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  • lunedì 24 Dicembre 2012

Le manifestazioni a Delhi contro la violenza sulle donne

Migliaia di persone nel fine settimana hanno chiesto al governo indiano pene più severe dopo lo stupro di gruppo di una ragazza

Durante il fine settimana migliaia di persone hanno manifestato a New Delhi, India, per chiedere al governo pene più severe per chi commette violenza sessuale e crimini contro le donne. Le proteste sono state organizzate in seguito allo stupro di gruppo di una ragazza di 23 anni avvenuto domenica 16 dicembre su un autobus della città.

In breve tempo le manifestazioni degli ultimi giorni sono degenerate in scontri tra manifestanti e poliziotti, che hanno cercato di impedire al corteo di avvicinarsi alla sede del Parlamento usando bastoni, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua: domenica più di cento persone – tra cui 60 agenti – sono rimaste ferite negli scontri. Lunedì il primo ministro indiano Manmonah Singh ha tenuto un discorso in tv in cui ha invitato le persone a mantenere la calma e ha promesso che il governo attuerà nuove misure per rafforzare la sicurezza delle donne nel paese.

L’incidente è avvenuto verso le 21 di domenica 16 dicembre. La ragazza – una studentessa di infermieristica – tornava dal cinema in un centro commerciale a sud di Delhi insieme con un amico. Sono saliti su un autobus in cui erano presenti soltanto sei uomini, compreso l’autista, che li hanno subito aggrediti. Dopo avere picchiato il ragazzo che aveva tentato di difendere l’amica, i sei uomini hanno violentato la ragazza per quasi un’ora, mentre l’autobus continuava a girare nelle strade della città sorpassando anche aree presidiate dalla polizia. Alla fine i due ragazzi sono stati picchiati con sbarre metalliche, spogliati e gettati fuori dal veicolo lungo un’autostrada di Delhi.

La ragazza – il cui nome non è stato reso noto – è stata trasportata in ospedale in condizioni critiche ed è stata attaccata a un respiratore. Lo stupro è stato così violento che parte del suo intestino è stato rimosso. Ieri è stata sottoposta a un’operazione per arrestare un’infezione e da allora le sue condizioni sono stabili. Nel frattempo i sei uomini sono stati arrestati e accusati di svariati crimini, tra cui stupro e rapimento.

(Le foto delle proteste di sabato a Delhi)

Il caso ha provocato indignazione e scandalo nella società e nella classe politica indiana. Molti parlamentari hanno chiesto l’inasprimento delle pene per gli stupratori, in alcuni casi si è parlato anche di applicare la pena di morte. Il governo ha promesso di introdurre misure per combattere i crimini contro le donne, tra cui pattugliamenti notturni nelle strade, controlli sugli autisti dei mezzi pubblici e il ritiro della licenza per gli autobus che non rispettano le leggi, o che sono dotati di tende e vetri oscurati. La scorsa settimana il ministro degli Affari interni Sushil Kumar Shinde ha annunciato in parlamento l’inasprimento delle pene per i crimini contro le donne, che devono ancora essere discusse in aula.

Gruppi di attivisti per i diritti delle donne chiedono l’apertura di un tribunale speciale che risolva gli oltre 900 casi di stupro denunciati a Delhi e rimasti irrisolti. La vicenda ha anche aperto – soprattutto tra le nuove generazioni – un dibattito sulla cultura maschilista indiana: il problema non è solo il numero di stupri in crescita – molti dei quali non vengono denunciati per le pressioni delle famiglie – ma le continue molestie che le donne devono sopportare e che sono spesso considerati leciti o parte della loro responsabilità. Negli ultimi giorni è girato molto su internet il discorso di Kavita Krishnan, presidente di un’associaizone per i diritti delle donne, che ha contestato il concetto tradizionale di “sicurezza delle donne», di cui si è parlato molto ultimamente.

«Noi donne sappiamo tutte cosa vuole dire «sicurezza», l’abbiamo sentito dire dai nostri genitori, dalle nostre comunità, dai nostri principali e dai nostri guardiani. Le donne sanno cosa vuole dire «sicurezza». Vuole dire, comportati bene. Torna presto a casa. Non vestirti in modo appariscente. Non vivere in modo libero, ecco questo significa essere al sicuro. Un intero insieme di leggi e istituzioni patriarcali ci dice cosa fare per restare al sicuro. Ma noi rifiutiamo questo concetto, non vogliamo che sia così».