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  • martedì 6 Agosto 2013

Lo scandalo del latte in polvere contaminato

Lo ha prodotto un'azienda neozelandese: Cina, Russia, Sri Lanka e Vietnam hanno sospeso le importazioni (ma nessuno si è sentito male, fin qui)

Sabato 3 agosto l’azienda neozelandese Fonterra – uno dei maggiori esportatori di prodotti caseari al mondo – ha detto di aver rilevato in tre lotti di proteine del siero del latte la presenza del batterio Clostridium botulinum, che può provocare il botulismo, una grave intossicazione che può causare gravi paralisi, difficoltà respiratorie e morte. I lotti di proteine – utilizzate per produrre latte in polvere per bambini, bevande energetiche e cibo per animali – sono stati esportati in Cina, Malesia, Vietnam, Thailandia, Arabia Saudita e Australia. Non sono stati impiegati nei prodotti a marchio Fonterra ma in quelli di altre otto aziende: tre producono alimenti, due bevande e tre mangime per animali. Tra loro ci sono Dumex Baby Food – filiale cinese di Danone – Coca Cola China e la cinese Wahaha.

Le proteine contaminate sono state prodotte nel maggio del 2012 ma Fonterra si è accorta di un problema col batterio soltanto nel marzo del 2013. L’azienda ha spiegato che da allora sono stati condotti numerosi test, che hanno portato all’individuazione esatta delle proteine contaminate soltanto il 31 luglio. Fonterra ha avvisato le aziende che avevano acquistato i prodotti contaminati e successivamente – sabato mattina – ha annunciato pubblicamente l’esistenza del problema. La notizia ha provocato subito molte preoccupazioni e Russia, Vietnam, Cina e Sri Lanka hanno vietato l’importazione del latte in polvere proveniente dalla Nuova Zelanda.

In Cina il problema è particolarmente sentito dopo: nel 2008 sei bambini morirono intossicati e 300 mila si ammalarono per aver ingerito latte in polvere contaminato con melammina, un composto chimico che può essere usato per simulare la concentrazione di proteine. Inoltre, secondo la stampa locale, la Cina importa l’80 per cento dei suoi prodotti caseari dalla Nuova Zelanda, di cui Fonterra è il principale esportatore. In Nuova Zelanda l’industria casearia rappresenta il 3 per cento del prodotto interno lordo: una prolungata messa al bando dei suoi prodotti potrebbe essere molto dannosa per l’economia del paese.

Lunedì Theo Spierings, direttore di Fonterra, è andato a Pechino. Ha organizzato una conferenza stampa in cui ha chiesto scusa per «l’ansia e la preoccupazione» che l’allarme degli ultimi giorni ha provocato soprattutto tra i genitori. Spierings ha spiegato che il batterio proveniva da un tubatura non adeguatamente pulita in una fabbrica di Hautapu a Waikato, nell’Isola del Nord, e ha aggiunto che è stata rimossa. L’amministratore delegato di Fonterra, Gary Romano, ha detto che nel weekend «i nostri tecnici hanno lavorato insieme a Coca-Cola, Wahaha e Vitaco e hanno stabilito che il processo usato per realizzare i loro prodotti uccide il batterio che ha contaminato le proteine». Ha spiegato di non essere a conoscenza finora di nessuna persona intossicata e di non essere in grado di dire quante delle 38 tonnellate di prodotti potenzialmente contaminati siano state consumate. Sempre lunedì è intervenuto sul caso anche il primo ministro neozelandese John Key, che ha criticato Fonterra accusandola di aver tardato nel dare l’allarme. Il primo ministro ha detto che «ci saranno delle inchieste e la prima riguarderà proprio Fonterra».

Nel frattempo Coca-Cola China ha detto di aver utilizzato 25 chili della proteina contaminata in un lotto di bevande Minute Maid esportate in tre province cinesi, ma ha anche assicurato che i prodotti non sono pericolosi: le alte temperature impiegate per produrre la bevanda avrebbero ucciso il batterio. Wahaha ha ritirato i prodotti il latte in polvere potenzialmente pericolosi nonostante non avesse trovato segni di contaminazione, e lo stesso hanno fatto l’azienda neozelandese Nutricia e la malese Danone Dumex. Le autorità australiane hanno detto di aver ritirato latte potenzialmente contaminato e hanno detto che non pensano ce ne sia altro sul mercato.

Foto: Martin Hunter/Getty Images