• Cultura
  • mercoledì 29 Agosto 2012

Sorelle d’Italia

Le attrici più leggendarie degli anni epici del cinema italiano, raccontate e mostrate sul nuovo Europeo

di Claudio Carabba

Il numero di questo mese dell’Europeo è dedicato, all’avvio della Biennale dei Cinema di Venezia, alle dive più famose degli anni più ruggenti del cinema italiano, raccontate con una serie di articoli di Oriana Fallaci e Lietta Tornabuoni e molte belle fotografie. L’elenco è presentato da un’introduzione di Claudio Carabba.

La ragazza cantava con voce soave: «Guardando le rose / sfiorite stamani / io penso: / domani / saranno appassite. / E tutte le cose / son come le rose / che vivono un giorno/ un’ora e non più». E vai col refrain: «Ma l’amore no / l’amore mio non può / disperdersi nel vento / con le rose. / Tanto è forte / che non cederà / non sfiorirà. / Io lo veglierò / io lo difenderò / da tutte quelle insidie velenose / che vorrebbero strapparlo al cuor, / povero amor».

Scritta da un venerabile maestro del melodico come Giovanni D’Anzi, la canzone era uno dei pezzi forti del film Stasera niente di nuovo (1942), commedia aspretta diretta dal re del comico Mario Mattoli (nella sua lunga carriera ha fatto di meglio, specialmente con Macario e con Totò). Ma la canzone, intitolata appunto Ma l’amore no, è diventata una sorta di grido rampante (ne ha presentato una moderna variazione buffa Arisa a Sanremo 2010). Anche perché continuava in un crescendo di melanconia: «Forse te ne andrai / d’altre donne le carezze cercherai / ahimè / e se tornerai / già sfiorita ogni bellezza troverai / in me.
Ma l’amore no / l’amore mio non può / dissolversi con l’oro dei capelli…».

Arditi storici del costume hanno letto questo brano come una sorta di metafora, il lamento sentimentale di un’epoca che stava morendo, il regime fascista insomma. Magari è una forzatura; la giovanissima Alida Valli (era nata a Pola nel 1921) si è sempre dichiarata abbastanza estranea agli affanni della politica. Ricostruendo l’inizio della sua carriera a Roma disse per esempio: «Al Centro sperimentale ho conosciuto un sacco di gente importante… C’era anche Pietro Ingrao, il futuro deputato comunista. Loro parlavano di cose serie, specialmente di politica, ma di politica io non capivo nulla, e poi loro non mi volevano, mi consideravano troppo bambina. Cominciai a sapere che cosa era il fascismo solo nel 1941». In realtà, la verde Alida non doveva essere così sprovveduta. Si rifiutò per esempio di salire sulla zattera dei disperati, negli studi improvvisati alla Giudecca, e appena poté se ne andò all’estero a girare classici: fu una gelida imputata da delitto e fiamma del peccato nel processuale Il caso Paradine di Alfred Hitchcock (uno che di bellezze altere se ne intendeva) e poi donna del mistero in una Vienna tetra e notturna ne Il terzo uomo (1949), accanto all’infernale Orson Welles.

Quando tornò in Italia girò con massimi maestri, da Luchino Visconti (l’appassionata ma antipaticissima contessa Serpieri in Senso, nel 1954) a Michelangelo Antonioni (Il grido, 1957). La “usarono”, come musa più matura, Bernardo (Strategia del ragno, 1970) e Giuseppe Bertolucci (Berlinguer ti voglio bene, 1977). In definitiva, fra le varie attrici che fiorirono durante il fascismo, la Valli è la mia preferita, certo meglio delle segretarie private come l’insopportabile Elsa Merlini (Elsa Tscheliesnig, 1903-1983), o delle ragazze da “gli uomini che mascalzoni” e “grandi magazzini” tipo María Denis (1916-2004) o Assia Noris (1912-1998).

Accanto a queste bellezze da telefoni bianchi, c’erano anche le Veneri proibite da telefoni neri: la bruna Doris Duranti (1917-1995), che fece perdere la testa al “gerarchissimo” Alessandro Pavolini (segretario del Partito fascista repubblicano: prima di morire con Benito Mussolini, la salvò aiutandola a fuggire quando tutto crollò), o la sventurata Luisa Ferida, che, con il suo compagno Osvaldo Valenti, fu l’unica a pagare l’adesione al fascismo davanti a un plotone di esecuzione.

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