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  • Venerdì 1 marzo 2013

42 morti negli scontri in Bangladesh

Le foto delle proteste di questi giorni contro la condanna a morte di un importante politico islamico, che ha riaperto molte vecchie e dolorose questioni

A bus set on fire by Islamist activists burns on a street as a Bangladeshi man rides his bicycle during a clash with Jamaat-e-Islami activists in Rajshahi north-west from Dhaka on February 28, 2013. At least 30 people were killed in Bangladesh in a wave of violence today as Islamists reacted furiously to a ruling that one of their leaders must hang for war crimes during the 1971 independence conflict. At least 22 of them were shot in clashes between police and protesters that erupted after Delwar Hossain Sayedee, the Jamaat-e-Islami party's vice president, was found guilty of war crimes, including murder, arson and rape. AFP PHOTO/Stringer (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)
A bus set on fire by Islamist activists burns on a street as a Bangladeshi man rides his bicycle during a clash with Jamaat-e-Islami activists in Rajshahi north-west from Dhaka on February 28, 2013. At least 30 people were killed in Bangladesh in a wave of violence today as Islamists reacted furiously to a ruling that one of their leaders must hang for war crimes during the 1971 independence conflict. At least 22 of them were shot in clashes between police and protesters that erupted after Delwar Hossain Sayedee, the Jamaat-e-Islami party's vice president, was found guilty of war crimes, including murder, arson and rape. AFP PHOTO/Stringer (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)

Almeno 42 persone sono morte nelle proteste scoppiate in Bangladesh contro la condanna a morte di Delwar Hossain Sayedee, 73 anni, vice-presidente del più grande partito islamico del Bangladesh, Jamaat-e-Islami, condannato da un tribunale speciale per crimini legati alla guerra di indipendenza dal Pakistan del 1971. Secondo la polizia locale tra le persone uccise ci sono anche sei agenti, mentre i feriti sarebbero più di 800. Anche nella giornata di oggi sono previste grandi manifestazioni: circa 10 mila guardie paramilitari sono state dispiegate per aumentare la sicurezza.

Subito dopo la sentenza di condanna a morte, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Dacca per festeggiare scontrandosi con i sostenitori di Jamaat-e-Islami, che in poco tempo hanno creato disordini in diverse città e villaggi, distruggendo e dando fuoco a numerosi templi e case della comunità indù. I disordini sono avvenuti in diverse zone del paese.

Da inizio febbraio un gruppo molto nutrito di attivisti e blogger, per la maggior parte giovani, ha organizzato una mobilitazione in rete e ha iniziato a protestare in modo pacifico per chiedere al governo la pena di morte per coloro che sono stati accusati di crimini di guerra. Il 18 febbraio il Parlamento ha approvato una modifica all’International Crimes Act 1973, che prevede la pena di morte per i criminali di guerra. Alcuni osservatori hanno paragonato le proteste in Bangladesh a quelle in Egitto di due anni fa, anche se le manifestazioni sono in realtà a favore della politica governativa (il partito islamico Jamaat-e-Islami è attualmente all’opposizione).

Delwar Hossain Sayedee è stato riconosciuto colpevole di diversi capi d’accusa, tra cui omicidio, stupro, collaborazione con l’esercito pakistano, tortura, incendi dolosi e  persecuzione religiosa: secondo il tribunale speciale che lo ha condannato. Hossain avrebbe approfittato nel 1971 della guerra con l’ esercito pakistano (che portò dopo 9 mesi di violentissimi scontri all’indipendenza del Pakistan orientale, l’attuale Bangladesh) per reprimere e saccheggiare la comunità indù, costringendola tra le altre cose a convertirsi all’Islam.

A febbraio il tribunale speciale aveva condannato a morte un ex membro della Jamaat-e-Islami per il suo ruolo nella guerra del 1971. Il 5 febbraio Abdul Quader Molla, un leader di Jamaat-e-Islami, aveva invece ricevuto una condanna all’ergastolo. Secondo l’avvocato difensore di Delwar Hossain Sayedee, che presenterà un ricorso alla Corte suprema, la sentenza è frutto di una scelta politica (tutti coloro che sono stati accusati di crimini di guerra dal tribunale speciale sono uomini politici dell’opposizione) e i giudici sono intimiditi dalle proteste di massa. Intanto Jamaat-e-Islami ha indetto uno sciopero generale di tre giorni a partire da sabato 2 marzo.