La legge elettorale americana che avrebbe fatto vincere Romney

In alcuni stati americani i repubblicani vogliono modificare la ripartizione dei grandi elettori in un modo che avrebbe ribaltato il risultato alle ultime presidenziali

Alle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Barack Obama ha ottenuto cinque milioni di voti in più del suo avversario, Mitt Romney, quasi il 4 per cento del totale, vincendo in sette degli otto stati più grandi. Eppure Mitt Romney è stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti. Inizia così un articolo di Albert R. Hunt per Bloomberg News, poi ripreso dal New York Times e dalla sua edizione internazionale, l’International Herald Tribune. L’articolo fa riferimento a quello che succederebbe se i repubblicani portassero a termine quello che stanno già facendo o tentando di fare in molti stati: cambiare le regole per l’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Innanzitutto bisogna sapere che gli Stati Uniti non eleggono direttamente il presidente. Attraverso un sistema chiamato electoral college (collegio elettorale), infatti, ogni stato elegge con sistema maggioritario – chi ha un voto in più li prende tutti – un gruppo di cosiddetti “grandi elettori”, distribuiti in modo proporzionale alla sua popolazione (e per questo periodicamente aggiustato). In ogni stato, insomma, chi vince si prende tot grandi elettori e chi perde zero: con quel tot variabile di stato in stato. Ci sono due eccezioni, Maine e Nebraska, dove il maggioritario è applicato su grandi circoscrizioni interne: e tenetelo a mente, perché è importante. I grandi elettori sono in tutto 538 – il collegio elettorale suddetto – distribuiti sui 50 stati: questo vuol dire che ne servono almeno 270 per arrivare alla Casa Bianca.

Nelle ultime settimane i repubblicani hanno avanzato diverse proposte di modifica di queste regole. Lo hanno fatto principalmente negli stati in cui hanno la maggioranza nel congresso locale, e in cui Obama ha vinto alle ultime elezioni presidenziali: per esempio in Michigan, in Virginia, in Pennsylvania, in Ohio, in Wisconsin. Le proposte sono leggermente diverse tra loro ma sono tutte volte a cambiare il modo in cui vengono assegnati i grandi elettori: invece che darli tutti al candidato più votato nello stato, a suddividerli per i collegi in cui vengono eletti i membri del Congresso. Come avviene già oggi in Maine e in Nebraska. Sulla carta ne verrebbe fuori un risultato meno maggioritario e più proporzionale ma c’è un’altra cosa da sapere, per capire il possibile impatto di queste misure. Quella cosa si chiama gerrymandering.

Negli Stati Uniti si definisce gerrymandering la pratica di ridisegnare i confini dei collegi elettorali maggioritari in modo da favorire i candidati di un partito. I repubblicani, che alle elezioni del 2010 hanno ottenuto un rilevante successo elettorale, ne hanno approfittato nei due anni successivi ridisegnando parecchi collegi: il risultato è che alle elezioni per la Camera del 2012 i democratici hanno ottenuto una stretta maggioranza nel voto popolare – il 50,4 per cento, circa un milione di voti – ma i repubblicani hanno comunque ottenuto una maggioranza di 33 seggi. Per capire come funziona il gerrymandering, basta pensare a una regione composta da una città circondata dalla campagna. Nella città, dove abita circa metà della popolazione totale, si vota a sinistra, nella campagna, dove abita l’altra metà, si vota destra. Se chi ha il potere di ridisegnare i collegi elettorali della regione volesse far vincere la destra, potrebbe disegnare i vari collegi in modo che ogni collegio cittadino comprendesse una fetta di campagna tanto grande da far sì che i cittadini di sinistra siano inferiori in numero agli abitanti rurali di destra. Con questo sistema, nonostante la parità numerica tra gli elettori dei due partiti, dalla regione uscirebbe sempre una maggioranza di candidati di destra.

Nel corso degli anni anche i democratici hanno usato il gerrymandering per avvantaggiarsi elettoralmente, anche se mai tentando di cambiare il metodo per l’elezione del presidente degli Stati Uniti (parlandone sì, specialmente dopo la contestata elezione di George W. Bush nel 2000). La pratica è legale perché la Costituzione permette alle assemblee parlamentari dei singoli stati di decidere come attribuire i grandi elettori ma una legge contro la discriminazione razziale, il Voting Rights Act del 1965, vieta cambiamenti dei confini volti a diluire il voto delle minoranze. E questa è un’altra delle questioni in ballo, scrive Josh Marshall di Talking Points Memo, visto che la maggior parte degli afroamericani vive nelle città mentre le province sono abitante soprattutto da bianchi: se approvate, leggi come quelle proposte dai repubblicani sarebbero probabilmente contestate in tribunale.

Alle elezioni del 2012 Obama ha vinto in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Virginia, Florida e Ohio, ottenendo così 106 grandi elettori. Se quei grandi elettori però fossero stati spartiti per i collegi della Camera, ridisegnati dai repubblicani, Romney ne avrebbe vinto due terzi e oggi sarebbe presidente, a fronte di un risultato opposto nel voto popolare. Nel dettaglio: in Pennsylvania Obama vinse di 5 punti percentuali, in Michigan di 9 punti percentuali, eppure col sistema proposto vincerebbe 13 dei 18 grandi elettori della Pennsylvania e 10 dei 14 del Michigan. Seppure l’attuale sistema elettorale sia stato spesso discusso e criticato, come scrive il Wall Street Journal, è evidente che il tentativo di cambiare queste regole è ispirato alla volontà di favorire il partito repubblicano: “gli stati che stanno considerando queste proposte sono stati tutti vinti da Obama nelle ultime due elezioni presidenziali, e tutti hanno le camere locali in mano ai repubblicani”.

Per il momento lo stato in cui questa proposta si trova nella fase più avanzata è la Virginia, dove il piano è stato approvato da una commissione del Senato locale, ma in tutti gli stati citati sopra simili proposte sono state presentate e hanno ottenuto il sostegno – verbale, per il momento – degli esponenti repubblicani.

foto: uno screenshot dal sito preparato dai repubblicani in caso di vittoria di Mitt Romney,
messo online per errore per pochi minuti dopo il voto di novembre 2012.