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  • lunedì 22 Luglio 2013

Andrea Antonelli, le moto e la pioggia

La morte del pilota italiano ha riaperto la discussione sull'opportunità di gareggiare con la pioggia e su chi deve prendere queste decisioni

di Massimiliano Cocchi – @M_Cocchi

Domenica 21 luglio, durante il gran premio di Russia del campionato del mondo di motociclismo nella categoria Supersport – stesso circuito del mondiale Superbike, cilindrata inferiore – è morto Andrea Antonelli, pilota italiano di 25 anni del team Kawasaki GoEleven.

La gara è iniziata quando sul circuito, nei pressi di Syčëvo (Volokolamskkij), a circa 80 km da Mosca, pioveva già molto ed è finita dopo soltanto un giro, quando nel rettilineo che precede l’ultima curva Antonelli è caduto ed è stato investito dalla moto di Lorenzo Zanetti. La morte di Antonelli oggi è sulle prime pagine di quasi tutti i giornali italiani, insieme alla discussione sull’opportunità di disputare il gran premio considerate le condizioni atmosferiche. Le immagini dell’incidente hanno ricordato a molti quello che successe a Marco Simoncelli, morto nell’ottobre del 2011 sul circuito di Sepang, in Malesia. Ma fra i due incidenti ci sono molte differenze.

Il motociclismo sportivo negli ultimi anni ha investito molto nella sicurezza: le moto sono diventate sempre più veloci ma anche più “gestibili” attraverso sistemi elettronici. Le protezioni per i piloti sono molto sofisticate, dai caschi per assorbire urti molto forti a tute con airbag per proteggere il pilota in caso di caduta. Persino l’asfalto delle piste dove si disputano le gare è sempre più sicuro, anche in caso di pioggia: le immagini di ieri della gara mostrano però una specie di “muro d’acqua”, nel circuito, ed è probabilmente questa circostanza ad aver determinato la morte di Antonelli.

L’investimento è di per sé l’unica variabile che non è eliminabile dai rischi del motociclismo, ma nella grandissima maggioranza dei casi i piloti che cadono scivolano sulla sabbia fuori dalla pista. Se invece dopo l’investimento il pilota rimane all’interno della carreggiata, non c’è protezione che tenga; e se quel pilota è dentro una nuvola d’acqua, è praticamente impossibile da evitare. Per questo motivo quello che è successo ad Antonelli è molto diverso sia dal caso di Simoncelli del 2011, ma anche da altri due famosi e recenti incidenti mortali del passato nel motociclismo sportivo, quelli di Shoya Tomizawa nel 2010 e di Creig Jones nel 2008.

Tomizawa nel 2010 e Jones nel 2008 furono investiti da piloti che li seguivano a pochi centimetri di distanza. Fra la caduta di Antonelli e l’impatto con Zanetti, invece, passano diversi secondi – almeno 3, più che sufficienti a un pilota per reagire – eppure non c’è stato niente da fare: Zanetti in quel momento non vedeva niente e come lui una quindicina di piloti che lo seguivano. Alessio Conti, giornalista inviato di Mediaset, ha detto che «Zanetti ha chiesto a noi giornalisti che cosa fosse successo, non si era reso conto di aver colpito il collega neanche dopo l’urto». Anche il medico della clinica mobile, che poi ha medicato Zanetti, ha detto che questo non si era accorto di cosa aveva investito.

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