14 canzoni dei Depeche Mode

Scelte dal direttore del Post per chi li ha visti a Milano e vuole riascoltarli, per chi li vedrà a Roma, e per tutti gli altri

Ieri sera, 18 luglio, i Depeche Mode hanno suonato a Milano, allo stadio di San Siro. Terranno un altro concerto sabato 20 luglio a Roma, allo Stadio Olimpico. Queste sono le loro quattordici canzoni che Luca Sofri, peraltro direttore del Post, aveva scelto per il suo libro Playlist, per chi li ha visti a Milano e vuole riascoltarli, per chi li vedrà a Roma e vuole ripassare e per tutti gli altri. I Depeche Mode torneranno a suonare in Italia a febbraio del 2014.

Depeche Mode
(1980, Basildon, Inghilterra)
Una delle più longeve e affidabili eredità della British Invasion degli anni Ottanta. Forse gli unici, assieme ai Cure, che abbiano saputo far convivere la nobiltà della new wave e l’orecchiabilità pop di quegli anni, rimbalzando tra tastiere elettroniche e suoni dark. E non hanno mai smesso di vendere milioni di copie dei loro dischi, ovunque nel mondo.

Just can’t get enough
(Speak and spell, 1981)
Vince Clarke è un personaggio centrale nella storia del pop britannico degli anni Ottanta. Fu negli Yazoo con Alison Moyet e negli insulsi ma popolarissimi Erasure con Andy Bell. Prima ancora, però, fondò i Depeche Mode con Martin Gore, David Gahan e Andrew Fletcher. Li lasciò dopo il primo disco perché non gli piaceva la piega più tetra e industriale che stavano prendendo. Figuriamoci, quando c’era lui facevano cose come questa, “tà, tatta-ratta-rattattattà!”.

New life
(Speak and spell, 1981)
A rivederlo ora nei video dell’81, David Gahan fa tenerezza, con quell’aria da primino della classe che non si è fatto la barba, perché ancora non ce l’ha, la barba. E in tv gli chiedevano, dopo che aveva cantato “New life”, di cosa parla: «beh, l’ha scritta Vince, che ha appena lasciato la band, e quindi… ehm… beh, non è che lo sappiamo, esattamente…».

See you
(A broken frame, 1982)
Il primo pezzo dei Depeche Mode scritto da Martin Gore, e anche se rimane la preminenza delle tastiere simil-Casio, c’è già qualcosa di un po’ più inquietante sia nel suono sia nella storia: lui che la implora di poterla vedere ancora, che dopo cinque anni le cose sono cambiate, che non la toccherà né si avvicinerà, si limiterà a guardare. Il video era di Julien Temple, quello di La grande truffa del rock’n’roll, Absolute beginners e decine di altri videoclip celebri, tra cui “Do you really want to hurt me” dei Culture Club.

Everything counts
(Construction time again, 1983)
Eccolo qua, quel baccano meccanico a tenere il ritmo, che ci porteremo dietro per anni. Associato a un testo che tratta di marketing, capitalismo e natura commerciale (e corrotta) della nostra società: un ottimo inno per i Registri Buffetti (“everything counts in large amounts”). È considerata la canzone della svolta dalle tastierine pop al genere industriale fatto di campionamenti di suoni metallurgici raccolti in giro. La versione extended ha alcuni cotillons notevoli, mentre quella dal vivo in 101 è famosa per il prolungato coro del pubblico.

Blasphemous rumours
(Some great reward, 1984)
“Non voglio dir niente di blasfemo, ma ho l’impressione che ci sia qualcosa di malato nel senso dell’umorismo di Dio: e quando morirò, me lo vedo lì che se la ride”. Festa di suoni da ferramenta per raccontare due storie tragiche in cui la bontà del Signore è appunto difficile da intravedere. La Chiesa inglese si arrabbiò ufficialmente. In “I think that God’s got a sick sense of humour…” le due ripetizioni god/got e sick/sense sono uno scioglilingua irresistibile.

Somebody
(Some great reward, 1984)
Bellissima preghiera romantica moderna, cantata stavolta da Martin Gore su un battito cardiaco e in cui si riconoscerebbe persino il più cinico dei machos: “e quando dormo, voglio qualcuno che mi abbracci teneramente anche se queste cose di solito mi danno fastidio, in questo caso sopporterei…”.

Shake the disease
(Catching up with Depeche Mode, 1985) “Ci sono coppie che devono stare sempre insieme, amanti incollati l’uno all’altro ogni minuto. Io invece ho delle cose da fare e – come ho detto – so che le hai anche tu. Ma quando non ci sono, è come se ci fossi”. Uscì solo come singolo a cavallo tra Some great reward e Violator. “E quindi te lo
chiedo con il cuore, tu mi conosci e sai com’è difficile per me togliermi dall’imbarazzo che in situazioni come queste mi blocca la lingua: cerca di capirmi”.

Enjoy the silence
(Violator, 1990)
C’è sopra tutta una sovrastruttura sulle parole e i fatti, sul valore del silenzio, sull’invadenza delle cose dette: ma in buona sostanza il concetto è “baciami, stupido”.

Walking in my shoes
(Songs of faith and devotion, 1993)
“You’ll stumble in my footsteps” Quando dice “you’ll stumble in my footsteps” è come se ci si sentisse precipitare dentro un’impronta gigante di stivale, di yeti, di moonboot. Ed è come quando da bambini si cade e non ci si fa male e la sensazione è esilarante, e quindi si cade di nuovo, ci si butta e ci si ributta: “you’ll stumble in my footsteps”.

Condemnation
(Songs of faith and devotion, 1993)
Uscì al tempo di Tangentopoli, ma è da reputarsi un caso: “accuse, bugie, datemi la mia sentenza, non mostrerò nessun rimorso, soffrirò con dignità”.

One caress
(Songs of faith and devotion, 1993)
Un due tre, un due tre… Un valzer, che ricorda “Never tear us apart” degli INXS. Molti archi e una preghiera “al solo che ha la forza di poter perdonare i miei peccati”. Ovvero una ragazza (secondo alcuni, metafora di una dipendenza peggiore: ma a cantare è l’autore, Martin Gore, e non Dave Gahan che da lì a poco avrebbe tentato il suicidio prima, e rischiato la morte per overdose poi). “Una tua carezza e sarò benedetto… il peccato può rendere un uomo migliore e riportarci da dove cominciammo”. Anche questa non dev’essere molto piaciuta alle gerarchie ecclesiastiche.

Freelove
(Exciter, 2001)
Dave Gahan dice che le sue preferite da cantare sono “Condemnation” e “Freelove”. Che non è solo la proposta di uno one night stand, ma più un ragionamento sull’amore senza impicci, impegni e casini. Il verso “no hidden catch, no strings attached” è una specie di caramella di gomma in bocca. Molto buona.

Goodnight lovers
(Exciter, 2001)
Stupenda ninna nanna soul, una canzone dei Depeche Mode assai negra. Il tema è “amore, ce tocca soffri’…”.

Precious
(Playing the angel, 2005)
Bambini, perdonateci: mamma e papà si lasciano.