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  • lunedì 7 Gennaio 2013

Che cosa può succedere all’ILVA

Ancora conflitti tra il diritto alla salute e il diritto d'impresa, tra codice penale e legge dello Stato, in attesa della decisione sul dissequestro dei prodotti finiti

di Fulvio Colucci

Aggiornamento, 8 gennaio, ore 18. Rientra solo parzialmente l’allarme stipendi all’Ilva mentre si inasprisce lo scontro giudiziario. Il presidente Bruno Ferrante ha dichiarato che l’azienda pagherà le retribuzioni venerdì prossimo. La notizia è stata confermata ai sindacati, durante un incontro, dal capo del personale Enrico Martino. Ma il conflitto con la magistratura proseguirà. La procura della Repubblica di Taranto ha sollevato oggi l’eccezione di costituzionalità della legge “salva-Ilva” durante l’udienza del tribunale dell’Appello in cui si discuteva la richiesta aziendale di dissequestro dei prodotti finiti prodotti dal siderurgico, la cui vendita è stata bloccata dalla magistratura in conseguenza dell’inchiesta su disastro ambientale che vede coinvolti i vertici del Gruppo Riva. Il tribunale si pronuncerà dopodomani. Se verrà accolta la richiesta della procura scatterà la sospensione del giudizio, in attesa che si pronunci la Consulta, dove già pende un’altra richiesta dei giudici sul conflitto di attribuzione col governo dopo l’approvazione della legge. Questo comporterà un lungo stop e la prosecuzione del blocco della vendita dei prodotti finiti. Il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, ravvede nell’evolversi della vicenda giudiziaria, “un accanimento della procura nei confronti dell’Ilva” e fa rullare i tamburi di guerra: “Abbiamo già iniziato ad applicare l’Autorizzazione integrata ambientale fermando gli impianti, lo sblocco della merce è imprescindibile per continuare la vita aziendale. L’azienda ha fatto uno straordinario sforzo finanziario per pagare gli stipendi di gennaio, mi auguro che la situazione possa evolversi positivamente per fare altrettanto il prossimo mese”.

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Malgrado il decreto “salva-ILVA” sia diventato legge, rimane l’incertezza sotto il cielo fumoso dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il 2013 inizia lì dov’è finito il drammatico anno appena archiviato: dal conflitto, sempre in piedi, tra diritto alla salute e diritto d’impresa, tra codice penale e legge dello Stato, tra magistratura da un lato e governo e Gruppo Riva dall’altro. Ora si attende il Tribunale dell’appello e la sua decisione sul dissequestro dei prodotti finiti. Lamiere e coils sfornati dalla fabbrica sono stati bloccati dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco il 26 novembre scorso, su richiesta della procura della Repubblica. Si attende, dallo stesso gip, una nuova pronuncia in merito, dopo la richiesta di sblocco del materiale da parte dei dirigenti già bocciata una prima volta, qualche giorno fa, dalla procura.

I dirigenti dell’ILVA hanno già detto che negare la possibilità di vendere i prodotti sequestrati, del valore di oltre un miliardo di euro, significherà mettere in crisi di liquidità l’azienda. Le conseguenze potrebbero ricadere sugli stipendi dei lavoratori, che dovranno essere pagati venerdì prossimo. I sindacati sono in stato d’allerta, perché si teme che gli operai possano tornare a protestare nel caso di ritardo o mancato accredito. Tornerebbe fortissima la tensione tra città e lavoratori, con il rischio di scontri basati sul “ricatto occupazionale”, in chiave salariale.

(Tra Piombino e Taranto, di Adriano Sofri)

Nel frattempo, davanti alla Corte Costituzionale, dopo il ricorso della procura della repubblica di Taranto contro la legge “salva-ILVA” per conflitto di attribuzione fra poteri, potrebbe approdare anche l’eccezione di incostituzionalità della legge, che la stessa procura potrebbe chiedere al Tribunale dell’appello, durante la discussione sul sequestro dei prodotti. Il perno dell’azione della magistratura ruota intorno alla considerazione formulata dai magistrati guidati dal procuratore capo Franco Sebastio: la legge “salva-ILVA” lede il principio costituzionale secondo il quale l’azione penale è obbligatoria.

La magistratura chiede alla Corte Costituzionale di risolvere il conflitto creato dalla legge: a chi spetta reprimere i reati di inquinamento? Per i prossimi 36 mesi, periodo imposto dalla legge “salva-ILVA”, al fine di completare le opere di eco-compatibiltà in fabbrica, l’esercizio dell’azione penale viene di fatto sospeso ed è il governo a occuparsi di una materia che i giudici ritengono sottratta alla loro competenza. Fino alla pronuncia della Corte, però, i granelli di sabbia, scorreranno lentissimi nella clessidra del nuovo anno, nell’imbuto del futuro. Chiusi dentro la strettoia una città di 190mila abitanti, Taranto, e 11mila operai che con l’indotto arrivano a 15mila.

(I dati sull’ILVA e i tumori a Taranto)

La legge “salva-ILVA” prevede il dissequestro degli impianti anche se l’”area a caldo” ha continuato a produrre, anche se sotto sequestro, dal 26 luglio; lo sblocco della vendita dei prodotti ancora “sigillati” dai giudici tarantini; l’applicazione dell’Aia, Autorizzazione Integrata Ambientale. Il Gruppo Riva dovrà impegnarsi a risanare, altrimenti rischia l’esproprio dell’azienda siderurgica, attraverso una procedura complessa che prevede un passaggio intermedio di penali da pagare.

Non si sa ancora niente sul nome del garante previsto dalla legge “salva-ILVA”. Il testo normativo prevede l’individuazione della figura istituzionale entro dieci giorni dall’entrata in vigore. Ne sono trascorsi già tre senza esito e non sembrano esserci segnali di una nomina a stretto giro. Il garante dovrà vigilare sulla piena applicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale.

Questo ritardo, unito alla necessità di effettuare già le prime verifiche sull’applicazione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale – all’ILVA sono fermi da dicembre l’altoforno numero 1 e due batterie della cokeria – alimenta i timori di un ritardo nelle attività di risanamento. Non secondario il fatto che resta nebuloso, anche perché non previsto dalla legge, l’investimento economico complessivo del Gruppo Riva, per adempiere alle prescrizioni dell’AIA: una stima approssimativa ha fissato in tre miliardi e mezzo di euro il costo di tutti gli interventi.

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