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  • lunedì 5 Agosto 2013

Il giorno palestinese del Barcellona

Cronaca della visita della squadra più forte del mondo nel posto dove la desideravano di più

di Simone Conte – @simontecone

«Barcelona come here Barcelona tell world Palestine exist and tell us world think us»

Me lo dice Yussuf, che ha 16 anni, anche se quando glielo chiedo mi dice sixty ma no, non è uno che se li porta bene, e no, l’inglese stentato non è affatto un ostacolo alla comprensione. Basterebbero gli occhi, pieni di stupore come quelli degli altri ventimila che attendono la squadra del Barcellona nello stadio di Dura, a una manciata di chilometri da Hebron, nel sud della Palestina.
Come ci siamo arrivati qui, io e Yussuf? Lui ci sta da sedici anni perché ci è nato, io da qualche minuto perché sono stato invitato per raccontare la tappa palestinese del “Peace Tour” del Barcellona. Ma soprattutto, come ci è arrivato il club che è Mes que un club?
Flashback, di due giorni.

Giovedì 1 agosto, dopo poche ore dal mio arrivo a Ramallah, ricevo un invito a cena. Assieme a una delegazione di giornalisti vengo condotto a casa di Jibril Rajoub, presidente della Federazione Calcistica e del Comitato Olimpico della Palestina, figura di riferimento in tutto il paese per il suo passato di militare e braccio destro di Arafat. Tutti parlano di lui come “il Ministro” o “il Generale”. Date le cariche passate e presenti immagino un ruolo oggi ridimensionato: capisco presto che non è così. Il calcio in Palestina è una storia lunga un secolo, che non si scolla da quella geopolitica in quanto a rivendicazione, senso di appartenenza, orgoglio indipendente dai risultati conseguiti. In questo momento, in questa occasione, il calcio è un mezzo potente come strumento per cementare l’identità nazionale (qui dove il concetto di nazione è labile) e come occasione di visibilità nel resto del mondo. Con molte argomentazioni in più, il nocciolo di quello che dice Rajoub è lo stesso di quello che mi dirà Yussuf 48 ore dopo: la visita del Barcellona significa essere riconosciuti come un’entità a sé stante, trattati esattamente come gli israeliani da una realtà internazionale come può essere la squadra più forte del mondo nell’ultimo decennio.

Il Barcellona ha infatti predisposto un programma identico per le due tappe di questo “Peace Tour”: nessuna partita, due corsi con scuole calcio del luogo seguite da mini allenamenti a porte aperte, e visite lampo in luoghi significativi dei due paesi. Il Generale ci spiega l’enorme dispositivo di sicurezza messo in piedi per ricevere il Barça, e con sollievo ci comunica che la squadra non alloggerà in Palestina perchè “every minute is a risk”. Messa da parte la logistica, il Generale si fa Ministro e fa riferimento all’organizzazione lunga quasi un anno, parla di quanto tutti sperino sinceramente che l’atmosfera portata da questa doppia visita possa fungere, nel suo piccolo, da ponte tra i due paesi. Ma ci dice anche del suo rifiuto (“they pressed me a lot, but no means NO”) alla prima proposta dei catalani di giocare un’amichevole contro una squadra mista israelo-palestinese, perché proprio per la grande passione dei palestinesi verso il calcio, questo gioco non può essere uno specchio deformante della realtà: la deve riflettere per quella che è.
E la realtà non è amichevole. Lo capiamo quando durante il dopocena, dei forti rumori scuotono il silenzio di Ramallah. Per un istante tutti ci guardiamo, poi è chiaro che si tratta di fuochi d’artificio e si ricomincia a parlare, ma il momento di incertezza è piuttosto illuminante. Quando diciamo a Rajoub che per noi sarebbe ora di dormire dopo un lungo viaggio, è di nuovo il Generale a rispondere: “go, but in Palestine you always sleep with one eye open”.

Dopo un day off a Gerusalemme nell’ultimo venerdì di Ramadan, quindi in un giorno di calca tendente a infinito, nella notte palestinese che scorre dal finestrino tornando verso Ramallah incontriamo a un tratto incontriamo un traffico inspiegabile nel senso di marcia opposto. Ci spiegano che le jeep che incrociamo da 10 minuti non sono traffico, è la sicurezza per che si predispone per domani.

Arriva sabato e arriva il Barcellona. La prima tappa è Betlemme, dove la squadra visiterà la Basilica della Natività e saluterà la cittadinanza. La città è in festa, ovunque sventolano bandiere blaugrana, un coraggioso espone una sciarpa “Hala Madrid” (in Palestina quasi tutti sono tifosi di una delle due principali squadre spagnole, e per ogni Clasico si organizzano visioni di gruppo come può succedere da noi per i Mondiali), i bambini con la maglia di Messi non si contano, le transenne del piazzale antistante la Basilica contengono a fatica l’entusiasmo ignaro del caldo. Dopo una lunga attesa, il bus arriva e i giocatori scendono. Sono abituati ad avere gli occhi addosso in ogni angolo del pianeta, ma stavolta la curiosità e la sorpresa sono anche loro. Probabilmente non si aspettavano di trovare un’accoglienza di queste dimensioni in un luogo che non è affatto facile da raggiungere.

E così, al cospetto della mangiatoia, un paio di millenni dopo prende vita un quasi presepe del pallone, nel quale il protagonista non può che essere il numero dieci (le mura spesse della Basilica sono inondate dagli inni a Messi), mentre per il casting del bue e l’asinello lasciamo libertà al lettore di immaginare chi reputa più adatto. Anche se Puyol un po’ quella faccia lì ce l’ha, ma ok, liberi. Quando la squadra esce dalla Basilica e si avvicina verso la gente in festa il più impressionato è Piquè, che non sembra avere alcuna voglia di tornare verso il bus. I fan lo notano e come conseguenza immediata sale il coro “Shakira! Shakira!”: Betlemme non è immune da frivolezze.
Incontro con le autorità religiose, foto di gruppo in uno dei luoghi più cari alla cristianità, transenne che cadono, polizia in tenuta antisommossa che contiene quanto basta la folla, e si riparte.

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