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  • Martedì 11 settembre 2012

Liberalizzare il doping

Lo propone Mauro Covacich sulla Lettura, per accantonare ipocrisie e riportare trasparenza nello sport, dopo un'estate difficile

Italy's Alex Schwazer, gold medal of the men's 50 km walk at the 2008 Beijing Olympic Games, reacts as he answers journalist's questions on August 8, 2012 in Bolzano during his press conference after he failed a doping test for using the blood-boosting agent erythropoietin EPO and being banned from Italy's London Olympics 2012 delegation. AFP PHOTO / Pierre TEYSSOT (Photo credit should read Pierre Teyssot/AFP/GettyImages)
Italy's Alex Schwazer, gold medal of the men's 50 km walk at the 2008 Beijing Olympic Games, reacts as he answers journalist's questions on August 8, 2012 in Bolzano during his press conference after he failed a doping test for using the blood-boosting agent erythropoietin EPO and being banned from Italy's London Olympics 2012 delegation. AFP PHOTO / Pierre TEYSSOT (Photo credit should read Pierre Teyssot/AFP/GettyImages)

Sull’ultimo numero della Lettura del Corriere della Sera, lo scrittore Mauro Covacich si occupa del doping e ipotizza che per risolvere il problema e rendere lo sport più trasparente sia il caso di “liberalizzarlo”. Del doping si è tornato a parlare molto questa estate nel nostro paese anche in seguito a casi che hanno avuto una certa risonanza, come quello dell’atleta olimpico Alex Schwazer.

Riprendo il discorso avviato da Sandro Modeo sulla scorsa «Lettura» intorno alle pratiche dopanti nello sport, perché è una questione chemi sta a cuore sia come spettatore sia come ex atleta — lo dico subito perché si capisca da quale punto di vista sostengo da anni la liberalizzazione del doping.

Innanzitutto bisogna allargare il campo, l’inquadratura stretta sull’atleta non serve a nulla. Lo sport, inteso come libera espressione di un gesto che coniuga alla perfezione le facoltà mentali e fisiche dell’essere umano, non esiste più. Esiste lo sport professionistico, il mestiere sport. Anche i bambini, ormai sempre più smaliziati (non a caso sono nostri figli), lo affrontano così: sono attratti da quegli sport dove più forti sono le promesse di affermazione sociale ed economica. In Europa, il calcio. In Africa, la corsa lunga. Nei Caraibi, la velocità. Il ragionamento è lo stesso, basta osservare i vivai. A livello agonistico, fin dall’inizio l’impostazione è professionale: entro in vasca due volte al giorno (una prima di andare a scuola), sei giorni su sette, nuoto novanta chilometri alla settimana, perché voglio accedere al mondo dei privilegi, essere contesa dagli sponsor e invitata alle sfilate, stare sulle copertine, vivere da vip (altrimenti chi me lo fa fare?).

In secondo luogo, il sistema dello sport professionistico dipende totalmente dalla tv. Esiste solo se è spettacolare, solo se produce alte prestazioni. Le alte prestazioni producono alti indici di ascolto, gli alti indici di ascolto producono ottimi spazi pubblicitari e sponsor motivati, gli sponsor motivati producono contratti per squadre e campioni. Già, ma come possono gli atleti regalarci sempre e solo alte prestazioni? A questo preferiamo non pensare. Noi sappiamo solo che vogliamo guardare un Tour de France dove il gruppo procede per venti tappe di fila (sei delle quali in montagna) a cinquanta chilometri all’ora, altrimenti cambiamo canale.

(continua a leggere sul sito della Lettura)

(foto: Alex Schwazer alla conferenza stampa dell’8 agosto sulla sua esclusione dalle Olimpiadi, Pierre Teyssot/AFP/GettyImages)

La conferenza stampa di Schwazer