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  • Lunedì 17 giugno 2013

Il Mansudae Art Studio di Pyongyang

È il più importante laboratorio artistico della Corea del Nord: realizza tutte le opere celebrative del regime ma ha anche molte richieste di lavoro dall’estero

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

North Korean leaders attend the unveiling ceremony for statues of late leaders Kim Il Sung, left, and Kim Jong Il, right, on Mansudae in Pyongyang, North Korea, Friday, April 13, 2012. (AP Photo/Ng Han Guan)
North Korean leaders attend the unveiling ceremony for statues of late leaders Kim Il Sung, left, and Kim Jong Il, right, on Mansudae in Pyongyang, North Korea, Friday, April 13, 2012. (AP Photo/Ng Han Guan)

Il Mansudae Art Studio è un centro artistico di Pyongyang, il più grande e il più importante della Corea del Nord, e fu fondato nel 1959. Occupa un’area di 120 mila metri quadrati (più o meno come 20 campi da calcio) e ci lavorano circa quattromila persone, tra cui un migliaio di artisti formati nelle migliori accademie d’arte del paese. Tutto il ricco materiale iconografico di propaganda del regime – dipinti, le celebri statue alte 20 metri, manifesti, monumenti – proviene da lì: gli artisti del Mansudae sono gli unici incaricati di raffigurare i membri della dinastia Kim e i loro familiari.

La manodopera del Mansudae Art Studio (la dizione inglese con cui si promuove nel mondo) muove anche un giro di affari internazionale – tramite il Mansudae Overseas Project, la divisione commerciale dello studio – ed è molto richiesta all’estero da istituti, musei e governi che commissionano delle opere pubbliche (statue, monumenti, edifici) e le comprano a prezzi che gli addetti ai lavori considerano anche relativamente convenienti. Fin dagli anni Settanta il Mansudae Art Studio ha lavorato alla costruzione di grandi opere commissionate da paesi stranieri, principalmente da stati africani e soprattutto statue enormi.

La Germania è stato finora l’unico paese occidentale ad aver commissionato un lavoro al Mansudae Art Studio, ed è una storia interessante. Nel 2004 il Museo d’Arte applicata di Francoforte – per conto della città di Francoforte – ordinò al Mansudae la riproduzione di una fontana del 1910, la “Fontana delle favole”: il lavoro fu consegnato nel 2006 e il costo complessivo fu di 200 mila euro. Il vicedirettore del museo, Klaus Klemp, ha spiegato al settimanale Businessweek quali furono le ragioni che lo spinsero a rivolgersi agli artisti nordcoreani: «fu una scelta puramente tecnica, perché i migliori artisti tedeschi non fanno più lavori realisti, mentre i nordcoreani non hanno vissuto la lunga evoluzione dell’arte moderna, ed è come se fossero fermi ai primi del Novecento».

La “Fontana delle favole” di Francoforte – realizzata nei primi anni del Novecento dallo scultore austriaco Friedrich Hausmann – era composta da un complesso di sculture che vennero distrutte durante la Seconda guerra mondiale (quelle di bronzo, alla base della fontana, furono fuse per ricavarne armamenti per l’esercito). I progetti originali andarono perduti e gli unici documenti in cui era ancora possibile vedere la fontana erano delle fotografie: servivano scultori in grado di riprodurla a partire soltanto da quelle foto. Nel 2004 il museo si rivolse al Mansudae Art Studio, due anni prima che la Corea del Nord effettuasse i test nucleari che portarono alle tensioni internazionali e all’ulteriore isolamento del regime. Secondo Klemp, «dare l’incarico al Mansudae oggi sarebbe molto difficile».

Quando Klemp e gli altri responsabili del museo andarono a Pyongyang nel 2005, a controllare lo stato dell’opera, furono portati nella fabbrica dove si trovava il modello in gesso, a grandezza naturale, e rimasero stupefatti dalla qualità del lavoro e dalla somiglianza delle figure della fontana rispetto all’originale. Chiesero solamente di “ammorbidire” un po’ la capigliatura della donna scolpita in cima alla fontana, che aveva un’acconciatura troppo rigida e vagamente ispirata ai modelli femminili del Realismo socialista («non molto in voga a Francoforte, all’epoca», suggerì un rappresentante del museo al responsabile nordcoreano dell’opera).

