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  • martedì 2 Luglio 2013

Sprecarsi a Livorno

E altre meraviglie e trappole della città, nel nuovo libro di Simone Lenzi

di Simone Lenzi

Laterza ha pubblicato nella sua collana di racconti e guide sulle città italiane affidate a scrittori Sul Lungomai di Livorno, di Simone Lenzi: che cerca di spiegare nel libro illustrato con foto scattate da lui stesso, in cosa consista la “livornesità” attraverso i tre traslochi della sua vita in una città che può essere molto accogliente, ma anche una trappola da cui non si riesce a fuggire, dice. Simone Lenzi è nato a Livorno nel 1968, e nel 2012 ha pubblicato il romanzo La generazione, da cui è stato tratto il film Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. In questo estratto dal libro Lenzi racconta i suoi incontri nel recinto per i cani di piazza Magenta.

***

Quando si dice che non fare niente è più faticoso che lavorare. Non è soltanto il gusto del paradosso. Perché vedi gli altri, che fanno, brigano, corrono, e ti pare che la loro vita, a differenza della tua, abbia un senso.
In treno mi è capitato mille volte: senti il vicino che parla al cellulare di lavoro con un collega, di certe beghe da risolvere. Parlano di mail, citano nomi di persone perfettamente note nel loro ambiente, dicono cose tipo ne ho parlato con Barazza o gliel’ho detto a Arconati di quella roba lì della trimestrale di cassa e lo sai che mi ha risposto?
Sono e si sentono parte di una rete di rapporti finalizzati alla realizzazione di qualcosa, hanno una mission e un target. Hanno colleghi con cui devono appianare disguidi, ma, soprattutto, con cui devono regolare rapporti di forza.
Da quando sono uscito dal recinto, mi capita spesso di andare a Milano in treno.
Mi ascolti bene, Manuela… lei deve assolutamente uscire dalla zona di comfort.
Silenzio.
Io la capisco Manuela, mi creda, ma lei non può continuare a cercarmi i clienti nel solito giro, dobbiamo guardare ad altri mercati… Le ripeto, trovi il coraggio ed esca fuori dalla zona di comfort.
Silenzio.
Bene, ne riparliamo in riunione, la saluto.

Ho ascoltato con curiosità e ammirazione centinaia di discorsi come questo, sul Freccia Rossa per Milano. Discorsi di uomini moderni, dinamici, modellati sui manuali di marketing e su un certo cinema hollywoodiano, tecnologicamente evoluti, tutto sommato a loro agio nel presente.
Come il manager sulla cinquantina che parlava con quella che un tempo avremmo chiamato rappresentante o commesso viaggiatore (lo dico al maschile, perché a una donna non c’era neanche da pensarci), ma che adesso aveva sicuramente un biglietto da visita con scritto sales manager. Quella che andava motivata, incentivata, spinta fuori dalla zona di comfort.
E io, sul treno, mi chiedevo se fossi uscito davvero dalla zona di comfort del recinto dei cani, se fosse mai possibile uscirne una volta per tutte. Intanto, però, ero felice di quelle passeggiate là fuori. E come dentro il recinto toglievo il guinzaglio al mio cane per farlo sgambare un po’, forse per me era venuto il momento di togliermi il guinzaglio che mi ero messo da solo e uscire a vedere come era il mondo là fuori. L’unica alternativa possibile sarebbe stata quella di chiudermici per sempre, con catena e lucchetto, buttando la chiave in mare. Finire così per far parte della categoria umana per la quale ho provato da sempre il più doloroso fastidio: gli sprecati.
Ne ho conosciuti a decine di sprecati in questa città. Non che ne manchino nelle altre, certo, ma voglio dire che c’è qualcosa in questa città, una retorica diffusa, diciamo così, che invita allo spreco di sé. Allo scialo d’esistenza. Sprecarsi a Livorno è la cosa più facile del mondo. Tutto ti aiuta a farlo.
Ne ho conosciuti a decine di uomini e donne che avrebbero potuto fare qualcosa di più, e invece a un certo punto si sono fermati, e si sono rinchiusi da soli nel recinto dei cani o nel barrino sotto casa. Qualcosa li ha fermati. Qualcosa che si respira in questa città piena di vento, qualcosa che ti riporta sempre indietro. Perché puoi anche diventare capocannoniere in serie A, ma poi devi tornare qui e farci i conti, e vai tranquillo che resterai fregato. Anzi, ti fregherai da solo, con le tue stesse mani.
È difficile da spiegare.
Uno dovrebbe venire al bar, in piazza, per capire davvero. Sentire come si saluta la gente:
Com’è, bello? Tutto a posto?
Già il modo in cui si pronuncia la doppia elle livornese, che Pier Vittorio Tondelli definì uno scivolo lascivo. Ma che invece è carnalmente indolente, come chi si sdraia al sole. E quel tutto a posto, che non è il tutto bene che si pronuncia ovunque. No, vuol dire piuttosto che se qualcosa fosse fuori posto toccherebbe rimettercela, mentre vogliamo accertarci proprio che non ci sia bisogno di far nulla. Niente cui mettere mano. Niente che valga davvero la pena.
E questo significa anche che se invece hai messo mano a qualcosa, forse non era così indispensabile, e chiunque avrebbe potuto farlo al posto tuo, e meglio di te, se solo avesse voluto. Ma l’hai fatto tu, e quasi ti tocca di giustificarti.
È difficile da spiegare. Anche quel bello, bella, detto a tutti, belli e brutti, che ti mette subito a tuo agio, e che fa piacere, certo, ma non è forse anche un modo di dirti che vai già bene così, che tu non ti dia pena di nulla?
Anche il modo di parlare, che è andato cambiando, impercettibilmente, ma mi si creda sulla parola: vent’anni a occuparmi di canzoni, senza successi eclatanti, lo ammetto, mi saranno pur valsi un po’ di orecchio.
Le ragazze, ad esempio, quel modo di allargare le e in modo che suonino a.
Ciao ballo! Oh, viani ballo!
Quel modo di mangiarsi l’inizio delle parole, come se ogni parola fosse strappata controvoglia al sonno. È difficile da spiegare.
Incontro una conoscente, alla Stazione, qualche giorno fa:
“Ciao bella, come stai?”.
“Bane”.
“E dove te ne vai?”.
“A Franze”.
“Eh?”.
“Fraanze”.
“Dove, scusa?”.
“A Firaaanze”.
“Ah, Firenze, ok, bene, buon viaggio allora!”.
Forse è sempre stato un po’ così, ma sicuramente adesso è così un po’ più di prima. Anno dopo anno, sempre un po’ di più.
Le e sempre più aperte, fino a diventare le a di cui Rimbaud ha scritto che sono

noir corset velu des mouches éclatantes

Qui bombinent autour des puanteurs cruelles
(nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a fetori crudeli)

Versi che mi piace ricordare perché almeno si intuisca come quell’apertura estrema di ogni parola pronunciata in questa città di ampie piazze e cieli chiari nasconda invece, nel riverbero accecante della luce, il suo esatto contrario. Il buio, dove ci si può muovere solo brancolando a piccoli passi di incertezza estrema.

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