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  • venerdì 12 Luglio 2013

«È finita qui»

L'ultimo editoriale nella storia dell'Europeo racconta un giornale di grandi inchieste e grande qualità che nell'informazione contemporanea non ci sarà più

di Daniele Protti

Da oggi è nelle edicole l’ultimo numero del mensile L’Europeo, introdotto da questo editoriale del direttore Daniele Protti che annuncia la chiusura del giornale.

Il 22 febbraio 1995 uscì l’ultimo numero de L’Europeo settimanale. Questo era il titolo di copertina:

1945-1995
Grazie e arrivederci

L’editoriale del direttore “terminale” (il sottoscritto) spiegava che il consiglio di amministrazione di RCS aveva deciso di «sospendere le pubblicazioni», dopo 50 anni, e concludeva: «È un arrivederci. Già, perché non è finita qui». Due giorni dopo usciva in edicola anche un Europeo speciale: stessa carta e stesso formato (più grande dei quotidiani di oggi) del primo numero, quello del 4 novembre 1945, tutto in bianco e nero, con la riproposizione dei protagonisti di quella straordinaria storia di giornalismo (iniziata con Gianni Mazzocchi come editore, cui subentrò Angelo Rizzoli). Titolo dell’editoriale: Ultima edizione. Ma non finisce qui.

In quello speciale si raccontava la storia di un giornale unico, soprattutto nella prima fase. Grandi direttori come Arrigo Benedetti (il fondatore), Giorgio Fattori, Tommaso Giglio, Mario Pirani, Lamberto Sechi. Giovani cronisti, scrittori e collaboratori poi diventati grandi firme: Camilla Cederna, Tommaso Besozzi, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Mario Pannunzio, e successivamente Lina Coletti, Enzo Magrì, Massimo Fini, Mino Monicelli; era anche il giornale di Salvatore Giannella, Roberto Leydi, Lanfranco Vaccari e di tanti altri. Nella redazione iniziale figuravano personaggi come Luigi Barzini, Renzo Trionfera e Vittorio Zincone; poi arrivarono autori-fotografi indimenticabili come Gianfranco Moroldo, Ferdinando Scianna, Gianni Roghi, Duilio Pallottelli, Fedele Toscani (sì, il padre di Oliviero, che poi pubblicò il suo primo servizio su don Lorenzo Milani proprio sul settimanale), Evaristo Fusar, Stefano Archetti, Piero Raffaelli, Enzo Luceri, Maurizio Bizziccari, e quel Francesco Zizola che proprio al settimanale iniziò a farsi le ossa, prima di vincere nove premi al World Press Photo come autore Magnum e prima di fondare l’agenzia Noor.

L’Europeo era un giornale al quale collaboravano intensamente scrittori come Alberto Moravia, Anna Maria Ortese, Ennio Flaiano, Manlio Cancogni, Alberto Ongaro (poi assunto definitivamente e protagonista, con Moroldo, di straordinari reportages), Carlo Bo, Achille Campanile. Si potrebbe continuare a lungo citando i cronisti/reporter che hanno realizzato inchieste di prim’ordine. La redazione (soprattutto dagli anni cinquanta all’inizio degli ottanta) era ammirata e invidiata dalla concorrenza. senza contare che su L’Europeo di quella fase comparivano anche scritti di John Steinbeck, Jack Kerouac, Malcolm X, John Huston, Indro Montanelli (che firmava una rubrica come Marmidone), il cardinale Jean Daniélou, Curzio Malaparte, Oreste del Buono e altri ancora.

