di Gheddafi sulla costa settentrionale della Libia, prima di entrare e prendere il controllo di Tripoli. Oggi questi ribelli non si fidano del nuovo governo libico, guidato dagli esponenti del Congresso Nazionale Generale, l’organo eletto che è succeduto al Consiglio Nazionale di Transizione. Credono che il governo in realtà non sia in grado o non voglia fare un processo a Saif al-Islam, per non aumentare le divisioni nazionali già molto presenti in tutto il paese dall’uccisione di Gheddafi.

I problemi per il governo non finiscono qui: nel giugno 2011 la Corte Penale Internazionale dell’Aia emise un mandato di arresto per Saif al-Islam con l’accusa di aver compiuto crimini contro l’umanità durante la repressione delle proteste. La decisione della Corte fu appoggiata, tra gli altri, anche da Amnesty International e Human Rights Watch. Da allora i giudici della Corte chiedono al governo di Tripoli di consegnargli Saif al-Islam per poter tenere il processo all’Aia, senza risultati.

I processi a Saif al-Islam e all’ex capo dei servizi libici, Abdallah al-Senussi, sono i due più importanti che si devono ancora svolgere contro alti funzionari legati alla presidenza di Gheddafi, durata 42 anni. Mercoledì 31 luglio a Misurata, altro importante centro delle rivolte in Libia del 2011, un tribunale ha condannato a morte il ministro dell’Istruzione di Gheddafi, Ahmed Ibrahim, per avere incitato alle violenze durante le rivolte. L’esecuzione si terrà solo dopo che la Corte Suprema della Libia avrà confermato la sentenza. Il figlio di Gheddafi, dicono diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani, rischia di subire la stessa condanna.