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  • mercoledì 17 aprile 2013

Queste erano le bombe di Boston

Due pentole a pressione da cucina piene di chiodi e ferro, "progettate per mutilare": le ultime notizie sugli attentati che hanno ucciso 3 persone e ne hanno ferite 176

Le bombe che lunedì 15 aprile a Boston hanno ucciso 3 persone e ne hanno ferite 176 erano due pentole a pressione da cucina, ognuna di sei litri di capacità, riempite di esplosivo a basso costo, chiodi, cuscinetti a sfera e pezzi di metallo. Entrambe erano contenute in borsoni da viaggio neri. Lo ha fatto sapere Richard DesLauriers, agente dell’FBI a capo delle indagini, che ha mostrato anche alcuni pezzi delle bombe ritrovati sul posto delle esplosioni. La stampa, citando fonti di intelligence, ha parlato anche del ritrovamento di un circuito elettronico che era parte del meccanismo utilizzato per detonare le bombe, probabilmente un semplice orologio da cucina.

La prima bomba è esplosa su Boylson Street, all’altezza del traguardo della maratona, dove poche ore prima si trovavano le autorità, tra cui il governatore del Massachusetts Deval Patrick. La seconda è esplosa 12 secondi dopo a circa 70 metri di distanza, fuori dal ristorante Forum, sempre su Boylston Street all’altezza del numero 755. Dei 176 feriti, 14 hanno dovuto subire delle amputazioni e 17 sono ancora in gravi condizioni.

La costruzione delle bombe, scrivono oggi le principali testate americane, mostra come fossero state progettate allo scopo di mutilare i presenti, arrecando quanti più danni possibile. I medici degli ospedali di Boston hanno detto alla stampa di aver rimosso dai pazienti moltissimi frammenti di oggetti, più di quanto accada “normalmente” in presenza di ferite da ordigno esplosivo. Ron Walls, medico del Brigham and Woman’s Hospital, ha detto al Boston Globe che i chiodi e i pezzi di ferro trovati nei corpi dei morti e dei feriti erano «chiaramente stati usati come proiettili, parte delle bombe». Il New York Times, il cui articolo di apertura è intitolato “Le bombe di Boston erano costruite per mutilare”, scrive che le esplosioni “hanno lacerato la carne e i muscoli dei feriti, distruggendo gli arti inferiori di alcuni”.

Pentole a pressione come bombe
Non è la prima volta che delle pentole a pressione vengono usate o pensate come bombe. Nel 2011 un giovane soldato del Texas, Naser Jason Abdo, fu arrestato dall’FBI mentre preparava bombe con delle pentole a pressione. Durante il processo un esperto dell’FBI dichiarò che bastano 30 minuti per assemblare una bomba del genere. Abdo aveva trovato le istruzioni su Inspire, il cosiddetto “magazine” di Al Qaida, in particolare su un articolo intitolato “Costruisci una bomba nella cucina di tua madre” (il Post aveva scritto nel 2010 del giornale e di quell’articolo), ma si trovano facilmente anche online. Anche nel tentato attentato del 2010 a Times Square, New York, una delle tre bombe era una pentola a pressione contenente oltre 100 fuochi d’artificio. Gli investigatori non pensano però che la fattura delle bombe indichi di per sé una pista chiara.

Le bombe costruite con pentole a pressione permettono di ottenere effetti devastanti anche con poco esplosivo o con esplosivo di scarsa qualità, perché il botto avviene solo quando la pressione è tale che la pentola non può più contenerla, dopo che l’esplosivo è stato innescato. Bombe rudimentali del genere sono utilizzate con frequenza negli attentati in Afghanistan, India e Pakistan, scrive il Wall Street Journal. Steven Bartholomew, portavoce dell’autorità statunitense sulle armi, ha detto che frammenti di ferro sono stati ritrovati addirittura sui tetti degli edifici circostanti. I pezzi di pentola ritrovati dalle autorità sono molto danneggiati ma uno di questi ha sul fondo un marchio “6L”, a indicarne la capacità, che potrebbe ricondurre almeno al produttore. Il percorso della maratona era stato perquisito due volte da squadre anti-terrorismo prima della maratona, le bombe sono state però posizionate dopo: era «un bersaglio facile», ha detto il commissario della polizia di Boston.

I morti, i feriti
Le persone uccise lunedì sono tre: Martin Richard, 8 anni; Krystle Campbell, 29 anni; e una studentessa cinese dell’università di Boston. Il suo nome non è stato diffuso ufficialmente dalle autorità, su richiesta della famiglia, ma è stato fatto dalla stampa cinese e ripreso da quella statunitense. Barack Obama sarà a Boston giovedì, per partecipare ai funerali delle persone uccise.

Data la forza delle esplosioni, i medici hanno detto che senza il tempestivo intervento dei soccorsi i morti sarebbero potuti essere molto di più: l’organizzazione «ha funzionato in modo eccellente», ha detto il dottor Stephen K. Epstein, del pronto soccorso del Beth Israel Deaconess Medical Center. «È stato facile confrontare il numero dei pazienti con le risorse disponibili in ogni ospedale, e prendere decisioni di conseguenza». Il sistema sanitario di Boston è uno dei più celebrati degli Stati Uniti. Nessuno degli ospedali è “collassato” a causa dell’afflusso di feriti, tutti sono stati curati e assistiti per tempo. Alcuni erano feriti così gravemente, hanno detto i medici, che un’attesa anche solo di pochi minuti li avrebbe probabilmente uccisi.

A che punto sono le indagini
Ancora in alto mare, pare. Non ci sono persone in custodia né sembra che gli investigatori siano sul punto di fare degli arresti o stiano seguendo una pista ben precisa, scrive oggi la stampa statunitense. Lo stesso DesLauriers, l’agente speciale FBI a capo dell’indagine, ha detto che tutto per il momento rimane «aperto» e che nessuno ha rivendicato l’attentato. Gli investigatori sperano di cavare qualcosa dalla montagna di fotografie e video che le persone presenti sul posto stanno inviando all’FBI: anche all’aeroporto di Boston ieri gli agenti di sicurezza invitavano chiunque avesse foto scattate alla maratona a darne una copia alle autorità. DesLauriers ha chiesto nuovamente l’aiuto della popolazione e ha detto che chi ha costruito e fatto esplodere le bombe «è amico di qualcuno, o ne è il vicino di casa, il collega, il parente», invitando chi ha il minimo sospetto a contattare le autorità. «Qualcuno sa chi è stato».

Per il momento gli investigatori stanno sentendo decine di testimoni. Nella serata di lunedì è stata perquisita la casa di una persona ferita dalle bombe, un ragazzo saudita negli Stati Uniti per motivi di studio, che però oggi non è considerato un sospetto ma semplicemente una vittima. Da qui arriva la famosa “pista saudita”, di cui si è parlato molto anche sui media italiani sin da lunedì sera, che però non è mai stata una pista: il ragazzo non c’entra niente, scrivono da ieri i giornali americani citando varie fonti di polizia e intelligence. Amy Davidson sul New Yorker racconta la sua storia.

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