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  • mercoledì 17 aprile 2013

L’alimentazione forzata a Guantanamo

Il racconto di un detenuto yemenita in sciopero della fame è arrivato sul New York Times, dal carcere

Alla fine di marzo nella prigione militare di Guantanamo – il carcere di massima sicurezza per le persone accusate di terrorismo, allestito a Cuba dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 – 31 persone su 166 avevano deciso di partecipare a uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione a cui erano sottoposte. Il fenomeno, come spiegava il New Yorker il 30 marzo, andava avanti a fasi alterne da circa due mesi. Allora non era stato però possibile avere alcuna testimonianza diretta di quello che stava succedendo dentro Guantanamo, e dei sistemi di alimentazione forzata a cui erano stati costretti i prigionieri.

Lunedì 14 aprile il New York Times ha pubblicato il testo di una telefonata fatta da Samir Naji al Hasan Moqbel, cittadino yemenita detenuto nella prigione di Guantanamo dal 2002, ai suoi avvocati dell’organizzazione no-profit “Reprieve”. Moqbel, uno dei detenuti che avevano iniziato lo sciopero della fame a Guantanamo a marzo, ha spiegato le conseguenze della sua scelta, raccontando con molti particolari le condizioni di alimentazione forzata a cui è stato sottoposto. Moqbel sostiene che la sua storia è simile a molte altre a Guantanamo, e che è segnata da almeno 11 anni da violenze, soprusi e diverse violazioni dei diritti umani. Da quando si trova rinchiuso nel carcere a Cuba, non è mai stato accusato formalmente di nulla, e non è mai stato processato dalla giustizia americana.

Moqbal racconta che nel 2000 si trovava in Yemen, suo paese natale, ma decise di andare in Afghanistan per trovare un impiego che gli facesse guadagnare di più. Moqbal non sapeva niente dell’Afghanistan e quello che trovò non corrispose alle sue aspettative. Di lavoro non ce n’era e a casa non poteva tornarci, visto che di soldi per un altro biglietto aereo non ne aveva. Quando alla fine del 2001 gli americani invasero l’Afghanistan, Moqbal, insieme a moltissime altre persone, fu costretto a spostarsi in Pakistan, dove venne arrestato dalla polizia pakistana con l’accusa di collaborare con i terroristi di al Qaida. Moqbal nega di avere avuto a che fare con organizzazioni terroristiche: dice di aver chiesto di vedere qualcuno dell’ambasciata yemenita a Islamabad e che le sue richieste non furono accolte. Fu trasferito a Kandahar, città nel sud dell’Afghanistan, prima di essere mandato a Guantanamo.

Il mese scorso Moqbel ha iniziato uno sciopero della fame: nella conversazione telefonica con gli avvocati di “Reprieve”, ha raccontato che in seguito al suo rifiuto di nutrirsi, le autorità del carcere hanno mandato una squadra di otto agenti della polizia militare in tenuta antisommossa (la cosiddetta “Extreme Reaction Force”) per legarlo mani e piedi al letto. Poi, ha aggiunto Moqbal, gli hanno inserito con la forza una flebo su una mano e un catetere per far sì che non si muovesse dal letto: una pratica definita da Moqbal degradante per la dignità umana, oltre che inutile.

«Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno inserito il tubo per l’alimentazione nel naso. Non riesco nemmeno a descrivere quanto sia doloroso essere costretti a subire un’alimentazione forzata in questo modo. Come mi è stato spinto dentro, mi ha fatto venire da vomitare, ma non ci riuscivo. Avevo un forte dolore al petto, alla gola e allo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima. Non augurerei una punizione del genere a nessuno».

Moqbal racconta di essere ancora oggi in fase di alimentazione forzata: per due volte al giorno, senza alcun preavviso, viene legato ad una sedia della sua cella e le infermiere gli spingono il tubo per l’alimentazione giù per il naso. Come lui, racconta Moqbal, ci sono altri 40 detenuti che stanno facendo lo sciopero della fame a Guantanamo, ma il personale medico del carcere non è sufficiente per costringere tutti i detenuti all’alimentazione forzata a intervalli regolari.

Secondo il giudice federale Thomas Hogan, chiamato in causa da una lettera di un detenuto di Guantanamo che denunciava le pessime condizioni di salute conseguenti della vita in carcere, le autorità carcerarie avrebbero iniziato a fornire solo acqua non potabile ai detenuti che stanno facendo lo sciopero della fame, con l’obiettivo di farli desistere dalla loro posizione. Già in passato Guantanamo era stato oggetto di critiche da parte di molte organizzazioni internazionali e associazioni umanitarie, tra cui le Nazioni Unite e Amnesty International, che avevano accusato le autorità americane di impedire l’accesso alla struttura di osservatori stranieri e di essere responsabili di episodi di abusi e torture nei confronti dei detenuti, soprattutto nei primi anni dopo la sua apertura.

Barack Obama fece della chiusura di Guantanamo uno dei punti centrali della sua prima campagna elettorale. Il 22 gennaio 2009, due giorni dopo il giuramento come presidente degli Stati Uniti, firmò un ordine esecutivo che imponeva la chiusura entro un anno della struttura. Una commissione avrebbe riconsiderato la situazione di ciascuna delle 241 persone allora detenute e avrebbe deciso quali avrebbero affrontato un processo e quali invece sarebbero state trasferite in strutture statunitensi. Ad aprile 2009 la commissione concluse che solo per venti o trenta persone si sarebbe potuto istruire un processo. Per tutte le altre i servizi segreti possedevano del materiale, ma niente o quasi che potesse essere usato davanti a una corte. Il 20 maggio del 2009 il Senato bocciò con 90 voti contro 6 la proposta di stanziare 80 milioni di dollari per chiudere Guantanamo. La votazione fu un colpo molto duro per il governo, e il fatto che anche quasi tutti i senatori democratici avessero votato contro la chiusura dimostrava che la retorica repubblicana stava colpendo nel segno: i repubblicani insistevano e non volevano sul suolo americano «alcuni degli uomini più pericolosi del mondo».

I casi dei detenuti che si potevano processare presentavano altre criticità: la sola ipotesi di processare a New York Khalid Sheik Mohammed, che aveva collaborato a diversi attacchi terroristici contro gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni, compreso quello dell’11 settembre, generò proteste e grandi preoccupazioni per l’ordine pubblico. Il dipartimento di polizia della città presentò un piano per mettere in sicurezza l’area che sarebbe costato ben 200 milioni di dollari l’anno, per tutta la durata del processo. Oggi la mancata chiusura di Guantanamo è probabilmente la più grande promessa non mantenuta da Barack Obama.

foto: (JIM WATSON/AFP/Getty Images)

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