Cambiamo la scuola

La storia del liceo di Brindisi che si fa i libri da solo, e altre innovazioni reali e possibili raccontate nel nuovo libro di Riccardo Luna

di Riccardo Luna

Per fortuna anche la scuola sta cambiando. Anzi, non per fortuna. Sta cambiando perché tanti docenti, studenti, famiglie, e anche bidelli perché no?, si sono dati da fare per salvarla e in qualche caso sono addirittura riusciti a portarla nel futuro.

Se proprio dobbiamo indicare un giorno dopo il quale la scuola ha iniziato a cambiare e un luogo dove il futuro è arrivato prima, quel giorno è una mattina di febbraio del 2009 e il luogo è l’Istituto Tecnico Industriale “Ettore Majorana” di Brindisi. Il preside Salvatore Giuliano era appena tornato da una missione istituzionale a Boston: era uno dei due italiani scelti dalla multinazionale dei microprocessori Intel per partecipare al progetto Teacher of the Future, insegnante del futuro. Nella sala conferenze di un grande albergo dove si erano svolti gli incontri e poi nei giorni finali trascorsi nelle aule del Massachusetts Institute of Technology, Giuliano era rimasto colpito non tanto dalla tecnologia, in molti casi ancora rudimentale rispetto a quella odierna (il laptop verde One Laptop per Child di Nicholas Negroponte era stato lanciato proprio da quelle parti qualche anno prima), ma dallo spirito collaborativo fra docenti e studenti che la tecnologia abilita. Giuliano si rese conto che bastava un computer collegato alla rete per far cadere il muro che spesso si alza fra la cattedra di chi insegna e i banchi di chi impara: un altro modo di insegnare e di imparare era possibile.

E così quando è tornato nel suo ufficio di dirigente scolastico, una palazzina grigia alla periferia di Brindisi, il giovane preside ci ha pensato un po’ su, poi ha convocato alcuni professori, i più influenti, e ha chiesto loro: «Sentite, e se dal prossimo anno scolastico i libri di testo li scrivessimo noi?». Ora non si può capire l’allegra follia di questa domanda senza conoscere prima Salvatore Giuliano. È nato a Latiano, un paesino del Brindisino da poco assurto al rango di città. Il nonno si chiamava Salvatore e non era naturalmente il famoso bandito siciliano ucciso dai carabinieri in uno scontro a fuoco nel 1950. Era un calzolaio. Il papà aveva fatto mille lavori per mantenere la famiglia ed era finito addirittura primario di radioterapia. La mamma ha sempre avuto la passione per il teatro e qui si spiega una certa teatralità del figlio, che infatti per un lungo periodo, a tempo perso, ha fatto l’attore battendo i teatrini pugliesi e ancora oggi si presenta dicendo di essere “uno scampato alla legge Basaglia”, quella che chiuse i manicomi.

È un folle dichiarato, insomma, ma come lo intendeva Steve Jobs: folle e affamato di innovazione. Un Commodore 64 ricevuto in dono quando era ragazzo gli accese la scintilla del programmatore. Poi una laurea in economia, i concorsi a cattedra e – nel 2007 – la nomina a preside. Il più giovane d’Italia. Nell’inverno del 2009 Giuliano aveva 40 anni, poteva accontentarsi e godersi la rapida carriera, e invece ponendo ai colleghi la domanda certamente provocatoria «se dal prossimo anno i libri li scrivessimo noi?» il giovane preside si stava giocando la reputazione e quindi anche il proprio futuro professionale.

(Il blog di Riccardo Luna)

Quella domanda sfida apertamente uno dei capisaldi della istituzione scolastica: il libro di testo. Quell’oggetto di carta firmato da un esperto riconosciuto della materia, vidimato da un vero editore, adottato dai docenti dopo una scelta accurata, comprato dalle famiglie degli studenti e poi studiato passo passo dai ragazzi per tutto l’anno scolastico. Il libro di testo è la scuola come la conosciamo. Ma il preside Giuliano evidentemente aveva in mente un’altra scuola: puntava in primo luogo a sollecitare i docenti ad assumere un ruolo più attivo nei riguardi dei testi scolastici, molto più attivo. Scrivendoli direttamente: non da soli, naturalmente, ma assieme ad altri colleghi, un pezzo ciascuno e poi il resto addirittura con gli studenti stessi durante l’anno scolastico, secondo un metodo collaborativo che si richiama moltissimo alla cultura della rete e al modo in cui ogni giorno viene alimentata la più grande enciclopedia del mondo, Wikipedia. Certo, Wikipedia non è sempre attendibile come l’Enciclopedia Britannica o la Treccani e questo non è un aspetto trascurabile per una istituzione scolastica: come dicono persino i cultori del web, come il direttore del Knight Center for Digital Media Entrepeneurship Dan Gillmor, «Wikipedia è probabilmente il posto migliore dove cominciare una ricerca e quello peggiore dove finirla». Ma era proprio questo focus sulla ricerca collettiva che piaceva a Salvatore Giuliano: l’istruzione non doveva più essere un dogma calato dall’alto ma un processo da compiere assieme.

Oltre a questo il preside di Brindisi puntava a trovare subito le risorse per disporre di una strumentazione adatta a una scuola che vuole stare al passo con la storia: voleva poter dare finalmente un computer ad ogni studente.

«Dai, facciamoli noi!», si rispose da solo quella mattina superando il comprensibile imbarazzo dei presenti e spiegò il suo piano per cambiare la scuola a costo zero. Questo: se i docenti scrivono assieme i libri di testo che poi vengono stampati e rilegati attrezzando una piccola copisteria accanto alla presidenza, alle famiglie i libri costano in tutto 35 euro l’anno invece di 350, e con i soldi risparmiati i genitori possono comprare un computer portatile per i figli. Avere un computer per ogni banco non è un vezzo o una moda tecnologica: è lo strumento per portare la scuola nel futuro consentendo una didattica più interattiva, partecipata, personalizzata. Parlando anche a scuola il linguaggio digitale dei ragazzi che oggi invece vivono ogni mattina la sensazione di un viaggio all’indietro nel tempo. La scuola in cui entrano quando suona la campanella è ancora in tutti i sensi “la scuola dei cancellini” dei loro genitori. Solo che nel frattempo è invecchiata: le rughe su un viso possono donare fascino, le crepe sui muri no. Sono un segno inequivocabile di abbandono, la prova provata di quanto poco sia considerata importante in questo paese l’istruzione.

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