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  • venerdì 12 ottobre 2012

Gli attentati di Bali, dieci anni fa

Morirono in 202, furono i più gravi della storia dell'Indonesia: le foto e la storia

Poco dopo le undici di sera del 12 ottobre 2002, una bomba esplose all’interno del locale notturno Paddy’s Pub, nella località turistica indonesiana di Kuta Beach, sull’isola di Bali (una delle oltre diciassettemila isole che compongono l’arcipelago indonesiano). La bomba era contenuta in uno zaino, portato all’interno del locale da un attentatore suicida.

Venti secondi dopo la prima esplosione, un’autobomba ricavata da un furgone Mitsubishi L300 bianco esplose, azionato da un altro attentatore suicida, davanti al Sari Club, un locale esattamente dall’altra parte della strada rispetto al Paddy’s. L’esplosione provocò un cratere di un metro nella strada. Nel frattempo, un’altra esplosione, ma più piccola delle prime due, avvenne fuori dal consolato degli Stati Uniti a Denpasar, il centro urbano principale di Bali.

Mentre quest’ultima bomba non causò quasi danni, le due esplosioni ai locali notturni furono devastanti. Il bilancio finale fu di 202 morti, per la maggior parte turisti australiani, americani ed europei che non avevano più di trent’anni. Morirono 38 indonesiani. Centinaia di persone vennero gravemente ferite e ustionate nell’esplosione, causando rapidamente il collasso delle inadeguate strutture ospedaliere della zona e il trasferimento d’urgenza di molti feriti a centinaia di chilometri di distanza, in Australia.

La strage, la più grave nella storia dell’Indonesia, venne condannata due giorni dopo da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I responsabili vennero presto identificati con membri di organizzazioni terroristiche islamiche e in particolare di Jemaah Islamiyah, considerata la branca di al Qaida nell’Asia sudorientale. Una settimana dopo le esplosioni, Al Jazeera mandò in onda l’audio di un uomo che si dichiarava essere Osama bin Laden e che parlava degli attentati di Bali come di una vendetta per la “guerra al terrore” degli Stati Uniti e per il ruolo dell’Australia nella travagliata indipendenza di Timor Est, occupata dal 1975 al 1999 dall’Indonesia – con il tacito appoggio degli Stati Uniti – e oggi indipendente.

Bali è una località turistica molto conosciuta e amata soprattutto dagli australiani. I circa tre milioni di abitanti dell’isola sono per la maggior parte di religione indù e la zona è celebre per il surf. Kuta, dove avvennero le esplosioni, era il centro del turismo nell’isola, con centinaia di hotel economici e locali.

Nelle settimane e nei mesi successivi, decine di persone ritenute responsabili per gli attentati vennero arrestate dalle autorità indonesiane. Tre di loro, processate e condannate a morte, sono state fucilate il 9 novembre 2008, mentre l’ultimo dei presunti principali responsabili degli attentati, Umar Patek, è stato arrestato a gennaio 2011 ad Abbottabad, la stessa città pakistana dove si nascondeva da tempo Osama bin Laden e dove è stato ucciso nel maggio 2011. Patek era scappato dall’Indonesia poco dopo gli attentati e si era rifugiato prima nelle Filippine e poi in Pakistan, mentre sulla sua cattura c’era una taglia di un milione di dollari. Il suo processo è iniziato a febbraio del 2012.

Con circa 240 milioni di abitanti, l’Indonesia è il paese a maggioranza musulmana più popoloso del mondo. Gran parte della popolazione (l’86 per cento degli indonesiani si dichiara musulmano) pratica una forma moderata della religione musulmana ed è sunnita. Tuttavia, anche se difficilmente arriva sulle prime pagine dei quotidiani occidentali, il terrorismo e l’estremismo religioso è molto attivo nel paese e ha intensificato le sue azioni a partire dal 2000. Per dare un’idea del fenomeno, nei dieci anni che sono passati dalla prima strage di Bali, in Indonesia sono state arrestate oltre 700 persone, mentre altre 60 sono morte in scontri con le forze di sicurezza.

L’attentato di Bali, infatti, fu solo il primo di una serie di gravi atti terroristici nel paese tra il 2002 e il 2005: a dicembre del 2002 una bomba in un McDonald’s e in una concessionaria nella città di Makassar, nell’Indonesia orientale, uccise tre persone e ne ferì una decina. Pochi mesi dopo, il 27 aprile 2003, ci fu un’esplosione vicino a un Kentucky Fried Chicken nell’aeroporto internazionale di Jakarta. Nel luglio di quell’anno le autorità indonesiane arrestarono alcuni sospetti per l’attentato di Bali, tutte persone appartenenti a un’organizzazione di fondamentalisti islamici, e pochi giorni dopo, il 14 luglio 2003, esplose una bomba vicino alla sede del parlamento indonesiano. Nell’ottobre 2005 ci fu un secondo grave attentato a Bali: quattro esplosioni in alcuni popolari locali turistici uccisero venti persone, tra cui diversi stranieri, e ne ferirono un centinaio.

Con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Australia, le autorità indonesiane crearono nuove squadre antiterrorismo poco dopo gli attentati dell’ottobre 2002 – il Distaccamento 88 – le cui azioni hanno contribuito a stroncare l’organizzazione fondamentalista responsabile della strage di Bali, Jemaah Islamiyah, diffusa in tutta l’Asia sudorientale e collegata ad al Qaida.

L’obbiettivo delle formazioni terroristiche indonesiane è instaurare uno stato islamico in tutto il paese: questo si è visto anche dal progressivo spostamento degli obiettivi degli attentati, che dai simboli degli Stati Uniti e della cultura occidentale sono passati ad essere palazzi governativi e sedi istituzionali. Un’altra ondata di arresti è stata causata dalla scoperta, nel 2010, di campi di addestramento paramilitare nella turbolenta provincia di Aceh, nel nordest del paese, dove il fondamentalismo religioso è particolarmente diffuso e dove l’autonomia dal governo centrale ha permesso l’entrata in vigore di molte leggi ispirate alla sharia, la legge islamica. Dopo la scoperta dei campi di addestramento altre 200 persone sospettate di terrorismo sono state arrestate in tutto il paese, ma questo non è bastato per fermare del tutto gli attentati.

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