Per capire la “filosofia” informativa e culturale di quel giornale è illuminante leggere questo articolo del direttore/fondatore Arrigo Benedetti, apparso sul n.31 del 30 luglio 1950, dal titolo I giornali non sono scarpe:

Cari amici, il cinque luglio nelle prime ore del mattino la Radio italiana comunicava che Salvatore Giuliano era stato ucciso in un cortile di Castelvetrano. Il nostro redattore Tommaso Besozzi raggiungeva la Sicilia, interrogava carabinieri e cittadini, faceva sopralluoghi nel cortile dove il capitano Antonio Perenze aveva cercato acqua per dare da bere al bandito morente, e concludeva con una logica rigorosa e brillante che Giuliano non poteva essere stato ucciso nelle circostanze indicate dal comunicato ufficiale. Intanto, mentre il nostro inviato speciale seguitava la sua inchiesta tra Castelvetrano e Palermo, tra Palermo e Montelepre, un’altra indagine veniva svolta dal capo della nostra redazione romana Nicola Adelfì. Il titolo di questo secondo articolo sulla morte di Giuliano suonava clamorosamente: «Lo uccise nel sonno Gaspare Pisciotta». E i riflessi che supponevamo numerosi non sono mancati. Il nostro compito almeno per il momento era esaurito. Tirate le somme potevamo concludere d’avere svolto un discreto lavoro, non tanto per i risultati raggiunti quanto per avere vinto quella fatale sonnolenza che invischia la vita italiana durante la stagione estiva. Ma possiamo mettere sul conto di questa pigrizia estiva il modo con cui i risultati del nostro lavoro sono stati ripresi dalla stampa quotidiana? «Un settimanale di Milano afferma», «un settimanale settentrionale dice», «un giornale milanese ha scritto… ». In Italia non si va più in là, costume che, a mio giudizio, non deve essere criticato riferendoci alle norme della cortesia. Infatti, pretendere che una amministrazione editoriale faccia pubblicità a un’altra amministrazione editoriale sarebbe troppo. Certi favori non se li scambiano tra loro i fabbricanti di scarpe ed è quindi giusto che non se li facciano i fabbricanti di giornali. Un paio di scarpe certo non ha vita lunga: dopo il servizio scompaiono. Anche i giornali passano di mano in mano finché caduti a pezzi vanno a raggiungere le vecchie scarpe; ma qualche cosa resta di loro. Oh, lo sappiamo, non molto! Ma il fatto che l’Europeo sia stato il primo a dare notizia del flirt cominciato nel settembre del 1948 tra Tito e gli americani, e che per primo avesse scoperto che il colonnello Valerio e il ragioniere Walter Audisio erano la stessa persona (l’Europeo del 9 marzo 1947) può far sì che domani uno storico curioso di analizzare le fonti di certi avvenimenti storici ricorra alla collezione del nostro settimanale. Cari direttori dei quotidiani italiani, ve la immaginate l’irritazione di quello storico di là da venire quando, capitatogli su un quotidiano della scorsa settimana un riferimento abbastanza importante alla morte di Giuliano, si trova costretto a perdere tempo per stabilire il titolo del settimanale citato con tanta avarizia? No, cari amici, i nostri giornali non hanno il sospetto di poter servire domani allo storico del secolo XX. O almeno, dal modo con cui sono compilati, paiono non averlo. Tutti presi come siamo a contenderci la penna di articolisti brillanti per i quali la realtà è solo un pretesto, tutti fedeli ad un giornalismo di tradizione floreale, appena succede qualche cosa che ci costringa a citarci ce la caviamo sempre con un «giornale di sinistra», con un «confratello del mattino», con un «organo d’estrema destra». Chissà quali saranno le supposizioni dello storico di domani, se quel galantuomo, vinta la prima reazione, vorrà considerare il fenomeno e scoprirne le intime ragioni. Penserà: « Lo facevano per ragioni di concorrenza commerciale… No, per polemica politica…». E quale che sia la conclusione, troverà in questo nostro atteggiamento un tantino di meschinità. No, cari amici, i giornali non sono come le scarpe. Possono finire al macero, ma qualche cosa di loro resterà. Certe volte ho l’impressione che noi giornalisti, così spesso accusati di superbia, si sia troppo modesti e quasi si creda che i libri di storia si facciano soltanto con i libri di storia.

Suggerisco ai lettori una riflessione proprio sull’ultima frase

«… quasi si creda che i libri di storia si facciano solo con i libri di storia».

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

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