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  • martedì 23 Ottobre 2012

“Questioni difficili”

Stefano Rodotà su Repubblica affronta i diversi "punti critici" della condanna per le informazioni diffuse prima del terremoto dell'Aquila dalla Commissione Grandi Rischi

I sette componenti della Commissione Grandi Rischi in carica nel 2009 sono stati condannati in primo grado ieri a sei anni, perché giudicati colpevoli di lesioni colpose e omicidio colposo plurimo attraverso la diffusione di informazioni carenti o contraddittorie sul rischio sismico nella zona, pochi giorni prima del terremoto di magnitudo 6.3 che si verificò alle 3:32 di notte del 6 aprile 2009. La condanna è stata molto discussa, con semplificazioni da entrambe le parti, e finché non saranno depositate le motivazioni della sentenza sarà difficile farsene un’idea completa. Oggi Stefano Rodotà su Repubblica mette insieme un po’ di impressioni e valutazioni, tracciando in qualche modo i confini della discussione.

È buona norma, di fronte a sentenze di particolare rilevanza, ricordare che un giudizio adeguato esige la lettura delle motivazioni. Tacere, quindi, fino a quando queste saranno conosciute? Ma la pesante condanna dei componenti della Commissione Grandi Rischi solleva troppi interrogativi. Diventa quindi legittimo cercare di individuare almeno i punti critici intorno ai quali già si è avviata una discussione che richiama i dubbi e le emozioni che accompagnarono subito il terribile terremoto che colpì quella città.

La condanna è stata pronunciata per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali, con riferimento al fatto che la Commissione avrebbe dato informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità della situazione dopo le scosse che si erano registrate nei mesi precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Il punto chiave, allora, diventa quello delle modalità delle informazioni fornite e del modo in cui queste erano state elaborate. Un processo alla scienza, la porta aperta a qualsiasi ciarlatano che lancia allarmi senza un adeguato fondamento? La risposta è affidata alle motivazioni della sentenza, anche se gli elementi disponibili, messi in evidenza dalla requisitoria del pubblico ministero, orienterebbero le valutazioni piuttosto verso la frettolosità del lavoro della Commissione, le modalità del comunicato diramato alla fine della veloce riunione, la dichiarata volontà dell’allora responsabile della Protezione civile di utilizzare la Commissione per rassicurare la popolazione di fronte a un allarme ritenuto ingiustificato.

Così delimitata la materia del giudizio, non sarebbe la scienza ad essere sotto accusa, ma i comportamenti specifici delle persone riunite d’urgenza in quella mattinata, di chi ha scritto il comunicato, di chi guidava la Protezione civile. Questa precisazione, tuttavia, non sarebbe sufficiente se si concludesse in modo sbrigativo che il rischio terremoto sfugge alla possibilità scientifica della previsione, sì che ricercare responsabilità individuali sarebbe una forzatura.

(continua a leggere sulla rassegna stampa della Camera)

L’aria che tirava all’Aquila, di Luca Sofri
Grandi rischi e sentenze, di Emanuele Menietti

foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images