In Corea del Nord non esiste una tradizione di arte concettuale o astratta, che è invece presente in Corea del Sud. Una volta l’ex leader Kim Jong-il, morto nel 2011, disse che ogni quadro deve essere dipinto in modo che chi lo osserva possa capirne il significato: «se l’osservatore non può afferrarne il senso, non importa quanto talento abbia l’artista: l’osservatore non può dire che quello è un bel quadro». Uno dei gruppi di lavoro del Mansudae si occupa delle imitazioni di dipinti europei di stile realista, per lo più paesaggi olandesi o scenari parigini, probabilmente destinati al mercato estero: «se passeggi per la Senna e compri un dipinto alle bancarelle, ci sono buone probabilità che quel dipinto sia stato fatto in Corea del Nord», ha detto Klemp.

La più nota opera pubblica costruita dal Mansudae Art Studio all’estero è il Monumento alla Rinascita africana, a Dakar, in Senegal: è una gigantesca statua di bronzo alta 50 metri, fu commissionata nel 2003 e consegnata nel 2010, e secondo un articolo del Wall Street Journal costò complessivamente 70 milioni di dollari (anche se la targa alla base della statua dice 25). Avrebbe dovuto rappresentare «il riemergere dell’Africa dall’oscurità, da cinque secoli di schiavitù e due secoli di colonialismo», come disse l’ex presidente senegalese Abdoulaye Wade il giorno dell’inaugurazione, in occasione del cinquantenario dell’indipendenza del paese.

L’opera venne molto criticata da una parte dell’opinione pubblica e dalla comunità musulmana sia per la parziale nudità della donna ritratta, sia perché le figure umane non avevano per niente le fattezze della popolazione africana: le teste sembravano innestate in corpi umani dai tratti caucasici. Peraltro, a opera in corso, Wade era già dovuto intervenire per far correggere agli artisti nordcoreani i lineamenti orientali dei volti della statua.

Qualcosa di simile capitò anche nel 2004 nella Repubblica del Botswana, in Africa del Sud, quando il Mansudae Art Studio ottenne l’appalto per la costruzione di un monumento dedicato a tre capi storici del paese. Anche in quell’occasione, oltre che criticare il modo poco limpido in cui il governo gestì l’appalto pubblico, molti obiettarono che il Realismo socialista dell’opera compiuta non avesse niente in comune con la tradizione culturale e artistica del Botswana.

In Zimbabwe, nel 2010, la concessione di un appalto al Mansudae Art Studio – per la costruzione di due statue dedicate all’ex presidente Joshua Nkomo – provocò inizialmente forti proteste perché venne considerata un’offesa alla memoria dei civili massacrati negli anni Ottanta da truppe dell’esercito addestrate proprio in Corea del Nord. La prima statua venne comunque rimossa poco prima di essere ultimata, perché la famiglia Nkomo la trovò «patetica» e per nulla somigliante all’ex presidente.

La Namibia è lo Stato africano che ha commissionato più lavori al Mansudae Art Studio, e tutti negli anni Duemila: nella periferia di Windhoek, oltre a due musei e a un monumento ai caduti, il Mansudae ha costruito l’attuale sede del governo, un edificio imponente la cui realizzazione ha richiesto sei anni di lavoro (dal 2002 al 2008). Solitamente, per il tipo di lavoro richiesto, gli artisti nordcoreani incaricati di realizzare le opere commissionate da paesi stranieri vivono all’estero anche per lunghi periodi, ma – scrive Businessweek – restano comunque sotto la sorveglianza del regime, che invia sempre almeno un segretario di partito insieme a loro. Nonostante queste condizioni di costante sorveglianza, quella di dipendente del Mansudae Art Studio rimane una professione molto ambita dagli artisti in Corea del Nord, soprattutto perché è ben pagata rispetto al salario medio di un lavoratore nordcoreano.

Non è facile stabilire con precisione l’ammontare dei ricavi della Corea del Nord dal giro di affari internazionali del Mansudae Art Studio. Secondo fonti interne citate da Businessweek, a capo della divisione commerciale del centro artistico ci sarebbe Kim Kyong-hui – sorella minore dell’ex leader Kim Jong-il e zia del leader Kim Jong-un – che gestisce anche alcune catene di ristoranti di Pyongyang con succursali in Bangladesh e in Cambogia.