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  • martedì 25 Giugno 2013

Dove va l’Albania

I socialisti hanno vinto le elezioni, ma nella complicata storia dell'Albania il voto è stato spesso un semplice evento tra una crisi e l’altra

Domenica 23 giugno si sono svolte le elezioni parlamentari in Albania e l’opposizione del partito socialista di Edi Rama (PS) è per ora in vantaggio sulla maggioranza di centro-destra del premier conservatore Sali Berisha (PD), già al secondo mandato: una proiezione fatta sulla base del 29 per cento dei voti contati ha assegnato ai socialisti dell’ex sindaco di Tirana Edi Rama 84 seggi in Parlamento su 140, mentre i democratici di Berisha si fermerebbero a 56. Edi Rhama ha esortato l’attuale primo ministro ad accettare la sconfitta e a farsi da parte, ma in un’intervista pubblicata su Courrier des Balkans ha anche invitato i suoi sostenitori a mantenere la calma e a non festeggiare. Berisha, che subito dopo la chiusura dei seggi aveva dichiarato vittoria, dopo i primi risultati non ha più commentato il voto.

L’instabilità politica dell’Albania
Dalla fine del regime comunista, nel 1991, in Albania non si è mai svolta un’elezione considerata completamente libera e giusta. Nonostante il voto di domenica 23 giugno fosse considerato una prova per il paese, un’opportunità per rompere con il passato, non sembrano esserci segnali positivi di novità e cambiamento. E non solo perché la giornata è stata segnata da un grave episodio di violenza (c’è stata una sparatoria a Lac, a circa 50 chilometri da Tirana, in cui è morto un attivista dell’opposizione e un candidato del Partito democratico è rimasto ferito), ma anche perché durante la campagna elettorale le due coalizioni si sono presentate con un programma molto generico e basato soprattutto su critiche e accuse reciproche.

Nella storia dell’Albania l’instabilità politica sembra essere una costante: da un certo punto in poi le elezioni sono un semplice evento tra una crisi e l’altra. I problemi del paese vengono da molto lontano. A partire dagli anni Trenta l’Albania subì l’occupazione dell’Italia, negli anni Quaranta visse sotto il regime comunista di Enver Hoxha, vicino prima alla Jugoslavia di Tito e poi negli anni Cinquanta all’URSS (in quegli anni furono costruiti in tutto il paese almeno 750 mila bunker in cemento, per la paura di un’invasione dell’Europa occidentale) e negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta alla Cina popolare. Fu un regime molto repressivo: Hoxha si dichiarava un ammiratore di Stalin e durante il suo governo ci furono migliaia di esecuzioni politiche.

Nel 1981 la morte del primo ministro Mehmet Shehu – che era favorevole a un’apertura con l’Occidente, e la cui morte è stata sempre considerata “sospetta” – provocò una grave crisi e una chiusura del paese verso l’esterno. Ramiz Alia, eletto capo del partito comunista e dello Stato dopo la morte di Hoxha, cercò di avviare una serie di liberalizzazioni e di ripristinare delle relazioni diplomatiche internazionali. Nelle 1991 fu venne eletto nuovamente a capo dello Stato e venne formato un governo di coalizione sostenuto dal Partito del lavoro e dal Partito democratico, la maggiore forza di opposizione. La coalizione entrò però in crisi dopo pochi mesi e nel 1992 le elezioni diedero la maggioranza al Partito democratico. Alia fu sostituito alla presidenza da Berisha, che proseguì con maggior determinazione sulla strada della liberalizzazione dell’economia.

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