I giornali contro Google News

Sempre più gruppi editoriali chiedono ai governi dei propri paesi di tassare le notizie indicizzate dal motore di ricerca

di francesco marinelli

Oltre al calo delle vendite e alla concorrenza sempre più forte dei giornali online, i giornali di carta devono anche far fronte ai problemi, e probabilmente anche ai danni economici, causati dal ruolo che ricopre Google News, racconta l’Economist. Nell’ultimo periodo molti editori in diverse parti del mondo hanno iniziato a fare pressioni sul mondo della politica perché vengano fatte leggi che obblighino Google a pagare una quota per le notizie che pubblica.

Google News è il servizio online offerto da Google come aggregatore che indicizza le notizie principali dalle fonti giornalistiche disponibili in rete. Il servizio è stato lanciato nel 2002 ed è presente in oltre quaranta paesi, in diciannove lingue diverse.

Nel 2009 Rupert Murdoch aveva definito Google e gli altri motori di ricerca che offrono un servizio simile «cleptomani di contenuti». In Germania, il governo tedesco ha deciso nel mese di agosto di presentare un nuovo disegno di legge, per estendere la protezione del copyright sul web alle anteprime degli articoli mostrate dai motori di ricerca nelle loro pagine dei risultati. Anche in questo caso Google rappresenta il bersaglio principale: alcuni dirigenti delle testate giornalistiche tedesche si sono lamentati del fatto che Google si avvantaggi mostrando il loro materiale nei risultati delle ricerche sul suo aggregatore, chiedendo quindi il pagamento di una licenza.

Anche in Italia la FIEG, la Federazione Italiana Editori Giornali, ha detto di essere favorevole a una tassa nei confronti di Google per tutelare il diritto d’autore. La FIEG ha anche raggiunto un accordo con i rappresentanti degli editori francesi (IPG) e quelli tedeschi (BDZV e VDZ). Le associazioni hanno pubblicato una nota congiunta per chiedere «una disciplina che definisca un sistema di diritti di proprietà intellettuale idoneo a incoraggiare su Internet forme di cooperazione virtuosa tra i titolari di diritti sui contenuti editoriali e gli operatori dell’industria digitale (in primo luogo, i motori di ricerca)».

Il 29 ottobre scorso, il presidente francese François Hollande e il presidente esecutivo di Google Eric Schmidt si sono incontrati all’Eliseo proprio per discutere una proposta di legge che costringerebbe Google a pagare una tassa per i contenuti delle testate francesi condivisi sulle sue pagine di ricerca. La posizione di Hollande è stata fortemente sollecitata dagli editori francesi, preoccupati del forte calo dei guadagni pubblicitari.

Secondo i critici di Google News, il fatto che nei risultati delle ricerche di una notizia su Google si legga il titolo dell’articolo e le prime frasi del pezzo dissuade il lettore a proseguire la lettura sul sito web del giornale. Bisogna dire però che alcuni benefici viaggiano anche in senso opposto, cioè per le testate: Google sostiene che ogni mese ci sono 4 miliardi di click che dal motore di ricerca rimandano alle pagine web dei giornali e che quasi tre quarti degli utenti di Google News, una volta letto il titolo dell’articolo, finiscono di leggerlo sui siti web dei giornali. Inoltre, i vertici di Google hanno detto che se fossero messe delle tasse per pagare gli articoli verrebbe minacciata la «stessa esistenza» del motore di ricerca.

L’Economist dice che probabilmente Google deciderà caso per caso, nazione per nazione, arrivando fino a rimuovere le pagine dei suoi risultati di ricerca. Un po’ come è successo in Brasile dopo che l’associazione nazionale dei periodici brasiliani (Associação Nacional de Jornais, ANJ) ha chiesto che tutti i suoi 154 giornali associati vietassero a Google di indicizzare il loro materiale nel servizio di Google News. Ora, infatti, è possibile cercare i giornali online e le loro notizie su Google, ma ricercando quei contenuti su Google News non si ottiene alcun risultato. Questa però si potrebbe rivelare anche un’arma a doppio taglio per le testate, che potrebbero veder diminuire il traffico di utenti e quindi l’ammontare dei loro ricavi dalla pubblicità online. Nel caso dei giornali brasiliani, da quando è stato applicato il divieto, il traffico di visite è sceso del 5 per cento.

Lo stesso Murdoch, che nel 2010 aveva deciso di togliere i giornali del suo gruppo dalle ricerche di Google, ha voluto che riapparissero, a partire da settembre, i titoli e gli incipit degli articoli.

A livello generale, tutti gli editori sono convinti che le leggi vigenti sul diritto d’autore siano dalla loro parte in questa battaglia con i motori di ricerca. Anche se ci sono delle differenze: in questo senso, per esempio, l’interpretazione della legge sul diritto d’autore negli Stati Uniti è meno restrittiva rispetto a quella dei paesi europei. In Belgio intanto un gruppo di editori ha fatto causa a Google per violazione del copyright e ha vinto. Google ha presentato richiesta d’appello, ma è probabile che dovrà pagare i danni.

Questa battaglia comunque non nasconde quello che forse è il problema principale, ovvero il declino dei media tradizionali, sostiene l’Economist. In Francia, scrive, nessun quotidiano è oggi in grado di generare profitti, nonostante sovvenzioni statali, dirette e indirette, pari a 1,2 miliardi di euro. E non può essere fatta una colpa a Google se c’è una forte crisi nel settore, se i lettori calano e la pubblicità si rivolge altrove.

In questo contesto, la pubblicità online non riesce a compensare la perdita di quella sulla carta. Nel 2011, a livello mondiale, la pubblicità sui quotidiani ha portato 76 miliardi di euro, in calo del 41 per cento rispetto al 2007, secondo la World Association of Newspapers. E dalle piattaforme digitali sono provenuti per le testate soltanto il 2,2 per cento dei ricavi pubblicitari.

Foto: KIMIHIRO HOSHINO/AFP/Getty Images

 

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